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I pacchi di Amazon…

Castegnato, provincia di Brescia, ormai quasi un’appendice della città, è uno di quei paesi di cintura senza i quali il sistema abitativo urbano andrebbe in tilt. Presto gli abitanti stabili saranno più o meno diecimila; adesso sono in crescendo e basta andare a curiosare all’ombra delle gru che si stagliano sui campi della periferia per rendersi conto che la fame di case da abitare non si acquieta. Per gli storici il paese ha nobili origini e collocato com’è al principiare del sistema collinare di Franciacorta, di fatto è uno dei suoi portali di accesso. Però, qui non si produce vino e nemmeno ci sono cantine. In compenso resiste buonissima agricoltura, tanto buona da aver spinto anni fa amministratori pubblici intelligenti a promuovere una fiera dedicata a latte e formaggi. In più, per naturale evoluzione piuttosto che per ricercate scelte, il paese s’è ritrovato al centro di un sistema viario davvero eccellente, fatto di autostrade che uniscono oriente e occidente (l’ultima, la Bre.Be.Mi. avvicina Milano e il suo sistema metropolitano alla grande pianura), di linee ferroviarie, compresa quella dell’Alta Velocità, destinate ad accorciare le distanze con la grande Europa, di strade, tangenziali e vie che insieme assicurano l’accesso a un territorio che dal lago alla montagna è essenziale al turismo. Con simili requisiti Castegnato non poteva certo passare inosservato alle grandi multinazionali interessate a stabilire basi logistiche in grado di rispondere alle richieste del mercato.

Così, un anno fa, dal nulla, a ridosso delle autostrade, è sorta una filiale di Amazon, la regina della distribuzione delle merci: un centro logistico di smistamento con cento addetti e  un indotto che ingolosiva… L’altro ieri, quel piccolo agglomerato di razze e genti diverse, è diventato uno dei riferimenti del malessere che si respira in situazioni che prima mettono la quantità dei pacchi distribuiti e solo dopo la fatica e le privazioni sopportate da chi i pacchi è costretto a consegnare se intende vivere per sé e per la sua famiglia. Nella grande fetta di campagna alla periferia di Castegnato s’è consumato il primo sciopero nazionale degli addetti a questo tipo di distribuzione. Tutti insieme, hanno denunciato i sindacati “fanno un esercito composto da circa 40 mila lavoratori e lavoratrici che non si ferma mai, che arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanale inseguendo le indicazioni di un algoritmo che non conosce né le norme di regolazione dei tempi di vita e di lavoro né tantomeno quelli del traffico. Si toccano punte di di 180/200 pacchi consegnati al giorno, ma nessuna verifica dei turni di lavoro. Nessuna contrattazione, nessun confronto con le organizzazioni di rappresentanza”.

C’è qualcosa di antico e triste in uno sciopero come questo appena andato in scena. E non è semplicemente la forma di lotta attuata, quanto le motivazioni per le quali l’agitazione è stata indetta a livello nazionale: questioni dal sapore spiccatamente novecentesco come gli orari, l’organizzazione del lavoro, i turni, le pause, la stabilità dei contratti. Assieme alla necessità per le organizzazioni dei lavoratori di essere pienamente riconosciute almeno come interlocutrici.

“Gli slogan scelti per la protesta – da “i lavoratori non sono pacchi” a “il lavoro non è una merce” – hanno sintetizzato malessere e frustrazioni. Anzitutto, la difficoltà a mantenere il ritmo serratissimo della produzione di pacchi e della loro consegna ai clienti”, poi la suddivisione americaneggiante delle mansioni: stower, colui che immagazzina le merci in arrivo; picker quello che prende i beni da spedire; packer, l’addetto all’imballaggio; driver quello che guidando un camioncino consegna i pacchi a domicilio. Il tutto all’insegna della velocità e in omaggio al più consegni più guadagni. Per i sindacati sono “troppo veloci le operazioni di presa dei pezzi su grandi distanze nei magazzini, troppo ripetitivi i movimenti necessari per completare i pacchi, con ripercussioni fisiche sulle articolazioni: un quadro che potrebbe essere facilmente sovrapposto a quello delle catene di montaggio delle grandi industrie italiane di 50-60 anni fa. Con la differenza che, nel modello spiccatamente produttivistico di allora, l’organizzazione era affidata a occhiuti responsabili di tempi e metodi che cronometravano e stabilivano ogni mossa, mentre oggi sono occhi elettronici, sensori e soprattutto algoritmi a calcolare e comandare i tempi di ogni singola operazione, delle consegne sempre più rapide. Un’intelligenza artificiale certamente efficiente, eccezionale nel guidare tutti i processi solo leggendo un codice a barre, ma probabilmente meno capace rispetto a un’intelligenza umana di tener conto delle esigenze, delle possibilità e in qualche caso della dignità delle persone”.

Al di là della guerra delle cifre – anche in questo caso un classico dei metalmeccanici dei decenni passati più che di un’azienda dei servizi 4.0 – nei prossimi giorni si misurerà la capacità del gruppo di Jeff Bezos di interpretare la situazione scegliendo il braccio di ferro o l’apertura al confronto. “Al di là delle polemiche sulla concorrenza più o meno leale con il commercio tradizionale – ha commentato ieri Avvenire –  Amazon ha certamente offerto, anche in Italia, nuove possibilità occupazionali assieme a prestazioni impensabili fino a qualche tempo fa. Ma il prezzo di un servizio Prime – che con 36 euro l’anno è comprensivo pure di una vasta offerta televisiva – non può essere la riduzione dei lavoratori a macchine efficienti, la compromissione delle loro condizioni di lavoro. Prime le persone. Altrimenti a sorridere davvero resteranno solo i pacchi e non i lavoratori e le lavoratrici, non la gente”.

LUCIANO COSTA

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