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Lo sguardo oltre i confini del mondo

Si sono udite parole importanti, piene di solidarietà e di invocazioni a risolvere la situazione; sono viste mani tendersi per significare vicinanza, comprensione, condivisione, affetto. Poi, passata il giorno (domenica 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato), il lunedì ha di nuovo presentato le stesse situazioni: milioni di uomini, donne e bambini vaganti in cerca di speranza e di un posto dove stare per ricominciare a vivere. “O cambiamo noi il modo di essere e di considerare gli altri – ha scritto un missionario laico impegnato tra le fila dei volontari che soccorrono andando al limite delle guerre e dei confini più tribolati – o niente cambierà”. Maurizio Ambrosini, alla vigilia della giornata, ha scritto per “Avvenire” una nota, poco più di una colonna di giornale, che invita a riflettere e a ripensare il modo di essere “cittadini del mondo”, felice e impegnativa espressione, lodevole ma incompiuta, soprattutto perché noi, difficilmente, siamo disposti, salvo rare eccezioni, ad allargare l’orizzonte personale fino ai confini del mondo. Leggere e riflettere può servire a vedere meglio ciò che ci sta intorno. (L. C.)

Una soluzione è possibile…

Le guerre occupano sempre meno spazio nei titoli di testa e nei notiziari dei principali media. Troppo pochi giornali continuano a tenere desta l’attenzione su conflitti sempre più relegati ai margini dei flussi informativi, come quelli che insanguinano il Tigrai etiope e il Myanmar. Anche i profughi sono finiti in un cono d’ombra, a parte qualche episodico allarme in occasione di sbarchi, salvataggi in mare, e anche tragedie della chiusura e dell’indifferenza. Purtroppo, invece, guerre e conflitti armati proseguono, con il loro carico di atrocità, vittime e umane sofferenze. Non cessano neppure le persecuzioni di minoranze etniche e religiose, le condanne di oppositori, gli attacchi ad attivisti dei diritti umani. Tutto questo si traduce in un dato: un numero crescente di rifugiati, pure nei lunghissimi mesi del Covid e delle tante limitazioni alla mobilità. Anche quest’anno, in occasione della Giornata mondiale del 20 giugno, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr/Acnur) ha pubblicato il suo Rapporto e provato a scuotere le coscienze.

Concentriamo l’attenzione su alcuni aspetti essenziali del testo. Prima di tutto, il numero di rifugiati nel mondo ha toccato un nuovo record, con 82,4 milioni di persone in cerca di scampo, costrette a vivere lontano dalla propria casa, tra le quali oltre 11 milioni entrate nel 2020 in questo dolente girone infernale. Tra i rifugiati internazionali, quelli che hanno valicato un confine di Stato (più di 34 milioni, contando anche i richiedenti asilo e i venezuelani fuggiti all’estero), si conferma un secondo dato: l’86% è accolto in Paesi in via di sviluppo, perlopiù confinanti con quello da cui provengono (73%). Quasi sette milioni sono accolti in Paesi poverissimi, nelle ultime posizioni secondo l’indice di sviluppo umano dell’Onu.

In realtà, i rifugiati raramente dispongono di risorse adeguate per lunghi viaggi e rischiosi attraversamenti di diverse frontiere. In genere fanno poca strada, e molti neppure vorrebbero farne di più, giacché sperano di poter tornare presto nei luoghi da cui sono fuggiti. A limitarne le aspirazioni ci pensano poi gli Stati più ricchi, che finanziano campi profughi e altre soluzioni precarie – ma in realtà di lunga durata –, pur di non doverli accogliere entro i loro confini. Raramente nella storia della comunicazione pubblica una narrazione come quella di un sovraccarico incontenibile di rifugiati diretti verso le nostre frontiere ha riscosso un successo così diffuso e prolungato, pur essendo clamorosamente contraddetta da dati accessibili a tutti coloro che desiderino leggerli.

Il dramma s’incupisce considerando un terzo aspetto: più di quattro su dieci rifugiati internazionali sono minorenni, e nell’Africa sub-sahariana il dato supera il 50%. Circa un milione di bambini, inoltre, sono nati tra il 2018 e il 2020 in un contesto di migrazione forzata. Un bambino su quattro al di sotto dei cinque anni, secondo le stime, non è stato neppure registrato. Vivere l’infanzia e l’adolescenza nella precarietà della condizione di rifugiati, con un accesso povero e discontinuo alla scuola, a un’abitazione dignitosa, a spazi e occasioni di svago, mette a repentaglio lo sviluppo personale e la costruzione del futuro.

Infine, ci sono cattive notizie pure sul versante delle soluzioni. Anche a causa del Covid, solo 250mila rifugiati internazionali sono rientrati nel loro Paese, benché per gli sfollati interni il numero sia più alto, oltre tre milioni. Non si sa, però, in questo caso quanto il ritorno sia stato volontario, essendo tale categoria di rifugiati sostanzialmente in balìa del proprio governo. Inoltre, i reinsediamenti in Paesi disponibili all’accoglienza, una delle poche buone prassi cresciute negli scorsi anni, hanno subito una severa battuta di arresto scendendo sotto quota 35mila, un terzo rispetto al 2019. Ci aggrappiamo allora ai corridoi umanitari, inventati da istituzioni religiose italiane, cattoliche e protestanti, in accordo con i diversi governi che si sono succeduti, per rilanciare l’idea che un’altra soluzione al dramma dei rifugiati non solo è possibile, ma può essere costruita qui, presto, con il concorso di tutti.

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