Attualità

Il valore delle notizie

L’uso dei vaccini, soprattutto quello anglo-svedese, fa discutere e agita governanti e opinione pubblica; non da meno è il rapporto Istat sullo stato in cui versano gli italiani, che ponendo in vista drammatiche situazioni chiama governanti e opinione pubblica a qualche opportuno ripensamento; per non dire della sedia negata alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen dal “prepotente presidente” turco Erdogan, non a caso definito dai molti “un sultanaccio buono per tutti gli usi”. Ci sarebbero poi le questioni relative allo studente egiziano frequentante l’Università di Bologna, che chiamarlo “povero e disgraziato fratello Zaki” è poco, la cui libertà, da due anni a questa parte, è affidata ogni quarantacinque giorni alla roulette legislativa che gira nel casinò del Paese dei faraoni; poi quelle che riguardano la Libia già visitata più volte dal ministro degli esteri e l’altro ieri anche dal Presidente del Consiglio (per riallacciare i rapporti e mettere in chiaro che l’Italia è pronta a ricostruire); quelle legate al dramma dell’emigrazione e, non per finire ma per limitare l’elenco all’essenziale, quelle riguardanti osti-albergatori-ristoratori-commercianti-ambulanti e venditori in genere diventate proteste e sfociate in veri e propri tafferugli.

Come vedete, le notizie importanti, quelle di cui non si può assolutamente fare a meno di mettere al centro delle attenzioni, non mancano e i media fanno a gara a ricamarle e lanciarle con strilli, titoli e paginate. Però, anche le notizie di poco conto (come quella dei conigli fuggiti e riacciuffati con grande fatica del titolare del trasporto, o quell’altra che raccontava la neve di primavera – anormale solo per gli inesperti – e l’altra ancora che avanzava l’ipotesi secondo cui il tormentato Brasile e non la civile Cina sarebbe l’officina in cui nascono e crescono le varianti del coronavirus) mica stanno fuori dal giro.

Leggo per esempio, e mai lettura mi fu tanto deprimente, che “l’isola dei famosi”, orripilante programma delle reti televisive berlusconiane, è sempre più “made in Brescia”. Tutta colpa, o merito, delle nostre donne (giovani, belle e avvenenti) chiamate a coprire i vuoti e a mettersi in competizione. Ognuno dà quello che ha e le donne arruolate daranno lustro al niente che impera su quell’isola più fumosa che famosa.

Però, la notizia offre l’occasione per porre almeno una domanda: davvero per un giornale che ha vocazione locale è così importante dare spazio a simili faccenduole? Tre su sei interpellati han fatto spallucce e ammesso che il fatto non li coinvolgeva; uno ha detto che è un’idiozia che farà vendere tre o trentatré coppie in più; gli ultimi due hanno spiegato che per loro una notizia è una notizia e le due donne arruolate, appunto perché arruolate per fare parte di uno spettacolo che va in onda, sono notizia da dare, “per completezza d’informazione se non proprio per dare lustro alla loro brescianità e aria al nulla che le accompagna”.

Allungando e allargano il discorso sul valore delle notizie intrapreso con i sei di cui sopra, è emersa la disparità evidente con cui i media pubblicano-raccontano-recensiscono- ricamano-infiorano-esaltano- deprimono o ignorano fatti e misfatti quotidiani, ha fatto capolino l’impressione che, se non tutto almeno tanto avvenga per caso, sulla base di amicizie, raccomandazioni, sollecitazioni, umori, mal di pancia, venduto, guardato, consumato, ma assai raramente per meriti intellettuali, letterari, artistici, scientifici evidenti e magari riconosciuti.

Il professore in pensione, uno dei sei, ha chiosato la mini intervista affermando che i media sono la raffigurazione di chi li legge e li guarda: suppergiù distratti viaggiatori preoccupati non di scoprire il bello ma di trovare una panchina su cui adagiarsi e passare il tempo senza troppo dover pensare a quel che sta accadendo.

Un altro dei sei, ha gettato nella mischia una battuta, non sua ma di un certo Ennio Flaiano, secondo la quale i giornali “più son brutti, malfatti e mal scritti, più vendono”. Flaiano, ho controllato, diceva quelle cose nel 1941 riportando quel che un letterato diceva all’editore di un settimanale, di cui si stampavano seicentomila copie, rimproverando “la povertà di idee del suo foglio, anzi l’accanita ed estrema stupidaggine che suo tramite amministrava ai lettori”.

Ovviamente, l’editore non si scompose e neppure mostrò interesse a cambiare. Semplicemente ammise di esserne conscio e perché non sussistessero remore disse al letterato: “Se ve la sentite di fare la rivista in modo ancor più stupido, vi nomino subito direttore; difatti sono anni che cerco di peggiorarla senza troppo riuscirci”. Sul gran numero di lettori di quel settimanale, Flaiano non aveva dubbi. “E’ ovvio – scriveva – che la stupidità ha un suo fascino, come si dice riposante”.

Altri tempi. O è ancora la stessa solfa?

LUCIANO COSTA

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