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“Basta immigrati pericolosi”

E se non lo fossero?
Vernice nera per una scritta – segnalata da un occasionale lettore che, dice, la vede e la legge da un sacco di anni – dagli inconfondibili risvolti intolleranti, tali da indurre più di un cittadino a chiedersi come si possa permettere ad autentici cretini di operare indisturbati e, soprattutto, impunemente. Purtroppo siamo in un tempo in cui tutto pare permesso, anche i cretinismi più esagitati. L’intollerante scritta, ben visibile sui muri del centro città recita un “basta immigrati pericolosi” che la dice lunga sulla sostanza delle intenzioni. A ben guardare, però, le intenzioni potrebbero essere facilmente smontate opponendo alla scritta in questione qualche riflessione. Per esempio: dato che si invoca il “basta” per gli immigrati pericolosi può darsi che gli immigrati “normali” abbiano libero accesso; se invece è proprio una questione di “pericolosità”, allora bisognerebbe prima stabilire quando e come un immigrato è o non è compreso in quella definizione. Senza voler interferire nelle varie classificazioni, ho la vaga impressione che sia difficile attribuire una qualche pericolosità ai tanti poveri cristi, con seguito di donne e bambini, che arrivano da noi con la paura impressa negli occhi e tanta voglia di ricominciare.

Certo, disturba un certo modo di intendere il quieto vivere vedere persone senza arte ne parte alle quali il destino ha riservato soltanto la forza di chiedere. E siccome riteniamo, da perfetti benpensanti, che sappiano fare solo questo – ma chi ha offerto a loro la possibilità di dimostrare che sono magari in grado di fare anche qualcos’altro? -, le vorremmo altrove. Salvo compiaciute eccezioni, s’intende. Perché fa comodo avere in casa una badante, rumena ucraina o albanese non ha importanza, che si occupi dell’egli anziani – mamme papà nonni -, oppure poter contare, anche saltuariamente e senza ufficialità, su una domestica filippina, oppure maliana, senegalese, polacca, indiana, curda: sono fedeli e oneste, di poco ingombro e, soprattutto, costano meno. E comodo è anche servirsi di pachistani, marocchini, vietnamiti, indiani o cingalesi per accudire e mungere le vacche, oppure per alimentare le bocche dei forni, scopare le strade, pulire i cessi pubblici, lavare automobili, spaccare legna, lucidare stoviglie, far la guardia ai porci, tirare carriole e sollevare secchi di malta. E se provassimo a chiedere ad un giovane che esce dalle nostre scuole se è disposto a fare uno dei mestieri appena elencati? Nella migliore delle ipotesi si fermeranno al “no, grazie”; se va peggio, la via che porta “a quel paese” non avrebbe ulteriore bisogno di indicazioni.

Una buona percentuale di italica gente non esiterebbe un solo istante ad unirsi per cacciare gli invasori, soprattutto se negri e sporchi. Ho invece qualche dubbio che uguale impegno lo porrebbero per mettere alla porta una qualsiasi bellona, tipo Naomi Campbell per intenderci. “Questione di feeling”, come dice la canzone; oppure ennesima dimostrazione dell’italica predisposizione a sopportare soltanto quello che piace. Di questo passo, però, si rischia di arrivare impreparati e, dunque, perdenti all’incontro sia con la società multirazziale, sia con la cultura multietnica che, in ogni caso, sono già parti determinanti del nostro quotidiano. Piaccia o dispiaccia, non potremo sottrarci al confronto con quanti hanno scelto il nostro Paese per ridare fiato alla speranza di vivere. Quelli che taluno ha frettolosamente dipinto – sui muri e notte tempo, alla faccia del coraggio dovuto alle grandi affermazioni di principio – “immigrati pericolosi” invocandone la fine, sono già tra noi. Sono loro ad ingrossare le fila della città e a rendere attivo il saldo demografico, loro che impinguano le asfittiche casse della Previdenza sociale e gli elenchi delle nuove imprenditorialità certificate dalla Camera di Commercio. Sono sempre loro i clienti più risparmiosi e meno esigenti delle “nostre” banche, loro che fanno i mestieri da noi sempre più spesso rifiutati.

Fra poco è probabile non potremo fare a meno di loro. In tal caso, se vogliamo essere protagonisti piuttosto che piagnucolosi spettatori della nuova, ineluttabile realtà, sarà bene, darsi una mossa. Magari indirizzata a favorire dignitosa, dovuta e solidale accoglienza in vece di lamentazioni ed imprecazioni nei confronti di un’invasione “terzo-quarto-mondista” che, in realtà, ha cittadinanza solamente tra coloro che evitano accuratamente di specchiarsi – nella realtà e nel nuovo che avanza – per non scoprire la propria disarmante nudità.

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