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Dire e scrivere con coraggio…

Come dicono i popolani e confermano gli storici, Francesco di Sales, il santo patrono dei giornalisti e di chiunque faccia comunicazione, di cui ieri, con un giorno di ritardo (l’onomastico era domenica) il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada ha celebrato la festa, non aveva peli sulla lingua. Gli piaceva, insomma, dire pane al pane e vino al vino. Per essere fedele alla verità Francesco si scontrò con i potenti del suo tempo, ma ottenne il gradimento della gente e la benedizione di Dio, talmente ampia da condurlo alla gloria degli altari, così possente da consentirgli di onorare e sopportare il peso di essere patrono di giornalisti, affabulatori, comunicatori, uomini e donne addetti alla comunicazione, mediatori di parole e di immagini. Vale a dire, almeno secondo il pensiero “medio” dominante, la causa probabile di un numero considerevole di incomprensioni e di litigiosità.

Non ha peli sulla lingua nemmeno papa Francesco, che intitola il messaggio per la cinquantacinquesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (sarà celebrata quasi ovunque il prossimo 16 maggio) “Vieni e vedi”, richiamando l’esplicito dovere di “comunicare incontrando le persone dove e come sono”. Scrive il Papa che “per poter raccontare la verità della vita che si fa storia è necessario uscire dalla comoda presunzione del “già saputo” e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto”. Così, quel “venire e vedere” si trasforma in “suggerimento per ogni espressione comunicativa che voglia essere limpida e onesta: nella redazione di un giornale come nel mondo del web, nella predicazione ordinaria della Chiesa come nella comunicazione politica o sociale”.

Dedicando parole al grande tema della comunicazione, il messaggio fa quindi emergere il dovere di andare a vedere il mondo per raccontarlo in tutta semplicità e verità. “Voci attente – si legge – lamentano da tempo il rischio di un appiattimento in “giornali fotocopia” o in notiziari tv e radio e siti web sostanzialmente uguali, dove il genere dell’inchiesta e del reportage perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, “di palazzo”, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società. La crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più “consumare le suole delle scarpe”, senza incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni. Se non ci apriamo all’incontro – ammonisce papa Francesco – rimaniamo spettatori esterni, nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno la capacità di metterci davanti a una realtà aumentata nella quale ci sembra di essere immersi. Ogni strumento è utile e prezioso solo se ci spinge ad andare e vedere cose che altrimenti non sapremmo, se mette in rete conoscenze che altrimenti non circolerebbero, se permette incontri che altrimenti non avverrebbero”.

Non solo. Ogni strumento diventa utile e prezioso se prima di tutto guarda al bene comune, che è e deve essere dovere di tutti, misura delle responsabilità che ciascuno dovrebbe assumere nei confronti delle persone, delle famiglie, dei giovani e degli anziani; bene comune che è progetto sul quale si fonda il futuro, che è e deve essere sollecitazione ad accettare idee e posizioni “al limite” se non già oltre il limite. Tradotto significa “avere il coraggio di stare dalla parte della verità”. E questo riguarda chi scrive, chi pubblica, chi va in video e chi parla ai microfoni…

Consegue, e per farlo riassumo pensieri già letti e ascoltati, che “l’impegno di tutti deve essere quello di rendere questo mondo più coeso, più fraterno, più intelligente nelle sue scelte, magari anche capace di guardare al di là degli steccati, privilegiando gli sforzi per far crescere la comunità, il bene comune, quell’alleanza che serve a delineare le scelte sociali più utili e più efficaci per confermare la dignità delle persone”.

Ecco, per delineare queste “scelte”, che presuppongono la capacità e la volontà di mettere al centro le persone e il bene sociale di tutti “nel rispetto delle diversità e nel dovere di orientarle tutte alla comunione fraterna”, oggi, adesso, di fronte alla variante impazzita di una crisi politica che rischia di far naufragare il Paese su spiagge invivibili e insopportabili, nel momento in cui le dimissioni del governo vengono consegnate al Capo dello Stato, l’unica speranza cui aggrapparsi è il bene comune prevalga sugli interessi particolari e sulle rendite di bottega. Per farlo, disse tempo fa un vecchio saggio “ci vuole una purezza di cuore grande e una lucidità grande per cogliere l’essenza dei rapporti tra le persone”.

Ognuno dei contendenti (politici di centro, di destra, di sinistra o di qualunque altra parte…) può e dovrebbe farlo, perché è compito della “Politica” cercare il bene comune.

Ma ognuno è, e resta, responsabile, soprattutto colpevole, se non lo fa.

LUCIANO COSTA

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