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Nella 1000 Miglia c’è poesia anche dove non c’è…

Sono tra quelli che hanno visto finire la 1000 Miglia competitiva e poi nascere la Mille Miglia storica. Se non fosse per il peso degli anni accumulati, oserei dire che è stato un privilegio. Così ogni anno, di fronte all’avvento di un’altra Mille Miglia, resto abbagliato e stupito dalle parole ascoltate lungo il percorso, sulle onde di mille e mille radio collegate, dagli schermi delle varie televisioni che popolano l’universo mediatico e, soprattutto, colte al volo tra la gente – tanta, tantissima -, pazientemente assiepata lungo le mille miglia percorse dalla carovana. La parola ricorrente è “fantastico”: detta a margine di una passerella sulla quale sfilano, nobili ed impettite, auto d’epoca è probabilmente la somma di più aggettivi superlativi dedicati alla bellezza; letta sul vocabolario sta a significare una “eccezionale e straordinaria” espressione di bellezza unita ad una buona dose di “virtù poetica” alla quale non fa difetto, ovviamente, la fantasia.

Così, il bello della Mille Miglia continua a essere quel suo essere al centro di chiacchiere e interessi che stanno dentro e fuori la competizione, che attraversano l’Italia ma anche il resto del mondo. Tutto per dire che la corsa bresciana per eccellenza, la più bella ed affascinante vetrina delle automobili d’epoca, è un patrimonio condiviso da Sud a Nord e da Est a Ovest, cioè ovunque vi sia qualcuno disposto ad emozionarsi e a fremere di passione per vere opere d’arte – perché è fuor di dubbio che le automobili destinate alla 1000 Miglia sono opere d’arte – o per una prestazione autenticamente sportiva.

Retorica a parte, credo che il canto nuovo e migliore che si possa adesso intonare alla Mille Miglia – corsa che molti vivono e partecipano da che è nata in chiave storica e che amano, invece, fin da quando hanno avuto la fortuna di udirne il richiamo affacciandosi alla ribalta del Rebuffone -, sia quello che alle parole di fedeltà allo spirito originale coniuga la capacità di stupirsi e di emozionarsi di fronte ad automobili non belle perché vetuste e storiche, ma semplicemente perché opere d’arte. Vale a dire: creazioni uniche, modelli non classificabili, opere vive e preziose come solo gli oggetti amati possono ed hanno ragione d’esserlo.

La 1000 Miglia come una vetrina nella quale il mondo, anche il più strano, si mette regolarmente in mostra. Fino alla conclusione della fase competitiva – anno 1957 -, ad esempio, nella vetrina trovavano posto gli agguerriti affezionati che all’esperienza univano la conoscenza di ogni singolo modello, di ogni pur piccola parte di motore, di ogni singolo concorrente. Tra costoro ve ne era uno che veniva, se la memoria non ci inganna, da Langhirano, patria del prosciutto, e che generosamente distribuiva preziose fette della coscia stagionata del suo maiale più bello, spiegando e rispiegando che Nuvolari, prima di mettersi al volante, voleva proprio un panino imbottito con il suo prodotto. Capitava spesso che i testimoni più accreditati dell’evento, stanchi di sentirlo vantarsi per il fatto di appagare i gusti del grande pilota, gli chiedessero: “Ma sei sicuro che Tazio preferisca il prosciutto invece del salame di Mantova?”. La risposta, sempre la stessa, era piccante: “Tacete, ignoranti. Ignoranti e indegni di respirare il profumo del mio prosciutto e anche quello dei suoi calzettoni”. Seguivano, ovviamente, saporitissime giaculatorie. E profondissime dormite, tutte causate dalla facilità con la quale il Giovanni di Langhirano dava fondo alla scorta di Lambrusco custodita negli zaini-bagaglio che si portava appresso.

Giovanni, ci raccontarono alcuni che lo conoscevano bene, era un contadino solitario: tanto bravo nel suo mestiere quanto incapace di mantenere rapporti normali con il resto del mondo; maestro nell’allevare maiali da “prosciuttare” ma asino di prima grandezza quando si trattava di commercializzarli; scapolo per colpa più che per scelta; innamorato dei motori ma mai abilitato alla guida. Se ne è andato per i prati del cielo nel bel mezzo di un gelido inverno. Non l’avevano visto alla solita osteria del sabato. Per chissà quale congiunzione astrale, quella sera Giovanni aveva deciso di arrampicarsi fino al fienile di stagionatura del suo prosciutto. Lo trovarono, morto ma con il sorriso stampato sulla bocca, accanto al modellino di Maserati che lui stesso aveva costruito servendosi di pezzi di lamiera e di legno strappati ora alla stalla, ora al tetto di casa. Su un cartone aveva scritto: “Con questa Nuvolari vincerà tutte le corse del mondo”.

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In tempi più recenti, quelli che salutarono la liberalizzazione delle frequenze televisive col conseguente avvento di mille e mille televisioni, un modellino di auto, forse proprio una Maserati, mi consentì di aprire una breccia nel “tenero” cuore (un “tenero” che si faceva “arcigno” quando in palio c’erano benefici per la corsa) di Costantino Franchi, l’organizzatore e principe indiscusso della “nuova” 1000 Miglia, quella storica. Allora la televisione locale di Brescia – Teletutto, ovviamente -, benché riconosciuta da un buon numero di bresciani come l’unica in grado di reggere il confronto, non navigava certo nell’abbondanza. Si trattava, dopo alcune edizioni di 1000 Miglia mandate in onda in differita e senza altro disturbo se non quello di cavare il sangue dalle rape a disposizione, di passare alla diretta e, dunque, di trattare l’evento secondo i canoni del reciproco interesse.

Costantino Franchi, allora gran patron, chiedeva la luna; noi, al massimo, potevamo offrire qualche lumicino. Ma era obbligatorio concludere. La cartolina in bianco e nero con il modellino di Maserati guidata da un bellissimo bambino biondo era in mostra nella bacheca della tabaccheria. Con sole cento lirette divenne mia. Scrissi: “A Costantino, con l’augurio di una Mille Miglia sorridente e beata”. Prima di iniziare la trattativa gli consegnai quella furtiva cartolina dicendo, spudoratamente, di averla portata da Parigi proprio per lui. Sorrise, gradì, firmò l’accordo: onorevole per lui e per noi.

Così, per Teletutto, incominciò la serie fortunata delle partenze e degli arrivi della 1000 Miglia trasmessi in diretta. Di quel primo esperimento è rimasta famosa la domanda rivolta ad un concorrente giapponese in perfetto dialetto bresciano. Lui non capì la domanda, io inventai però la risposta. “Ha detto che è felice di essere qui, che tornerà anche il prossimo anno”, spiegai al pubblico televisivo. Per mia sfortuna, l’unica signora autenticamente giapponese presente a Brescia essendo moglie di un bresciano, era all’ascolto. Ci raggiunse telefonicamente per complimentarsi e per confermarci, sebbene non capisse come era potuto accadere, che il pilota aveva detto proprio quel che io avevo riferito.

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Un modellino di Bugatti avuto in regalo da un’amica bizzarra e sempre disponibile a ficcare il naso nelle vicende automobilistiche bresciane, invece, mi portò dritto al cuore di una stupenda ragazzona americana. Veniva dalla California e accompagnava il papà, vero appassionato di Ferrari d’epoca, nell’avventura della 1000 Miglia. Non potendo navigare in giro per l’Italia per via di un strappo muscolare alla schiena, se ne stava arrabbiata dietro una transenna: tale e quale una figlia di nessuno e, per giunta, incapace di profferire una parola in italiano. Incuriosito, o forse solo desideroso di scoprire donde arrivasse simile bellezza incastonata in un sorriso a trentadue carati, mi avvicinai. L’offerta del modellino di Bugatti la rincuorò e le aprì le porte di una città che già le era sembrata scorbutica ed invivibile.

Benedetta ragazzona americana di California!

Il suo indirizzo, insieme alla promessa di renderle visita nel sontuoso ristorante affacciato sull’oceano di San Francisco, di proprietà del padre, sta rinchiuso nel cassetto dei segreti ricordi. Di lei, a ogni anno di 1000 Miglia, tra la folla degli spettatori e tra i concorrenti, cerco e non trovo le sembianze. Chissà, forse quest’anno la ritroverò dietro la solita transenna. E avrà sicuramente in mano quel piccolo, grazioso, intrigante modellino di Bugatti.

LUCIANO COSTA

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