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Un anno in più? Ma chi se ne importa…

Si chiude un anno e chiunque aggiunge tempo al tempo già vissuto. Questo non significa che tutti, oggi, diventano più vecchi, però segnala che il tempo scorre. I giovanissimi e i giovani non ci fanno caso, gli appena adulti scrollano le spalle, gli adulti rimandano l’appuntamento con il peso degli anni a data da destinarsi, i cosiddetti anta cominciano a preoccuparsi, gli oltre, oltre gli anni, sono già costretti a contare gli acciacchi, gli ultra settantenni ottantenni novantenni sgranano giorni e rosari. Il vissuto quotidiano dice che la vecchiaia sembra essere il grande dimenticato, il rimosso del nostro tempo. E questo modo di pensare è anche la contraddizione evidente di una società che ci fa vivere sempre di più, ma allo stesso tempo non ha una visione sugli anziani, non riesce a proporre soluzioni, un piano. Che fare? Non lo so e non lo vorrei sapere. Però, gli esperti che il mese scorso hanno dato vita a un confronto intelligente sull’essere vecchi in una società che i vecchi tende a metterli in disparte, sono stati chiari: non si è vecchi, ma solo anziani, solo avanti con l’età, soltanto più vissuti e quindi più vicini al traguardo concesso. Avendo letto e meditato, mi son preso anche il disturbo di annotare i pensieri espressi dagli esperti. Così, per mia futura memoria, ma anche con l’intenzione di metterli in fila e di regalarli ai miei lettori. Cosa che faccio, disordinatamente, però mettendo prima di ogni pensiero il nome e cognome di chi lo ha proposto.

Roberto Cetera (giornalista) – Quando si entra nella terza età? Questo è un grande punto interrogativo, oggi, perché sul tema c’è poca chiarezza. In un recente sondaggio, a questa domanda, molti intervistati hanno risposto dicendo “a 83 anni”. Con il piccolo particolare che, attualmente, l’aspettativa di vita media in Italia è 82 anni e 6 mesi. Insomma, si invecchia sei mesi dopo che si è morti! Perciò inizierei con una domanda che mi sembra la più ovvia: chi sono i vecchi?

Vincenzo Paglia (vescovo) – Il più grande nemico della vecchiaia è l’idea che ne abbiamo e l’idea corrente che ne abbiamo è quella dello scarto. Prima c’erano gli anziani, ma non c’era la vecchiaia di massa. Parlare oggi in Italia degli ultrasessantacinquenni significa parlare di 13-14 milioni di persone. Noi ultrasettantacinquenni siamo sette milioni. Gli ultraottantenni sono quattro milioni. È come sorto un nuovo continente di cui non sappiamo nulla e questo è il problema cruciale che dobbiamo affrontare. Pensiamo a cosa ci siamo inventati per le età da zero a trent’anni: le scuole materne, le elementari, le medie, ginnasio, liceo, università, specializzazione e oltre. Al contrario, per questi trent’anni di vista in più che ci vengono dati dal progresso e dallo sviluppo della medicina, dell’igiene e della vita sociale, praticamente non c’è niente, salvo qualche piccola eccezione come l’università per la terza età. Questa è una terra incognita. Incognita per la politica; incognita per l’economia, salvo il dibattito sulle pensioni; incognita per la cultura ordinaria; incognita anche per la Chiesa. La Chiesa non sa bene ancora che cosa dire, anche perché è ben presente nella coscienza dei cattolici il fatto che vecchiaia è sinonimo di debolezza, tanto che per accusare la Chiesa si dice che è una Chiesa di vecchi. Inoltre, abbiamo pensato al sinodo per i giovani e alle giornate per i giovani, ma non abbiamo mai sentito una proposta per un sinodo degli anziani. È un’età che non conta, che non è considerata degna di quell’attenzione di cui invece necessita.

Armando Matteo (teologo) – Nella nostra lingua la categoria degli anziani è sparita. Oggi si parla degli “adultissimi”. Non riusciamo più a pensare in modo positivo alla vecchiaia. E questa percezione ha degli effetti negativi anche sulla famiglia: con la crescita dell’età media, gli adulti avvertono sempre più la necessità di assistere gli anziani e, presi da questo compito, fanno sempre meno figli perché si possono occupare poco di loro.

 

Cecilia Costa (docente universitaria) – Quando si inizia ad essere vecchi? Quando non c’è più un progetto. La vecchiaia è non avere un progetto, una visione. Noi viviamo in una società di vecchi — anche i giovani — perché non abbiamo una visione.

Alessandro Gisotti (giornalista) – Oggi in Italia le figure che riescono più facilmente a comunicare con i giovani sono due anziani: Papa Francesco e il presidente Sergio Mattarella. Due persone capaci veramente di comunicare e lanciare messaggi che vengono recepiti nonostante questa distanza siderale tra generazioni.

Leonardo Palombi (ricercatore) – In Italia, nel solo 2020, sono morte quasi 500 mila persone di 80 anni e oltre. Tuttavia, sembra che non ce ne siamo neanche accorti. Cosa vuol dire andare in pensione a 65 anni? Non c’è uno spreco di 14 milioni di persone, esperienze, conoscenze, che perdiamo in un’idea del lavoro ormai antiquata? Gli anziani non sono forse una sfida davanti a un’involuzione demografica che ci costringerà a ripopolare i nostri spazi? Insomma, gli anziani non sono una sfida a ripensare la vita?

Vincenzo Paglia (vescovo) – Credo che noi anziani dobbiamo continuare a chiederci come dobbiamo rinascere. La salute non è essere indipendenti. La salute è dipendere, cioè prendersi cura gli uni degli altri.

Cecilia Costa (docente universitaria) – Occorre ridare un profilo dignitoso alla persona. Uno dei grandi interrogativi di oggi riguarda il modo in cui far convivere esperienza e creatività. Se ci affidiamo solo ai giovani, abbiamo la creatività. Con gli anziani abbiamo solo l’esperienza. Si tratta di far convivere queste due dimensioni. Avvocati, giuristi, medici, professori… non è proprio quando hanno assimilato esperienza ed hanno terminato il loro lavoro che queste persone possono dare qualcosa alla società? Si è parlato tanto di “rottamazione”, ma non bisogna forse considerare il problema da un altro punto di vista.

Vincenzo Paglia (vescovo) – Nelle Residenze Sanitarie per Anziani (Rsa) ci sono “solo” 280.000 persone; il 90% di anziani non autosufficienti sono fuori dalle Rsa e ad essi nessuno pensa. Ora, se questo 90% viene istituzionalizzato nella maniera abituale, il bilancio dello Stato salta, nel senso che la spesa sanitaria diventerebbe insostenibile. Quello che noi vogliamo dimostrare è che se gli anziani vengono aiutati a casa, lo Stato risparmia miliardi. Certo, occorre un grande sforzo di ri-organizzazione. Nel piano che abbiamo preparato, ad esempio, prevediamo l’assunzione di 100.000 nuovi operatori socio-sanitari specializzati per gli anziani, per permettere appunto che gli anziani possano restare a casa. Perché, ad esempio, i malati di Alzheimer debbano essere rinchiusi come in una cittadella dei matti? Non possiamo istituire, invece, centri diurni per la cura e l’assistenza degli anziani malati di Alzheimer?

Leonardo Palombi (ricercatore) – Noi spendiamo 12 miliardi di euro all’anno per 280 mila anziani nelle Rsa. E spendiamo 2 miliardi di euro scarsi all’anno per i 2 milioni di anziani che vivono a casa con gravi difficoltà motorie. È uno squilibrio spaventoso. Ancor più se si pensa che, in Italia, 500 mila anziani vivono in case che non hanno l’ascensore dalla seconda scala in poi; 458 mila anziani vivono, da soli o insieme ad un altro coniuge anziano, con meno di 700 euro al mese. Hannah Arendt diceva che «la solitudine è non avere un posto nella società». Gli anziani, oggi, rappresentano 200 miliardi di consumi in Italia. Si pensi all’aiuto, anche economico, che danno alle famiglie e ai loro nipoti. Dunque, come si fa ad alimentare e migliorare tutto ciò? Molti anziani, ad esempio, vivono nei paesini, fuori dalle città, dove ci sono però pochi servizi. Non si potrebbe pensare di popolare di servizi queste aree del Paese? Creare lavoro per i giovani, combattere lo spopolamento e l’abbandono del territorio, aiutare gli anziani a vivere meglio. Le politiche per gli anziani potrebbero diventare le politiche per il Paese.

Che dire? Meditiamo gente, meditiamo. La vecchiaia avanza, la pensione non basta, sul ponte sventola soltanto la bandiera del mio e vostro ottimismo.

Auguri!

LUCIANO COSTA

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