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Quel che i giovani insegnano…

Merita un supplemento di attenzione, per il suo significato esemplare, la 73ª edizione del Prix Italia, il concorso internazionale che la Rai promuove dal 1948 e che si è concluso giovedì scorso a Milano con la cerimonia di premiazione dei vincitori a Palazzo Lombardia. Il premio riservato alle migliori produzioni radio, tv e web di mezzo mondo (la giuria ha considerato 251 opere, provenienti da 33 Paesi e 5 continenti) ha messo in evidenza alcune verità che troppo spesso restano sotto traccia, nascoste, sconosciute. In primis la capacità creativa dei giovani, in alcuni casi dei giovanissimi, le nuove generazioni che a volte faticano a raccontarsi o a parlare di sé faccia a faccia, ma che grazie alle più moderne tecnologie sanno stupire, esprimersi e comunicare benissimo. In forme nuove. Vale per la musica, come per il web o per i social network, strumenti di comunicazione spesso criminalizzati da chi semplicemente non sa usarli o gestirli.

“Basta, sei sempre con quel telefonino in mano”, ripetiamo spesso noi genitori dello scorso millennio ai nostri figli, nativi digitali. In realtà, lo smartphone è una macchina dalle potenzialità infinite: è un’arma di connessione, comunicazione e conoscenza praticamente senza limiti. E come tutte le armi, non è cattiva in sé: tutto dipende dall’uso che se ne fa. Vale per un pc come per una pistola. Che può essere usata per uccidere, ma anche per difendersi, per scoraggiare chi vuole compiere un reato, per garantire la sicurezza di tutti. Allo stesso modo, con Tik Tok si può esibire un inutile balletto o doppiare una celebrità, ma si può anche creare una nuova connessione fra ragazzi isolati dalla pandemia, chiusi in casa dal lockdown o dalla didattica a distanza. E così aiutarli a crescere, a confrontarsi, a resistere. Ed è esattamente ciò che hanno fatto alcune intraprendenti ragazze di Berlino, trasformando il canale social più alla moda in un safe space, uno spazio sicuro, un ambiente inclusivo nel quale affrontare i temi più difficili da discutere con i genitori, una comunità di auto-mutuo-aiuto capace di abbattere le barriere e, soprattutto, di ingaggiare i coetanei, anche i più riottosi, grazie a un linguaggio semplice e diretto. La giuria del Prix Italia ha premiato le intraprendenti ragazze tedesche nella sezione Web Factual, quella che racconta la realtà online. Un altro modo per evadere dagli stereotipi e dagli spazi chiusi della pandemia lo ha trovato Corey Baker, giovane coreografo neozelandese che sulla BBC ha reinterpretato un classico della danza, il Lago dei Cigni, facendo esibire 27 ballerini dell’omonima compagnia, ognuno nella vasca da bagno di casa sua. E poi ha montato un fantastico balletto on line. Idea un po’ folle, ma realizzata con tanta genialità da conquistare il primo premio nella categoria Web Fiction. Secondo la giuria, si è trattato di «un perfetto esempio di come la creatività umana possa esprimersi anche in un momento di crisi».

Ancor più forte la testimonianza di Feras Fayyad, regista siriano vincitore della sezione Documentari Tv. Il reportage – intitolato The Cave, la grotta – «fa esplodere la guerra davanti ai nostri occhi, anche se viviamo dalla parte opposta del mondo: una tecnica magistrale rende il suo messaggio impossibile da ignorare, un lavoro urgente e necessario», ha commentato Ferruccio De Bortoli, presidente di giuria della sezione, già direttore del Corriere della sera e oggi presidente della casa editrice Longanesi. “Quando avevo 26 anni sono sceso in strada e ho iniziato a documentare cosa succedeva nel mio Paese – ha raccontato Fayyad stringendo il premio fra le mani -. Per questo mio lavoro sono finito fra le persone ‘scomparse’, sono stato rinchiuso in una prigione, sono stato trattato dal Governo come un sub-umano, peggio di un animale, e mi sono trovato più volte di fronte alla morte, nella stanza delle torture, con gli occhi bendati, circondato da grida disperate. Io sono sopravvissuto, fra migliaia di persone che sono morte, e ora, insieme ai super eroi che sono rimasti là, cerco di contribuire alla lotta del mio popolo per ottenere giustizia e per mettere fine al suo assurdo genocidio. Nel giugno 2020, nove anni dopo la mia cattura, ho reso la mia testimonianza nel primo processo sulle torture, davanti a un tribunale tedesco, e mi sono trovato di fronte ai miei aguzzìni, che hanno cercato in ogni modo di mettermi a tacere, ma non ce l’hanno fatta. Ora sono qui, davanti a voi, e sono un essere umano, rispettato, e con la possibilità di esprimermi. Di questo sono grato alla Germania e a tutti voi. Sono un profugo e, in attesa di un nuovo processo a Ginevra, mi batto con tutte le forze affinché sia fatta giustizia e tutti i prigionieri politici ingiustamente detenuti in Siria siano liberati”.

Il lavoro di Fayyad – già nella cinquina per il Miglior Documentario agli Oscar del 2020, vincitore al Toronto Film Festival e in analoghi concorsi a Londra, Amsterdam e Roma -racconta l’eroismo delle dottoresse che curano le vittime della guerra civile in un ospedale sotterraneo sotto Ghouta, vicino a Damasco. Girato in condizioni estreme da un 26enne senza paura, il docufilm offre un potente punto di vista sul dramma siriano, un genocidio che l’Europa e il mondo intero spesso ignorano. Un lavoro tanto coraggioso ha fatto il paio con altre opere in concorso, dedicate ai temi della disabilità, dei diritti civili, dell’omofobia, del «diritto alla casa» che a ogni latitudine contrappone pochi speculatori a una massa sterminata di poveri o persone in difficoltà. Morale: c’è tutto un mondo da scoprire sotto la crosta del già visto. Diamo un’opportunità ai giovani e ai giovanissimi – mettiamo nelle loro mani una cinepresa o uno smartphone – e vedremo la realtà in modo nuovo. Quanto meno la vedremo da un nuovo punto di vista: il loro. Scopriremo tutto ciò che i nostri occhi non riescono più a vedere (o non vogliono vedere) e come si può costruire un mondo migliore. Mai fiducia sarà stata meglio riposta.

MARCO BENCIVENGA

Direttore “La Provincia di Cremona”

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