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Una dieta per il troppo digitale

Il cellulare non è più lo strumento per comunicare tra persone, ma un marchingegno che in sé ha tutto quel che serve per cercare trovare assaporare contrastare divulgare cantare amoreggiare divagare assemblare insultare perdonare abbandonare inculcare intralciare giocare e quant’altro vi viene in mente. Giocare (con il cellulare) è lo svago preferito dai ragazzini che appena dopo la scuola esigono proprio quel tipo di relax; assaporare (tramite cellulare) è il non plus ultra degli adolescenti, maschi e femmine in parità; intralciare (grazie al cellulare) è il passatempo preferito dei rampanti in cerca di notorietà; divagare (usando il cellulare) è il passatempo di chi non sa mai come occupare il tempo della pausa pubblicitaria che intercorre tra un programma e l’altro… Va bene così? Mah, non lo so, forse no o forse è solo questione di età: la loro, quella dei ragazzi e giovani, è prorompente, proiettata al futuro, piena di tecnologie ogni giorno diverse e nuove; la nostra, quella di già anziani, magari non ancora vecchi, però matusa, è deprimente, buona per respirare ma certo non per dilettarsi con strumenti tecnologici mostruosamente complicati.

In una acuta analisi, Paolo Benati dice che “siamo consapevoli di vivere in un’epoca caratterizzata dalla diffusione e produzione di strumenti digitali, epoca nella quale tutto viene trasformato in dati numerici che sono elaborati e modificati da strumenti elettronici come smartphone, tablet e computer. Ma come tutto questo venga a impattare soprattutto le giovani generazioni, non è ancora del tutto chiaro”.

Gli esperti dicono, sottolinea Benati, che l’effetto della esponenziale digitalizzazione della comunicazione e della società ha un’influenza soprattutto sui più giovani. In questo senso sono ormai un classico le analisi di Marc Prensky che vede in atto una vera e propria trasformazione antropologica: l’avvento dei nativi digitali. Nativo digitale (in inglese digital native) è una espressione che viene applicata ad una persona che è cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, internet, telefoni cellulari e mp3. L’espressione viene utilizzata per indicare un nuovo e inedito gruppo di studenti che sta accedendo al sistema dell’educazione. I nativi digitali nascono parallelamente alla diffusione di massa dei computer a interfaccia grafica nel 1985 e dei sistemi operativi a finestre nel 1996. Il nativo digitale cresce in una società multischermo, e considera le tecnologie come un elemento naturale non provando nessun disagio nel manipolarle e interagire con esse.

Un nativo digitale, per Prensky, è come plasmato dalla dieta mediale a cui è sottoposto: in cinque anni, ad esempio, trascorre 10.000 ore con i videogames, scambia almeno 200.000 email, trascorre 10.000 ore al cellulare, passa 20.000 ore davanti alla televisione guardando almeno 500.000 spot pubblicitari dedicando, però, solo 5.000 ore alla lettura.

Questa dieta mediale produce, secondo Prensky, un nuovo linguaggio, un nuovo modo di organizzare il pensiero che modificherà la struttura cerebrale dei nativi digitali. Multitasking, ipertestualità e interattività sono, per Prensky, solo alcune caratteristiche di quello che appare come un nuovo e inedito stadio dell’evoluzione umana. Inoltre Prensky sostiene che, sia pure in modo irregolare e alla nostra personale velocità, ci muoviamo tutti verso un potenziamento digitale che include le attività cognitive.

Il potenziamento digitale in ambito cognitivo, reso possibile da laptop, database online, simulazioni tridimensionali virtuali, strumenti collaborativi online, smartphone e da una serie di altri strumenti specifici per diversi contesti, è oggi per Prensky una realtà in molte professioni, anche in campi non tecnici come la giurisprudenza e le discipline umanistiche.

“Il Digital Age – conclude Benati – apre anche sfide importanti, soprattutto in ambito educativo. Dobbiamo guardare ai giovani per aiutarli a divenire adulti in un’epoca di digitale”.

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