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Incombono tempi grami e bui…

Oggi, proprio adesso, ogni parola sula crisi politica che aperta e inspiegabile se ne sta adagiata per le strade e le piazze, è sprecata, inutile, impronunciabile. Infatti, le allegre comari della crisi, salite o prossime ad ascendere al Colle per miracolo mostrare, in realtà portano ciascuna solo manciate di cenere, buona per intorpidire il panorama e nulla più. Mala tempora corrunt, ma siamo solo all’inizio di un’avventura della quale sfuggono i contorni e non si capiscono le finalità.

Meglio, è risaputo che il nodo sta nei fondi – Recovery e Mes – che l’Europa ha previsto per combattere e andare oltre la pandemia, risiede nel metodo con cui questi fondi dovrebbero essere spesi, attiene alle modalità di intervento al fianco dei lavoratori messi in ginocchio dalla crisi, riguarda gli investimenti da fare per rilanciare l’economia, interroga sulla distribuzione dei vaccini, pretende spazi e sostegni per la cultura e il sociale, mette prima di tutto la sopravvivenza delle persone e non il vivacchiare di una politica fatta di politicanti in tutt’altre faccende affaccendati, preoccupati del posto in cui stare piuttosto che allo stare in mezzo alla gente per aiutarla a vincere le sfide.

Oggi i partiti e i raggruppamenti si alterneranno nel dire al Capo dello Stato “abbiamo fatto, vogliamo fare, faremo” ovviamente “se e come quei tali (gli avversari, che ciascuno deve identificare da solo/ndr) la smetteranno di spiattellare critiche e di chiedere quel che noi non abbiamo intensione di concedere”. Invece, nessuno dirà “è tempo di smettere di giocare a scaricabarile” e non lo dirà perché, come è noto da secoli immemori “la colpa morì fanciulla e mai nessuno la sposò”. Quindi, che cosa ci si può attendere? Non lo so, Però, vorrei che almeno uno dei contendenti avesse il coraggio di dire ad alta voce “smettiamola, che già ridono anche i polli”. 

Al «complicato presente» che il Paese sta vivendo in questi mesi – e soprattutto in queste ore, vista la maturazione adesso anche formale della improvvida crisi di governo che si trascina ormai dagli inizi di dicembre, l’altro ieri il cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, ha proposto “parole” che hanno affinità con la speranza e con la ragione e non con la logica spartitoria di uso corrente. In sostanza, tramite i suoi vescovi, la Chiese chiede al mondo politico di andare “oltre le emergenze del momento, oltre la logica delle misure d’urgenza e di sollievo temporaneo per elaborare una strategia che sia davvero di sistema, anche al fine di impiegare al meglio le risorse in arrivo o già disponibili”.

Si tratta di ricomporre “le fratture” causate dalle varie e troppe contrapposizioni, di smuovere e rimuovere i problemi che travagliano la Penisola sotto il profilo sanitario, educativo, sociale e soprattutto delle nuove povertà, che purtroppo si stanno allargando a macchia d’olio. In questo procedere, ovviamente, nessuno è escluso. Ragion per cui, parlamento, partiti, sindacati, imprese, terzo settore e chiunque voglia bene a questo Paese malconcio, devono “prendere la zappa e incamminarsi verso la collina che aspetta di essere coltivata per assicurare buoni frutti”.

Oggi, soprattutto, personalmente confido nella saggezza di Mattarella, quella che nel messaggio di fine anno, quando le fondamenta dell’esecutivo avevano preso a scricchiolare già da un po’, aveva invitato tutti a “non sprecare energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte”. Era anche quello un appello ad andare “oltre per realizzare – ha scritto Avvenire – quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti di grande e drammatica, difficoltà”.

Come è noto e come i fatti dimostrano, il Presidente Mattarella non è stati ascoltato. Adesso, cioè prima che qualcuno o qualcosa – la disoccupazione, il coronavirus, l’Europa e il mondo… – venga a presentarci il conto, resta ben poco tempo per farlo.

LUCIANO COSTA

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