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Ricordando Gino Bartali…

Alto un soldo di cacio, ma tifoso convinto di Gino Bartali, quello che la bicicletta la usava per vincere ma anche per correre in soccorso di chi stava peggio di lui o che aveva urgente bisogno di ricevere aiuti o messaggi che lo aiutassero a conquistare giorni di vita e di futuro. La passione pr Bartali l’avevo appresa da papà, che si chiamava anche lui Gino, ma che la bicicletta la usava soltanto per andare a lavorare. Diceva che il “Ginettaccio” oltre che grande nella corsa lo era anche nel dopo corsa, quando con solava gli sconfitti o prendeva parte dei suoi premi e li regalava agli ultimi della fila. In sovrappiù, papà mi raccontò che nei tempi duri della repressione, Gino sfidava il regime e in bicicletta portava ai gruppi partigiani messaggi, notizie e gli aiuti che riusciva a raccogliere e ad accomodare sul suo straordinario mezzo di trasporto.

In collegio, dove non si andava in bicicletta ma che della bicicletta sentivamo parlare ogni giorno – allora era il mezzo di trasporto principale, quello che univa le famiglie in un solo abbraccio -, c’erano due correnti: Bartali e Coppi. Io stavo in quella di Bartali, la più popolare. E meno vincente, almeno in quel fini stagione che al Bartali faceva mostrare tante rughe e pochi muscoli. In una delle sue ultime corse, passando in riva al lago e vedendo noi ciurmaglia in libera uscita che lo acclamava, si fermò per regalarci il cappellino e per dirci che “nella vita l’è meglio correre che star fermi”. Più avanti negli anni, una volta che il Giro passava da Brescia con al seguito Gino Bartali in veste di esperto a uso e consumo dei gazzettieri, il sindaco più sindaco di tutti i sindaci, niente altro che Bruno Boni, mi costrinse a seguirlo in piazzale Arnaldo dove, all’ombra del frate rivoluzionario, aveva dato appuntamento al Ginettaccio. Passò la carovana sparpagliando palloncini e bandierine, passarono le staffette e anche le macchine cariche di pubblicità, poi quando ormai toccava ai corridori passare, preceduto dal boato della folla, si presentò Gino – bello, sorridente, con la voce rauca e la battuta tagliente che non risparmiava nessuno – e si fermò proprio dove il sindaco gli aveva dato appuntamento: sotto la statua di Arnaldo. Seguì una scena strabiliante in cui, dopo abbracci, saluti, strette di mano e promesse di nuovi incontri Ciro proclamava Gino cittadino onorario di Brescia e Gino proclamava Ciro il miglior sindaco dell’italico stivale.

Tutto questo insieme di dolci ricordi per non far passare quest’anno 2020, ventesimo anniversario della morte di Gino Bartali, senza che anche tra queste contrade risuoni un grazie indirizzato al più simpatico e coraggioso ciclista d’Italia. Chi era Gino per meritarsi tanto onore? In Toscana lo chiamavano l’Intramontabile; chi l’aveva allevato per correre dopo avergli insegnato ad aggiustare biciclette diceva che aveva voglia di pedalare anche quando le gambe gridavano di dolore in salita; l’amore della sua vita, Adriana, spiegava che aveva visto in lui “la bellezza di un cuore raro perché sapeva solo amare, schietto, solido e tenace di fronte a mille sfide, un uomo in cui aere fiducia”; il cardinale di Firenze Elia Angelo Dalla Costa, disse di aver visto in Bartali “uno dei suoi amici più cari”. Infatti, spiegava “solo a un amico puoi chiedere di affrontare con coraggio la sfida più pericolosa, quella di mettere  a rischio la propria vita per salvare tanti ebrei perseguitati dal regime nazi-fascista. Con la scusa di doversi allenare sui 200 chilometri tra Firenze e Assisi, egli trasportò per molte volte e in gran segreto documenti falsi per creare salvacondotti, nascondendoli nella canna della bici. L’avessero scoperto, lo aspettava la fucilazione immediata, ma teneva sempre a mente il premio di questa incredibile corsa: il sorriso dei tanti bimbi e delle molte famiglie a cui regalò una nuova vita”.

​​Nel 2013, lo Yad Vashem di Gerusalemme proclamò Gino Bartali “Giusto tra le Nazioni” e nel 2018 gli venne intitolata una pista ciclabile di 14 chilometri nella foresta di Haruvit, in Giudea, dove pedalano anche i ragazzi di una scuola di ciclismo a lui dedicata, la «Gino Bartali Youth Leadership School». A vent’anni dalla sua morte, avvenuta il 5 maggio dell’anno 2000, Gino è ancora tra noi con il suo sorriso e la sua voglia di dare una mano al mondo per risollevarsi dalla paura. Anche per mettere biciclette al posto del malefico virus che intristisce l’umanità.

Se non fosse perché Bruno Boni, anche lui, riposa nella pace eterna, lo andrei a prendere e insieme, sotto la statua di frate Arnaldo, resteremmo in attesa del passaggio di Gino Bartali, questa volta non diretto a Milano, ma all’infinito cielo.

LUCIANO COSTA

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