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La Cina ha vinto la povertà. O no?

“Questo ponte l’hanno costruito i cinesi in segno di amicizia, come questa strada e questo monumento intitolato appunto all’amicizia” Ero al centro di Bomako, capitale del Mali, e chi mi raccontava le meraviglie di un paese che allora, ma purtroppo solo allora, sembrava sul punto di farcela a organizzare un futuro degno di essere vissuto, era un giovane che dopo aver lasciato il villaggio per cercare fortuna in città, si era ritrovato con un diploma in tasca, buono per spiegare ai visitatori la storia del suo paese, ma non per assicurargli pane e possibilità di proseguire negli studi.

 Si chiamava Pierre, sapeva tutto del passato glorioso degli uomini e delle donne della sua terra; diceva che dentro il passato c’erano gli elementi necessari per progettare il futuro, “però – sussurrava -, quando e come la politica e i politici lo permetteranno”; non nascondeva la preoccupazione di vedere arrivare aiuti da Paesi che, come la Cina, cercano soprattutto di mettere le mani, prima sulle idee della gente (“ci spiegano – confidava – che il loro comunismo è la soluzione di tutte le angosce e povertà”) e subito dopo su tutto ciò che c’è sopra e sotto la terra calpestata dalla gente”.

Scrissi allora, non solo che la Cina era vicina, ma che la “cinesizzazione del continente africano era già incominciata”. Un amico onorevole che si piccava di essere un esperto di politica estera, rimproverandomi l’azzardo, mi disse che la Cina, avendo talmente tanti problemi al suo interno, non aveva tempo per tentare avventure fuori dalla sua porta. Ovviamente, aveva torto. Infatti la Cina, incominciando da ponti e strade costruiti in questa o quella nazione, è poi passata all’acquisto di terreni che a metterli uno accanto all’altro formano non uno ma addirittura due o tre Stati africani messi insieme.

Da allora di acqua, sotto i ponti ne è passata parecchia. Io ho rivisto l’Africa viaggiando tra Angola Namibia e Sud Africa (trovando cinesi e cinesizzazione diffusa), la Cina, dopo l’Africa, ha poi diffuso la sua influenza e la sua ideologia comunista ovunque vi fosse un Paese in difficoltà economica o in difetto di democrazia.

Parlando ieri di ciò che accaduto nella Repubblica Democratica del Congo, riferivo della progressiva “globalizzazione ideologica” che l’ha investita. Qualcuno mi ha chiesto se quel riferimento non fosse esagerato, soprattutto alla luce di quel che i giornali riferivano e cioè che “nell’anno in cui il Partito comunista cinese festeggia i cento anni dalla sua nascita, il suo ‘leader supremo’ Xi Jinping ha proclamato che la Cina ha sconfitto la povertà estrema. Una ‘vittoria totale’, arrivata alla fine di una ‘guerra’ durata otto anni e che ha sollevato dalla povertà qualcosa come cento milioni di persone. Un successo che Xi ha intestato interamente al Partito e al modello socialista, fondamentali, a suo dire, nel raggiungere l’obiettivo di costruire una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti”.

Grazie a un’aggressiva politica di spesa, aggiungevano i vari commentatori “128.000 villaggi e 832 contee, ufficialmente censiti come in estrema difficoltà, sono stati tutti rimossi dalla lista dell’indigenza e in 40 anni oltre 770 milioni di persone sono state portate fuori dalla povertà”.

“Però – ha scritto Avvenire – dietro il luccichio dei numeri (e dei proclami), ci sono anche molte ombre. A cominciare dalla definizione stessa della soglia di povertà, che la Cina ha fissato a 1,52 dollari al giorno, per poi passare alle gigantesche disuguaglianze, a cominciare da quelle tra città e campagne e tra est e ovest del Paese (a Shanghai il reddito annuo pro capite, nel 2019, era di 10.052 dollari; duemila chilometri a ovest di Shanghai, i residenti della provincia di Gansu vivono con un reddito di 2.771 dollari) e arrivare dritti al capitolo dei lavoratori migranti rurali, che nel 2019 erano 290,8 milioni, pari a circa il 37,5% della forza lavoro totale del Paese, una massa enorme, fluttuante, di lavoratori e cittadini ‘invisibili’, spesso del tutto priva di tutele, a partire dall’assicurazione medica”.

Insomma, par di capire, non è tutto oro quel che luccica. La stessa lotta alla corruzione, vantata come presupposto distintivo del potere cinese, scrivono i media “si è trasformata, spesso, in uno strumento di eliminazione dei nemici politici”. La stessa battaglia alla povertà, come ha sottolineato il sito China Power, “è diventata un modo per elargire soldi e favori”. Così la corruzione decapitata dall’alto “è stata in qualche modo alimentata dal basso”. E in questo cortocircuito, il presidente Xi “ha finito per assommare una concentrazione spaventosa di ruoli e funzioni, il cui potere censorio è di fatto, oggi, senza limiti in Cina”.

Secondo gli analisti economici “per alimentare il motore della sua economia, Pechino ha messo in campo un’aggressiva politica di espansione all’estero, una sorta di neocolonizzazione, che ha investito soprattutto l’Africa e il Sudamerica, e che di fatto ‘scarica’, almeno parzialmente, su altri Paesi i costi economici, sociali e ambientali della sua crescita”.

Ma, di tutto questo, cosa dice il popolo cinese?  Per adesso niente. Il dubbio è che il popolo cinese non sappia ciò che i capi dicono e fanno. In attesa di tempi nuovi, magari infarciti di democrazia e libertà vere, questo è quel che appare.

LUCIANO COSTA

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