Cultura

Il valore delle parole ben dette

Le parole italiane permettono di dire «tutto ciò che si vuole», sono «brillanti come un giorno di festa» e «piene di vera poesia». A pronunciare questi ammirati giudizi furono rispettivamente Voltaire, Madame de Staël e John Keats. Oggi le parole vengono di nuovo esaltate e confermate grazie a un programma televisivo della Rai (Le parole per dirlo), che diventa un affascinante viaggio. Il programma va in onda la domenica mattina in una fascia che certo non compete con i grandi ascolti. Eppure, quel modo garbato di presentare le parole per dirlo è affascinante, arguto, completo… Merito di una conduzione garbata e di due esperti studiosi – Valeria Della Valle e Giuseppe Patota – che da grandi linguisti e grandi divulgatori, regalano all’insieme un passo felicissimo assicurandogli rigore scientifico e accuratezza.

Competenza, passione e sintonia permettono a Della Valle e a Patota di duettare in perfetta armonia e con straordinaria naturalezza: assecondando le esigenze del discorso le loro voci si sommano, si affiancano, si dividono occupando quando necessario territori diversi (ad esempio lessico e norme grammaticali) per poi tornare a incrociarsi e a completarsi. I due professori, non confondono mai profondità con oscurità: parlano facendosi capire e conquistano l’attenzione alleggerendo il discorso con aneddoti, battute, incursioni nell’attualità e un tono sempre confidente e amichevole.

La qualità rende Le parole per dirlo l’erede di un memorabile programma che ha scritto la storia della televisione pubblica. Condotto dal maestro Alberto Manzi e rivolto ad adulti analfabeti negli anni Sessanta del secolo scorso Non è mai troppo tardi permise a più di un milione e mezzo di italiani di conseguire la licenza elementare. Come osserva Giuseppe Patota, quella trasmissione ancora oggi resta un modello insuperabile. Certo da allora tutto è cambiato. Quella di oggi non è un’Italia che deve imparare a leggere e a scrivere, ma è comunque un Paese che corre il rischio di un analfabetismo di ritorno e funzionale, che vede una quota significativa di povertà educativa minorile, che manca di un reale sapere diffuso, che legge poco e che investe ancora meno in istruzione e ricerca.

È cronaca di questi giorni una lettera di protesta in cui si chiede la cancellazione dal dizionario dei sinonimi della Treccani di alcuni vocaboli lesivi della dignità della donna. In realtà, come ha spiegato Valeria Della Valle, un dizionario non può rappresentare la «realtà come la vorremmo». Sappiamo bene l’odiosità degli epiteti offensivi riservati alle donne e legati prevalentemente alla sfera sessuale; non a caso uno degli insulti più usati rivolti agli uomini colpisce le donne perché chiama in causa le loro madri. Ma un dizionario non crea, non propone, registra l’uso, racconta la storia, i contesti, spiega gli arricchimenti e gli slittamenti di una parola, di un’espressione, di un modo di dire. Cancellare delle parole sarebbe come l’illusione dei bambini più piccoli che coprendosi gli occhi e sottraendosi all’attenzione congiunta pensano di diventare invisibili.

Magari esistesse la possibilità di far sparire per magia vocaboli che offendono gli occhi e fanno dolere mente e cuore. E non solo quelle lesive della dignità delle donne, ma tutte le parole violente, ostili, aggressive, offensive, divisive, cioè le parole dell’odio e dell’intolleranza. Cancellarle purtroppo non serve. Fuori dalle pagine di un dizionario continuerebbero a correre per il mondo, antiche e nuove, tante, troppe.

Dobbiamo crescere generazioni capaci di dialogare e non di insultare, dobbiamo togliere voce a queste umilianti offese e lo dobbiamo fare con più forza di sempre in questo momento della nostra storia reso così drammatico dalla pandemia che ha una ricaduta vertiginosa sulle donne. In tempi di criticità economica e di forte vulnerabilità sociale (perdita del lavoro o instabilità del reddito soprattutto femminile), aumento della violenza domestica (11 donne uccise nei primi due mesi dell’anno), maggiore carico delle cure familiari, non possiamo permetterci di disperdere forze. Più di sempre occorre contrastare ogni forma di violenza, discriminazione, disuguaglianza e tutelare le donne attraverso la capillare difesa delle loro potenzialità e dei loro meriti, vale a dire il diritto allo studio, al lavoro, all’equità salariale a cui si deve aggiungere il potenziamento delle strutture a difesa e sostegno di quante subiscono nell’ambiente familiare intimidazioni e aggressioni.

L’educazione linguistica è parte essenziale di un’educazione alla cittadinanza consapevole. Programmi come Le parole per dirlo, son lì a dimostrarlo e anche a dire che solo l’educazione alle parole servirà come antidoto alle molteplici stupidità lasciate liberamente circolare. Come scrisse il cardinale Martini “comunicare non è merce, ma comunità; e sapere di più e meglio aiuta a sentirsi fratelli non nemici”. Perché, come diceva don Lorenzo Milani, «è solo la lingua che rende uguali».

L. C.

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