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La fantastica storia del calcio

Da vivo era un dual: da una parte sorridente e dall’altra indisponente; da un lato umano e dall’altro divino; con la mano sinistra accarezzava i proletari alla Fidel, con la destra lustrava dollari e diamanti che i signori del taca la bala gli regalavano; con i piedi deliziava, con la testa delirava; con un pugno stese la perfida Albione, con due sfidò il fisco nostrano e internazionale; con la bocca profferì parole d’amore, ma anche improperi, bestemmie, bugie, mezze verità, giuramenti e pentimenti mai andati a buon fine. Tranne l’ultimo, quello stabilito con sorella morte, che arriva quando vuole e mai quando decidi che deve arrivare, anche se il tuo nome è Maradona.

Adesso che è andato avanti è un normal: un comunissimo umano a cui non è permesso fermare e neppure governare il tempo, un uomo solo in cerca di un angolo di cielo disposto ad accoglierlo. Tutto questo lo scrivo senza avere titoli e competenze calcistiche.

D’altronde, non credo si debba essere tecnici qualificati per vedere nella morte di uomo, casualmente chiamato Diego Armando Maradona, la conclusione penosa della storia (ovviamente se sei convinto che oltre la morte vi sia solo il nulla), oppure il principio di una nuova vita (sempre che nella mente e nel cuore alberghi la certezza che oltre vi sia quel Dio che tutto perdona e tutto trascende).

Non ho partecipato al peana collettivo, ho evitato i cortei, sono stato alla larga dai coccodrilli (merce giornalistica) scritti per stupire ma non per capire. Però, come per il mio amico morto dopo mesi di sofferenze (aveva la stessa età di Maradona, ma il suo genio lo aveva lodevolmente consumato nelle corsie di un ospedale), gli ho riservato una prece, un requiem, una lode al Cristo per ciò che gli aveva permesso di fare, una giaculatoria che lo accompagnasse dove era atteso.

Ho letto infinite cronache, contato un numero eccessivo di pagine dedicate, visto cose e assembramenti di cui speriamo di non dover pagare amare conseguenze. Succede quando vince l’emozione del momento e prevale la corsa a compiacere il popolo tifoso. Eppure, il nostro, ha scritto Andrea Monda “era grasso; un calciatore grasso, un ossimoro vivente. La sua forma fisica il più delle volte non era “a posto”, una contraddizione evidente, ma Diego Armando non era uno sportivo, era un genio. E un genio è sempre fuori forma, fuori posto, perché spinge più in là l’orizzonte delle possibilità…”.

Ho scoperto leggendo Stevenson che “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada lì ricomincia la storia del calcio”. Allora ho rimpianto di non essere un amante del mondo del pallone e anche di non essere quel ragazzino che palleggia “con la serietà con cui gioca un bambino”.

Ecco, il Maradona calciatore che fugacemente ricordo di sicuro “è stato un grande” nel senso che Chesterton (un altro genio) dava a questa parola: “grande non è colui che fa sentire piccoli gli altri, ma che li fa sentire grandi”. L’ultimo scenario è quello in cui domina la fantasia. “Qui – annota il direttore de L’Osservatore Romano – c’è poco da dire, dato che è forse la caratteristica propria del genio creativo… Più fantasia meno muscoli, un po’ l’opposto del calcio di oggi”.

Però Armando era grasso: certo una sovrabbondanza di peso, ma sempre ammantata di pura fantasia, non di muscoli.

LUCIANO COSTA

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