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Tra Stato e Chiesa una nota verbale…

Un disegno di legge pieno di incognite, un testo di difficilissima comprensione, una materia giuridica che rischia di scontrarsi con ciò che è già scritto nel Concordato firmato tra Stato e Chiesa. In gioco, non c’è la supremazia di uno rispetto all’altra, bensì la corretta convivenza dell’uno e dell’altra. Tutto nasce dalla nota, verbale si noti bene, con cui la Segreteria di Stato ha chiesto una diversa modulazione del disegno di legge sull’omotransfobia, che pur non contestando la legittimità di tutelare determinate categorie di persone, segnala il rischio di ferire libertà già sancite da precedenti accordi.

Non sono esperto e neppure così addentro la materia per poter dire qualcosa di nuovo e utile. Però, nulla mi impedisce di vedere nel gran marasma suscitato dalle forze politiche – destra e centro ostili, sinistra e centro sinistra favorevoli – qualcosa che assomiglia a vecchi schemi, quelli che in tempi passati erano considerati capisaldi della regola secondo la quale lo Stato non doveva nulla alla Chiesa e la Chiesa nulla allo Stato. Insomma, “libera Chiesa in libero Stato” e guai al prelato che avesse azzardato un diverso modo di affrontare le questioni.

Il professor Cesare Mirabelli, costituzionalista di notevole esperienza, interrogato sul fondamento della nota verbale divenuta oggetto del contendere e anche di esplicite accuse di ingerenza del Vaticano negli affari dello Stato italiano, ha risposto che il decreto legge in questione “rischia di interferire, fra l’altro, con il diritto dei cattolici e delle loro associazioni e organizzazioni alla piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Niente di nuovo, però ci sono adesso aspetti che mettono a rischio l’impalcatura esistente. “Perciò – sostiene il costituzionalista – non si tratta di contestare o di contrastare la protezione particolare che vuole essere assicurata a determinate categorie di persone (questa semmai è una scelta politica che evidentemente lo Stato liberamente può fare), né si tratta di impedire all’autonomia dello Stato di legiferare, ma di avvisare, di segnalare che alcuni aspetti della norma verrebbero a ferire, a contrastare con un impegno che lo Stato ha preso”.

Se così è, la Chiesa non chiede privilegi, ma solo il rispetto delle norme. “E la nota verbale della Santa Sede – almeno secondo il professor Mirabelli – è una comunicazione che viene fatta, una segnalazione di attenzione per il rischio di ferire alcuni aspetti di libertà che l’accordo di revisione del Concordato assicura… Libertà garantita ai cattolici di unirsi, di manifestare il pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, che sono proprio le espressioni costituzionali; libertà che non vuole essere riservata solo a loro, anche se è espressa per loro e se l’accordo si riferisce a loro”. Non è quindi, quella della Santa Sede, “la volontà di indebolimento delle garanzie che vogliono essere assicurate e nemmeno una nota in conflitto con lo Stato, ma una segnalazione anticipata di un rischio che si corre”.

Il disegno di legge, già approvato alla Camera, passerà al vaglio del Senato portandosi appresso il peso delle polemiche, in verità più di parte che di sostanza, suscitate dalla richiesta di modifiche avanzata dal Vaticano. Sollecitato a rispondere e a definire la posizione del Governo, il presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, non si è tirato indietro e ha chiaramente espresso il suo pensiero. “Senza voler entrare nel merito della questione, rispetto agli ultimi sviluppi voglio dire che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento è certamente libero di discutere. Davanti a qualsiasi progetto di legge – ha aggiunto – il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per rispettare i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato. Ci sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari, e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale”. Poi, dopo aver citato una sentenza della Consulta del 1989 in base alla quale “la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, è tutela del pluralismo e delle diversità culturali”, Mario Draghi ha chiuso il caso dicendo che “questo è il momento del Parlamento, non del Governo”.

La discussione tra le opposte fazioni resta accesa. Domani, forse, ne sapremo di più. Intanto può bastare la solita raccomandazione: fare rumore non aiuta a risolvere le questioni.

LUCIANO COSTA

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