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Quattro ceffoni ai maleducati…

Ai bisogni, e soprattutto ai “bisognini” non si comanda. Insomma, quando scappa, scappa. E se scappa, da qualche parte bisogna pur farla. Tutto normale? No! Perché non è lecito, per nessuno, farla dove capita. Questione di educazione e di civiltà, che non sono componenti di un mondo piuttosto che di un altro, ma dell’intero universo. Il Codice della strada, ad esempio, punisce i “bisognini” improvvisati al limite della carreggiata e i regolamenti di Polizia municipale non sorvolano certo sugli abusi. Ciò non toglie che lo spettacolo dei “bisognini” vada in onda. L’altro giorno un giovanotto rubicondo e vispo – uno di quelli che stando a cavallo della balaustra che separa i portici dalla via sottostante si atteggia a tombeur des femmes – il bisognino l’ha fatto in un angolo, sotto l’ingresso posteriore del teatro civico e proprio di fronte alla passeggiata dei cittadini bresciani. Nessuno lo ha rimproverato e neppure multato. Forse perché a nessuno è passato per la mente che si poteva fare l’una e l’altra cosa? Non credo. Piuttosto credo che il silenzio sia diventato ormai una forma di difesa rispetto alla prepotenza dei villani in libera circolazione in città come in provincia.

In silenzio subiamo un numero imprecisato di angherie che spaziano dall’arroganza di quegli automobilisti che se ne infischiano delle code e sbucano da sinistra e destra per accaparrarsi un posto il più avanti possibile, alla strafottenza di ragazzotti e ragazzotte che usano il piano delle panchine come porta-piedi e la spalliera come sostegno del loro fondo schiena; dal perbenismo di fruitori e fruitrici di pubblici giardini lì con il solo scopo di dare libero sfogo ai bisognini del loro adorato cane, alla supponenza di quanti considerano i cassonetti porta-rifiuti niente più che bersagli per le loro esercitazioni balistiche; dalla villania di visitatori e visitatrici di chiostri che amano lasciare traccia del loro passaggio graffiando o spargendo vernice sui muri, alla villana interpretazione del potere messa in scena da questo o quel tutore del cosiddetto ordine pubblico.

Ma, perbacco, che cosa si potrebbe dire alle tante, troppe persone che se ne infischiano delle regole e di qualunque appello alla civiltà?

Neppure il manuale delle buone maniere, ormai roba d’antiquariato, offre una risposta convincente. Suggerisce, invece e per prima cosa, di non fare niente che possa disturbare il furfante che intenda mettere a repentaglio la vostra integrità. In seconda battuta consiglia di gridare a squarciagola e di chiamare senza indugio le Forze dell’ordine; in terza battuta consiglia l’uso del cellulare, di uno spray disturbante, dell’ombrello a mo’ di clava scaccia-intrusi, di mani, unghie e qualunque altra cosa possa recare offesa. Il manuale sconsiglia, invece, qualsiasi tentativo di rimproverare o far ragionare i lestofanti essendo probabile che tale esercizio civile possa scatenare i loro istinti violenti. Di parere diametralmente opposto alle indicazioni del citato manuale mi è parsa una simpatica ed arzilla signora – “una settantina”, come direbbe il commissario Montalbano -, che al ragazzotto troppo attento alla sua borsetta ha prima mollato un manrovescio e poi una serie di ombrellate degni entrambi di lode ed applausi. Poco dopo, a chi si complimentava per la coraggiosa lezione data al presunto lestofante, dalla “settantina” in questione ho sentito distintamente dire: “Io non ho paura di nessuno. E se tutti facessero come me nel giro di poche settimane di queste “mezze tacche” non resterebbe traccia”. Ho allora pensato che al ragazzotto che i suoi bisognini è andato a farli proprio lì dove altri passano per andare a teatro, andrebbe a pennello impattare il suo fondo schiena con quello che i frequentatori di luna-park chiamano “calcinculo” e che noi immaginiamo essere quell’esercizio ginnico-civile fatto per indurre il piede a sollevarsi da terra per andare, dopo un breve e rapido tragitto circolare, a sbattere, con forza proporzionata al messaggio recapitato, contro i glutei dell’incauto esecutore di atti, in ogni caso e ad ogni latitudine, contrari alla morale, al buongusto e alle regole che sovrintendono ogni principio di pacifica convivenza.

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