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Quasi centomila chiese: aperte, chiuse…

In Italia ci sono almeno novantacinquemila chiese, quasi tutte utilizzate, tante aperte, altre dimezzate nella loro funzione primaria (che è quella di luogo di preghiera mai chiuso), altre abbandonate e sistematicamente chiuse. Non è una novità, semmai il periodo della pandemia ha aggiunto chiusure a chiusure. Perché mai proprio le chiese, idealmente le case della comunità, vengono chiuse? Quali sono le radici del fenomeno? Di quante chiese si parla? Che valore conservano le chiese chiuse? Come è possibile restituirle alla loro funzione?

Ho visto un libro (“Chiese chiuse”, editore Einaudi) scritto da Tomaso Montanari, noto storico dell’arte dichiaratamente cattolico e fedele: bello e raccapricciante. Ci sono i numeri che compongono la “forza chiesa” ma anche quelli che di fatto riducono la sua offerta al necessario. Colpa della pandemia che ha disabituato a frequentare, della carenza di fondi per mantenerle vive e agibili, dell’impossibilità di avere in ogni chiesa il suo pastore, ma anche di tanto altro, di tutto un po’, compreso il venir meno del senso religioso. Che fare? Le risposte sono nell’intervista che Antonella Palermo ha fatto all’autore e che propongo come elemento di riflessione.

(L. C.)

Quale è il rischio cui sono sottoposte le chiese in Italia?

Andare in rovina e rimanere chiuse perché nessuno sa più bene cosa farsene, oppure diventare oggetti di mercato. Siamo in un’epoca a una sola dimensione in cui sembra che il nostro essere umani conti assai meno del successo, del denaro e dunque ciò che non rende non sembra meritare di sopravvivere. Questa logica è terribile… La quantità enorme di chiese dove noi non possiamo entrare prelude a ciò che succede dietro quelle porte: o un decadimento sempre più diffuso o chiese trasformate in tutt’altro e sottoposte a una sostanziale mercificazione.

Ma chi e che cosa ha portato a questa degenerazione?

Naturalmente all’origine c’è un problema di contrazione della pratica religiosa, di diminuzione delle comunità, di minori necessità di luoghi sacri. In Italia esistono circa 95mila chiese, delle quali 85mila sono storiche, antiche, beni culturali. Ma questo è solo una parte della spiegazione perché le chiese in Italia sono inscindibilmente monumenti civili e monumenti religiosi… Si potrebbe addirittura dire che le chiese sono piazze coperte. Quindi, c’è una doppia crisi: da una parte quella della pratica religiosa, ma dall’altra lo smarrimento di un senso di collettività, di comunità civile. E’ la nostra solitudine, il nostro individualismo, lo smontaggio di una idea plurale, è il passaggio dal noi all’io che rende le chiese luoghi di cui non sappiamo più che cosa farcene…

Leggo nel libro che lei, quando ha un momento di pausa e si trova in una città, preferisce entrare in una chiesa piuttosto che in un museo…

Perché le chiese sono luoghi dove le opere d’arte ti sorprendono, ti aggrediscono come gli animali nella foresta, nel loro habitat naturale. Sono luoghi vivi dove ci sono ancora veri tutti i nessi di significato… In un tempo così schiacciato sul presente, così sordo verso il passato e purtroppo incapace di un futuro diverso, in questa nostra miopia, le chiese ti insegnano, ti aprono, ti portano in un’altra dimensione. Sono come un respiro, una pausa, come un silenzio, una consolazione, qualcosa che ti sottrae al tritacarne di una vita tutta misurata in termini di produttività, performance, successo. Ecco, nelle chiese si può essere se stessi e ascoltare: cosa che ormai è davvero difficile fare altrove.

Ma poi è arrivata la pandemia e ha scombussolato tutto…

Io penso di sì, perché ci siamo trovati chiusi nel nostro privato e devo dire che è stato molto importante le chiese, se non tutte almeno tante, fossero aperte. In quei omenti le chiese, enormi nello spazio e, purtroppo tristemente semivuote, erano luoghi non solo per la preghiera privata ma anche per entrare in una dimensione che permetteva di pensare, di capire che questa emergenza sarebbe finita.

Resta però il dovere di far vivere le chiese, di rinvigorire la conoscenza artistica di questi scrigni di bellezza per farne luoghi vivi…

Ma la soluzione non è un approccio esclusivamente turistico o erudito. Per esempio, non dobbiamo immaginare che le chiese debbano acquistare le proprie funzioni in un modo performativo: è giusto che ci possano essere dei concerti, oppure percorsi espositivi di arte contemporanea, è tutto possibile e in parte giusto. Ma io credo che non dobbiamo nemmeno avere l’ossessione di riempire perché proprio nel loro essere vuote, le chiese ci riempiono di senso. Come le pause. E’ la scala smisurata delle grandi basiliche medievali che appare nello spazio urbano a stupire l’animo di chi ne è capace. A cosa servirà mai quel grande vuoto? Forse serve proprio a raccordare l’anima, lo spirito, l’interiorità su una dimensione di apertura, di pausa, di silenzio. Ed è particolarmente importante, proprio per la sua dimensione gratuita, generalmente attuata, ma qualche volta anche disattesa…

Resta il problema del “mantenere le chiese” aperte e agibili…

Non si tratta di colpevolizzare nessuno, la situazione è complessa e difficile. Credo, tuttavia, che le Sovrintendenze, insieme alle istituzioni religiose avrebbero il compito, e anche il dovere, di dare la precedenza alle chiese. Siamo in un Paese che organizza un numero stratosferico di mostre, anche di eventi effimeri… Io penso che dovremmo dare la precedenza ai monumenti più che agli eventi. Potremmo impiegare lo stesso sforzo di conoscenza, di diffusione, di propaganda per fare conoscere le chiese e credo che bisognerebbe sperimentare – e in alcune città italiane si comincia a farlo – delle forme cooperative che possano assicurarne l’apertura con qualcuno che, volendo, può anche indirizzare i visitatori. In Piemonte, in Val d’Aosta alcune piccole chiese alpestri, e non solo, si possono aprire tramite una app nel cellulare che reagisce con la serratura e quindi permette a persone individuate – mantenendo quindi sicurezza – di entrare e di usufruire di un sistema di guide registrate, oppure semplicemente di stare in silenzio nella chiesa. Ci sono mezzi sostenibili senza l’imposizione di un biglietto. Credo che questo meriterebbe un investimento di denaro pubblico perché investiremmo in qualcosa che è molto simile alla scuola.

Bisognerebbe prima riportare i giovani in chiesa…

Bisognerebbe evitare di trattare i giovani come delle mandrie da condurre da qualche parte. Bisogna ascoltarli, innanzitutto. E anche questa è una cosa che nelle chiese si impara, stare un po’ in silenzio ad ascoltare.

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