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Se il colore fa la differenza…

di Marco Bencivenga –

Dieci milioni di lombardi da ieri sono tornati ad assaporare un po’ della libertà perduta lo scorso 5 novembre, quando il premier Giuseppe Conte definì l’intera Lombardia «zona rossa» per proteggerla dalla seconda ondata della pandemia da Coronavirus. Cremonesi, bresciani, milanesi, bergamaschi, mantovani e i cittadini di tutte le altre province lombarde da ieri possono uscire di casa, riaprire i negozi di abbigliamento, scarpe e addobbi di Natale, tornare a frequentare i centri sportivi e preparare la cartella per gli studenti delle scuole medie che oggi riprendono le lezioni in presenza. Una bella boccata d’ossigeno dopo tre settimane di semi-clausura, anche se la guardia resterà alta, perché la zona rossa è diventata soltanto arancione, non ancora gialla – tanto meno verde, come la luce del semaforo che decreta il via libera per antonomasia – e se la curva dei contagi rimane preoccupante, per quanto in frenata. In regione Lombardia, nel mese di novembre il Covid ha obbligato a contare 3.977 morti e 206.915 nuove positività. C’è poco da festeggiare, insomma.

Eppure il Governo ha deciso di allentare le misure più restrittive, accogliendo le pressanti richieste dei sindaci e del presidente Fontana, ma – ancor più – ascoltando gli appelli di migliaia di commercianti scesi in piazza per reclamare il diritto di lavorare, seppur a scartamento ridotto, rispettando le regole del distanziamento sociale. All’appello mancano ancora bar e ristoranti, ma anche teatri, cinema, musei, sale giochi, piscine e palestre (e i centri commerciali, limitatamente al week end). Per riaprire anche queste attività bisognerà diventare zona gialla, un ulteriore allentamento possibile, ma tutt’altro che scontato: dipenderà dai 21 indicatori che determinano il grado di diffusione del virus, ma soprattutto dipenderà dal senso di responsabilità che ogni singolo cittadino dimostrerà da qui a Natale. Perché non c’è Dpcm che tenga se le regole non vengono rispettate anche in privato, non per obbligo, ma per scelta; se non si indossa la mascherina, se non si rispetta il distanziamento, se non ci si lava le mani con la giusta continuità e determinazione, in parole povere se non si è prudenti anche in casa, in ufficio, con gli amici e perfino con i propri familiari e parenti. Vero che gli italiani, nella stragrande maggioranza dei casi hanno dimostrato grande serietà la scorsa primavera, in occasione del primo lockdown, ma basta poco per vanificare tutto.

Si pensi per esempio agli incredibili assembramenti che si sono verificati nei giorni scorsi a Napoli, o addirittura a Buenos Aires, solo per rendere l’ultimo omaggio a Diego Armando Maradona. Con tutto il rispetto per la memoria del più grande calciatore di tutti i tempi, per onorarlo non era necessario scendere in piazza in massa e rischiare di provocare nuovi focolai di contagio. In attesa del vaccino anti-Covid (con la speranza che la Regione riesca a organizzarne la distribuzione con maggiore puntualità ed efficienza rispetto a quanto ha fatto con il vaccino anti-influenzale, praticamente introvabile), la sobrietà e la massima attenzione restano le uniche armi a nostra disposizione per vincere la famosa sfida della «convivenza» con il virus. Significa trovare il giusto punto di equilibrio fra le cautele e la vita normale, fra i divieti collettivi e le libertà individuali, fra le ragioni dei medici e le legittime esigenze delle attività produttive e commerciali.

Quell’equilibrio che non hanno dimostrato i soliti leoni da tastiera, pronti ad aggredire Elena Pagliarini per un semplice post su Facebook. L’infermiera dell’Ospedale Maggiore di Cremona che solo pochi mesi fa era diventata il simbolo di tutti gli operatori sanitari, grazie alla celebre foto che la ritraeva riversa sulla tastiera di un computer al termine di una lunghissima giornata di lavoro, è stata attaccata sui social per aver commentato con sarcasmo l’eccessiva preoccupazione di alcuni «nostalgici» del pranzo o del cenone di Natale. «Preoccupatevi di non farlo in ospedale o magari di non farli mai più, i pranzi», aveva ammonito l’infermiera che per il suo straordinario impegno è stata nominata Cavaliere al merito della Repubblica dal presidente Mattarella. Un avvertimento condivisibile, ma soprattutto un campanello d’allarme legittimamente fatto risuonare da chi ha visto con i propri occhi e toccato con le proprie mani le conseguenze del contagio da Coronavirus e dei comportamenti irresponsabili dei negazionismi che, prima o poi, finiscono in Terapia Intesiva. Tanto è bastato agli odiatori in servizio permanente effettivo per scatenare una tempesta di critiche e di insulti. Ecco: anche alla luce di questo fenomeno, ritrovare la misura, il giusto senso delle proporzioni e il rispetto della competenza è la sfida più grande nel momento in cui ritroviamo un po’ della nostra libertà e diventiamo ufficialmente… arancioni. Solo così potremo dimostrare di meritare la fiducia delle autorità, e tornare il prima possibile gialli, anziché rossi di vergogna.

MARCO BENCIVENGA

Direttore del quotidiano “La Provincia di Cremona”

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