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Russia e Putin: dov’è la libertà?

Due anni fa si regalò un referendum fatto su misura per le sue mire-ambizioni-pretese; l’altro ieri ha firmato la legge che gli consente di restare dov’è, lui e il suoi compagni di viaggio, fino a quando vorrà, più o meno quando il calendario segnerà il 2036 e lui, il capo della Russia, di anni ne avrà raggiunti, sempre che il fato gli sia stato benigno, appena 84, età media di gerarchi e dittatori. Questo lui che pur non essendo nato inossidabile ha fatto in modo di esserlo e di mostrarlo al mondo, si chiama Vladimir Vladimirovic Putin, ex militare, ex funzionario del potentissimo sistema di controllo e spionaggio (più o meno un covo di spie e di serpi) conosciuto nel mondo con la sigla KGB, poi diventato politico talmente convinto di essere l’uomo giusto al punto giusto, unico, insomma, da caricarsi di tutti i titoli possibili, compresi quelli di segretario e di presidente della Russia, non solo per il tempo previsto da leggi e norme in vigore ma vita-natural-durante e questo grazie a opportuni manipolamenti-aggiustamenti e adeguamenti delle medesime leggi e norme. Non ho simpatia per personaggi di siffatta risma e, quindi, neppure per Putin. Invece, ho simpatia per certi russi che sfidando le ire del potente, ogni fine settimana si mettono in fila per invocare libertà e democrazia, due parole di cui Putin non vuol sentire neppure il suono, due vocaboli che egli rifiuta, due aneliti che al capo van di traverso ancor prima di arrivare a bagnargli la lingua.

Molti si sono stupiti e magari anche indignati sentendo il presidente americano Biden definire il presidente russo Putin un killer (termine che identifica l’esecutore di una condanna, solitamente letale). Personalmente non mi sono né stupito, né indignato. Infatti, a mio personalissimo avviso, Biden metteva in chiaro quel che da tanto tempo i suoi uffici sapevano e che genericamente ma puntualmente si andava dicendo in giro nel mondo libero. E cioè che quell’autoproclamato zar era e restava, a tutti gli effetti, responsabile di ogni atto compiuto dai suoi nel suo Stato e nella sua giurisdizione. Ora, la firma della legge che gli consente di restare dov’è fino al 2036, genera scandalo tra i cultori della democrazia, getta ombre sinistre e fosche sul concetto di libertà rimettendo impunemente in circolo il peso della dittatura. “Putin è un dittatore” hanno scritto in tanti. Leggo dal vocabolario che il dittatore è il frutto della dittatura, la quale è “una forma di governo autoritaria e totalitaria che accentra il potere in un solo organo, se non nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni o altri fattori politici e sociali interni allo Stato”. Quindi, Putin è, a tutti gli effetti, la rappresentazione di ciò che asserisce il vocabolario. E se non vi basta, aprite una qualsiasi pagina di storia che lo riguarda e leggete….

In una di queste Pagine, messa lì come nota al testo, ho letto che “nei convulsi giorni che seguirono la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), Putin rimase nell’edificio del KGB a Dresda, collocato accanto a quello della STASI, impegnato a bruciare personalmente un’enorme quantità di fascicoli dell’archivio segreto per impedire ai manifestanti di entrarne in possesso. E quando il 5 dicembre una folla inferocita assaltò e distrusse la sede della STASI per poi minacciare quella del KGB, all’interno chiesero aiuto al vicino distaccamento militare, ma la risposta fu negativa in assenza di ordini da Mosca. Allora Putin, rimasto l’ufficiale di grado più alto dopo la fuga del suo superiore, uscì in cortile armato di pistola, si qualificò come interprete e spiegò che quello era territorio sovietico…”. Quel che successe a Berlino con la caduta del muro lo sapete. Ma, forse, vi è sfuggito che proprio da quei fatti tipi come Putin hanno incominciato la loro inarrestabile corsa al potere assoluto in una Russia disorientata e preda di convulsioni politiche tutt’altro che normali.

Però, adesso, cioè dopo che l’ascesa al potere di Putin ha toccato il “massimo splendore” e annullato “qualsiasi pudore”. alludere alla nuova Costituzione russa, quella appena firmata, come un espediente a beneficio esclusivo del presidente sarebbe tuttavia fuorviante. Infatti, quella firmata l’altro ieri a suggello del ridicolo referendum andato in scena e adesso concluso con l’emanazione della legge, è soltanto una “velina costituzionale”, vera ma palesemente fatta a misura del capo. Il quale, da qui in avanti, potrà far moine e scherzare su quel che gli altri dicono e pensano di lui senza neppure preoccuparsi di fare brutta figura, di passare per dittatore, di essere assimilato a un qualsiasi killer…Nel frattempo, di una Russia in cui le manifestazioni degli oppositori al “capo supremo” vengono sistematicamente soffocate e i suoi oppositori associati alle patrie galere, le fonti ufficiali mostrano sempre e soltanto la crescita economica, i salari più che decorosi e la corsa al benessere. Invece, sull’amnesia delle nuove generazioni (“la durevole Belle Époque putiniana” l’ha definita un inviato libero e coraggioso), generazioni azzoppate dalle sanzioni, dal crollo dei prezzi degli idrocarburi, dalla protesta diffusa e da ultimo dal coronavirus, la desinformatija, arte in cui Mosca è maestra, aggiusta-accomoda-modifica-semplifica.-addolcisce e rende commestibili molte cose, anche tutto e il contrario di tutto, perfino una Costituzione scritta a misura di un dittatore.

Ma, in fondo, “chi se ne importa”. La Russia è lontana e noi, noi che pure abbiamo cullato schiere di suoi ammiratori (si chiamavano comunisti e di loro si son quasi perse le tracce), a quel che succede a Mosca e dintorni facciamo spallucce. E magari aspettiamo che lo zar Putin ci mandi qualche confezione di Sputnik (vaccino anti virus) in regalo. Ovviamente, alla faccia della libertà e della democrazia.

Infine, non avendo letto al proposito commenti, ascoltato riflessioni, misurato arrabbiature e visto sceneggiate televisive, mi chiedo se sono io il cieco e sordo, o se davvero non v’è stata alcuna importante reazione.

LUCIANO COSTA

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