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In cerca di una nuova identità

America dopo il giorno più brutto della sua storia. America inquieta, che guarda ai morti e ai feriti con il rimorso di non aver impedito quel tragico scempio; America confusa, che vede aumentare il numero degli arrestati; America preoccupata, che nella richiesta di collaborazione lanciata da Fbi, la più potente organizzazione investigativa del mondo intero, ai cittadini per identificare i partecipanti all’assalto di Capitol Hill il segno della sua debolezza. Ma anche un’America forte, che nel Presidente eletto Joe Biden vede “l’uomo giusto” a cui affidare il suo futuro. E Biden, con serena fermezza, ha risposto invocando il prevalere della legalità e rifiutandosi di accondiscendere a ritorsioni, invocando invece soltanto la pacificazione del Paese. L’America, per fortuna, è anche e questa.

Questa America ha riscosso il consenso di tantissimi Paesi, l’indifferenza di pochi e il rimprovero severo di chi nella democrazia e nella libertà vede ostacoli piuttosto che risorse a cui attingere per rendere migliore il presente e il futuro. Non mi ha stupito la posizione assunta dal presidente della Russia Wladimir Putin: niente altro che la sintesi perfetta del pensiero di un “capo” al quale dispiace ogni forma di democrazia che metta anche solamente in discussione il suo potere. Ho anche notato la sottile seppure cortese indifferenza della Cina e di altri Paesi generalmente ostili e ho così pensato che dietro le parole di alcuni c’era anche la maligna soddisfazione di vedere rotolarsi nella polvere “la grande potenza americana”. Poi, tra i quotidiani in edicola ho cercato commenti, ragionamenti, riflessioni e analisi. Tra i tanti articoli pubblicati ho apprezzato quello firmato da Giuseppe Fiorentino per “l’Osservatore Romano”, dedicato alla ricerca di insegnamenti piuttosto che alla semplice condanna dei fatti, che volentieri vi propongo di leggere.   

Cosa insegna l’assedio del Congresso inscenato dai sostenitori di Donald Trump? In primo luogo fa comprendere che la politica non può prescindere dalle responsabilità individuali, soprattutto da parte di chi detiene il potere ed è in grado — attraverso una narrazione polarizzante — di mobilitare migliaia di persone. Chi semina vento raccoglie tempesta e ora è fin troppo facile collegare gli avvenimenti di Washington alle accuse di brogli lanciate da Trump dopo il voto del 3 novembre, accuse che non hanno mai trovato un riscontro oggettivo.

L’insurrezione fa capire inoltre che il trumpismo è destinato a lasciare un solco profondo nella scena politica a stelle e strisce. Quanto meno è destinato a cambiare gli equilibri all’interno del partito repubblicano, che potrebbe essere costretto a una scissione. Il Paese è profondamente diviso, ma, in realtà, non più di quanto lo fosse prima. Trump è riuscito però ad addensare intorno a sé e a dare cittadinanza a una galassia di movimenti che in precedenza avevano poca visibilità e che difficilmente rinunceranno a far sentire la loro voce nel prossimo futuro.

Ma l’insegnamento fondamentale è quello che Joe Biden ha portato agli occhi del mondo nel drammatico discorso con cui ha richiamato il presidente Trump alla sua responsabilità costituzionale. La democrazia è un bene fragile, che va sempre difeso, anche in Paesi, proprio come gli Stati Uniti, in cui la democrazia stessa sembra un bene ormai ampiamente acquisito. E il primo passo nella difesa della democrazia sta nell’accettazione delle sue regole, della fisiologica dinamica di alternanza che costituisce la sua ricchezza e la sua garanzia. «La lealtà del giuoco democratico è soprattutto nel saper perdere», scriveva nel 1952 Piero Calamandrei, giurista e tra i padri della Costituzione della Repubblica italiana. Sono trascorsi quasi settanta anni, ma la marcia su Washington dimostra la stringente attualità e la costante validità di queste parole.

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