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Ce la faremo?

Dice la Quaresima (inizia oggi e mentre per i cristiani è la via che porta alla Pasqua di Risurrezione, per tutti gli altri è semplicemente il procedere delle settimane e dei giorni) di mettere in conto qualche segno di carità intelligente, alcune briciole di misericordia, abbondanti manciate di bene, che se fatto bene serve prima a chi lo fa e poi a chi lo riceve. Ma oggi, fatta la conta del sentire religioso – in evidente disuso, buono per far volgere lo sguardo al mistero ma non per coglierne il senso e tradurlo in pratiche che assomiglino a un lodevole esercizio di opere misericordiose, generalmente messo in disparte – e accertato che ben pochi sono disposti a metterlo tra le priorità, alla solita Quaresima cristiana è necessario aggiungerne una semplicemente civile, volutamente priva di penitenze, di ceneri, di orazioni e di riflessioni, ma almeno intrisa di quell’umanesimo che la condivisione dell’essere e del divenire lo ritiene essenziale per vivere, per progredire, per vincere la pandemia e per disegnare una città in cui tutti siano cittadini graditi.

Ognuno scelga a quale Quaresima appartenere. L’una e l’altra non sono la medesima cosa, però tutte e due hanno a cuore l’uomo e il suo futuro. E questo dovrebbe consentire di vivere le due Quaresime come tempo propizio per dare credibilità a quel “ce la faremo” e a quell’altro “nessuno sarà escluso” che da un anno, tanto è già lunga la pandemia, ci accompagnano chiedendo ascolto e partecipazione.

Non sarà impresa facile. Infatti, siamo forse alla fine della seconda ondata pandemica o forse addirittura all’inizio della terza, ma si vive come se il peggio debba ancora accadere, nonostante i vaccini preparati, distribuiti e somministrati siano lì a dirci che è possibile andare oltre. “E come se si facesse ancora fatica a capire – ha scritto ieri il direttore di Avvenire Marco Tarquinio – che cosa ci dicono i morti registrati ogni giorno in Italia e nel mondo: non numeri astratti e senza lineamenti, ma persone soprattutto vulnerabili e anziane, vite e storie care a tanti e preziose per tutti, artigliate e spezzate da un morbo che ancora non riusciamo a capire pienamente e che solo pochi Stati, con rigore duramente imposto o saggiamente organizzato e accettato, sono riusciti ad arginare”.

Un anno dopo, nonostante i progressi, scienza e politica ancora non si capiscono. Il loro è tutt’ora un dialogo tra sordi. Gli uni pronti “a obiettare, precisare, smentire ogni volta che si lancia un allarme (poi confermato) e si indica una terapia severa (e purtroppo spesso disattesa); gli altri schierati per “arzigogolare davanti a nuove ondate del male, perché tanto le opinioni peserebbero quanto i fatti. Eppure – scrive Tarquinio – dovremmo saperlo tutti, ormai, che le battaglie intermittenti alimentano guerre senza fine, che l’effetto è disorientante e letale, che le parole sono pietre e possono troncare il respiro”.

Tutto questo accade a causa degli insani polveroni che le parole senza vera scienza e senza vero senso politico sollevano anche adesso. Eppure, “molti di noi sono cresciuti in un’Italia nella quale ‘pietà non l’era morta’, tutt’altro, ma in cui si insegnava che il medico pietoso fece la piaga infetta. C’è pietà, infatti, e c’è falsa pietà: l’una è necessaria come l’aria, l’altra è dannosa come la grandine. Ma negli anni abbiamo visto applicare troppo spesso e con incomprensibile accondiscendenza il principio della falsa pietà. E così le infezioni hanno continuato a crescere, senza che si affrontasse alla radice il male e, comunque, si incidessero seriamente e fino in fondo i bubboni”.

Sempre gli stessi, che si chiamano debito pubblico, mafie, corruzione, disservizi, vecchi e nuovi sfruttamenti, azzardi, carceri incubo, inquinamenti… L’elenco è sommario, non necessariamente in ordine cronologico e non certo in ordine di importanza, ma eloquente. “Dice che col male non si convive, si combatte. E almeno con i virus assassini dovrebbe essere chiaro che non si possono fare patti di convivenza sulla pelle dei più deboli o dei più sfortunati”.

Non resta che sperare in scienziati che sappiano spiegare e chiedere risposte adeguate alla sfida del Covid,  in capitani d’azienda “che si rendano conto che non si può fare in Italia e ovunque il calcolo apparentemente lucroso e tragicamente miope che, esempio non casuale, ha reso le piste di sci elvetiche il trampolino di lancio della variante inglese dei coronavirus nell’Europa continentale”, in politici che sappiano decidere non pensando a una stagione da salvare, ma al domani di tutti da rendere sano?

Le due Quaresime, ognuna per la sua parte, possono aiutare. Però, per far posto a scienziati coraggiosi oltre che miti e a politici che sappiano pensare e decidere senza avere come riferimento il tornaconto elettorale, questo mercoledì, antico giorno dedicato alle Sante Ceneri ma anche primo giorno di un Governo apparentemente nuovissimo, deve anche diventare il giorno che segna la fine del pressappoco e l’inizio del facciamo bene il bene che ci è chiesto di fare e che è possibile fare, per tutti, nessuno escluso.

Allora potremo dire per davvero che “ce l’abbiamo fatta” e che “nessuno è rimasto indietro”.

LUCIANO COSTA

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