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I Tre Papi del cardinale Re

Ha incrociato la strada di tre grandi Pontefici, è stato al loro fianco con la veste del collaboratore fedele, li ha visti salire alla gloria degli altari con il titolo di santi. Adesso che attorno a loro le acque si sono chetate e risplende soltanto la santità di cui son o in vestiti, il cardinale che ha condiviso gran parte del cammino, con semplicità e soavità li racconta regalando a chi legge emozioni e motivi per ripensare e riflettere. Il cardinale che per dare testimonianza ai Papi che ha amato e servito è diventato scrittore si chiama Giovanni Battista Re, decano del collegio cardinalizio, e il suo libro, fresco di stampa, si intitola “Tre Papi santi conosciuti da vicino: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II”.

L’idea di scrivere il volume, con i ricordi personali che s’intrecciano con la grande storia, «è nata — fa presente l’autore — dalla ricorrenza di tre importanti centenari, impossibili da onorare a causa del coronavirus: la nascita di Karol Wojtyła (18 maggio), l’ordinazione sacerdotale di Giovanni Battista Montini (29 maggio) e la chiamata da Bergamo a Roma di monsignor Angelo Roncalli per dirigere la Pontificia Opera della Propagazione della Fede (10 dicembre)”. Il cardinale, giustamente, completa il viaggio dedicando un capitolo anche a Giovanni Paolo I, il Papa dei trentatre giorni, che per lui rappresentò davvero «un lampo di bontà».

Monsignor Giovanni Battista Re, Cardinale di Santa Romana Chiesa dal 21 febbraio 2001, nato a Borno il 30 gennaio 1934, appena ottantasei anni fa, è il decano del collegio cardinalizio e lo scorso 31 dicembre ha sostituito il Papa, afflitto da sciatalgia, nella celebrazione dei vespri e nel canto del Te Deum di ringraziamento. “Una bella responsabilità”, gli ho allora detto il giorno dopo, nel momento dello scambio telefonico degli auguri. “Ma no – mi ha risposto -, un fatto normale. Semmai è stato impegnativo leggere correttamente i pensieri che Francesco stesso aveva scritto”.

Il Cardinale, che a causa del Covid, di impegni istituzionali che si rinnovano di giorno in giorno e di anni – “tanti, non ancora troppi, però onerosi da gestire e portare” dice divertito – ha posto a Roma la sua residenza principale, mantiene comunque socchiusa, se non proprio aperta, la porta delle amicizie bresciane. Basta infilarsi tra le pieghe del suo poco tempo libero per essere ricambiati dal più classico “carissimo, dove sei?”. Se vi trovate a Roma, e se Lui non è sovrastato da incombenze “papaline”, diverrà abbastanza facile incontrarlo; in caso contrario sarà il telefono a veicolare i convenevoli di rito e a trasmettervi sia il piacere dell’incontro, sia la certezza che voi fate parte della sua enciclopedica memoria.

“Scarpe grosse e cervello fino”: sissignori, per tipi come Lui il proverbio continua ad essere azzeccato. Monsignore, infatti, la classica andatura da montanaro non l’ha ancora persa (e, probabilmente, se la terrà fino alla fine dei suoi giorni); anche la parlata è ancora quella schietta, vagamente rude e sempre chiara dell’uomo della montagna; gli occhi, mobilissimi ed acuti, risentono a volte delle penombre imposte dai palazzi romani sebbene sia palese la loro vocazione a vedere oltre le ombre e gli eventuali paraventi; la mente, invece, non conosce confini e spazia tra filosofia (la sua materia preferita, l’unica che avrebbe potuto trattenerlo a Brescia in veste di insegnante al locale seminario) e diplomazia (l’esatto contrario del suo animo montanaro divenuto, cammin facendo, elemento distintivo di un modo di fare e di operare unico e, forse, irripetibile).

Lo conosco da qualche decina di anni, più o meno da quando smise di essere il semplice curato della parrocchia di San Benedetto in città (a fianco di don Arrigo, cuore nobile e generoso, prete di preghiera e di azione, sacerdote umile e misericordioso) e intraprese la via della diplomazia vaticana. Dopo tanti anni continuo a chiamarlo “monsignore” e lui mi ricambia ricordando a chi sta intorno la pericolosità di quelli che come scrivono e commentano. Diventato prete con la paterna benedizione del “più soave e pacifico” Pastore, Papa Giovanni XXIII, tornò a Roma, anno 1971, nel mezzo di un pontificato (quello del bresciano Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI) caratterizzato dall’impetuoso vento del Concilio Vaticano II, scosso da grandiosi aneliti di pace e fraternità, sofferto ma, comunque, straordinariamente aperto alle grandi novità e pronto all’abbraccio con i fratelli “lontani”. Fu poi testimone della breve stagione che la Provvidenza riservò ad un altro suo figlio prediletto, mite e buono – Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I – e della “elevazione” al Soglio Pontificio di un Cardinale polacco – Karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II -.

Mons. Giovanni Battista Re, di ogni piccolo o grande evento avvenuto all’ombra degli ultimi quattro Pontefici, è stato testimone privilegiato e schivo. Adesso, di tre di loro, tutti legati a Concilio, racconta…

“Per aprire il Concilio Vaticano II – scrive il cardinale nella introduzione – ci voleva un Papa come Giovanni XXIII, che aveva fiducia illimitata in Dio, ma anche grande fiducia negli uomini. Per questo non si è scoraggiato di fronte a possibili rischi, e oggi si può dire che senza lui il Concilio non ci sarebbe stato.

Per portare avanti il Concilio e guidare la sua applicazione – aggiunge – era necessario un Papa con la preparazione di Paolo VI, che conoscesse il mondo contemporaneo, gli uomini e la Curia Romana; un uomo che avesse la finezza intellettuale di capire le situazioni e la fermezza di guidarle. Per imprimere poi una svolta alla storia ci voleva un Papa come Giovanni Paolo II…”. Per preparare il suo arrivo bastò Albino Luciani, Giovanni Paolo I, papa per soli 33 giorni.

Con semplicità e sincerità il cardinale Re racconta, spiega, riassume, illumina.

A noi il dovere di leggere, meditare. Magari anche quello di ringraziarlo per il dono che ha voluto fare alla Chiesa e al mondo.

LUCIANO COSTA

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