Editoriale

Il “Drago” che affascina

Servirebbero un sociologo, un esperto di politica e perfino un bravo psicologo per spiegare l’improvviso innamoramento della stragrande maggioranza degli italiani per Mario Draghi. Non che l’ex presidente della Banca Centrale europea non meriti tanto sostegno. Anzi. Ma sulla carta il suo cv da economista, accademico e banchiere non sembrava il lasciapassare ideale per la popolarità. Invece, la figura austera del nuovo aspirante presidente del Consiglio ha subito fatto breccia nell’immaginario collettivo di un Paese stanco di politici litigiosi, saltimbanchi, nani e ballerine. Molto ha influito la solenne investitura del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E vincente è risultata anche la scelta di Draghi di entrare in scena senza alcuna arroganza, anzi con una certa dose di umiltà («Con grande rispetto mi rivolgerò al Parlamento, espressione della volontà popolare»), con evidente emozione e perfino con qualche umanissimo imbarazzo nel sincronizzare microfoni, telecamere e… mascherina.

Non era facile per una figura così autorevole trovare subito la lunghezza d’onda giusta per sintonizzarsi con il Paese. Mario Draghi c’è riuscito… E i primi a dargli merito sono stati i social. Spontaneamente. In settimana l’hastag di maggior successo su Twitter è stato #quellavoltacheDraghi… Un tormentone seguito dalla più incredibile serie di iperboli che la storia ricordi: «Quella volta che Draghi convinse Maometto e la montagna a incontrarsi a metà strada, quella volta che Draghi all’età di 5 anni ne aveva già 8 grazie agli interessi, quella volta che Draghi affittò un pedalò a Rapallo e scoprì l’America, quella volta che Draghi non salì al Quirinale, ma fu il Quirinale a scendere da lui» e via di questo passo, tra colpi di genio, fantasia e sublime ironia.

Non sono mancati neppure i «meme», né i fotomontaggi che lo hanno trasformato in un eroe senza macchia e senza paura. Gli italiani, si sa, fin dall’antichità sono affascinati dall’Uomo Forte e nel corso dei secoli hanno preso pure qualche abbaglio. Ma c’è qualcosa di miracoloso – e di razionale al tempo stesso – in questo consegnarsi collettivo al nuovo salvatore della patria. Miracoloso, perché non era facile per Mattarella estrarre un simile coniglio dal cilindro dopo aver dovuto assistere all’imbarazzante ricerca di «responsabili» in Parlamento; razionale perché per gli italiani Draghi è un condottiero pronto a sfidare chiunque, il campione del «whatever it takes» (costi quel che costi) capace di sfidare i poteri forti della finanza internazionale per difendere ciò che gli era più caro: l’Italia, l’Europa e l’Euro.

«Ecco, finalmente un leader con gli attributi», hanno pensato milioni di italiani, da Bolzano a Pantelleria, stanchi di subire i diktat di qualche viaggiatore di passaggio. Tanto consenso a favore del presidente del Consiglio in pectore naturalmente non poteva sfuggire ai partiti politici che, fiutata l’aria, in meno di tre giorni sono passati dal «no» secco a qualsiasi ipotesi di Governo tecnico alla ricerca del più onorevole dei compromessi. Uno alla volta tutti gli orfani di Conte, Berlusconi, Gentiloni, Letta e… Andreotti, sono entrati nell’ordine delle idee di sostenere Draghi.

Qualcuno ha posto qualche distinguo sul programma, altri di scambiare il loro sì con una poltrona in più, altri ancora spinti semplicemente dall’istinto di sopravvivenza, ma alla fine quasi tutti saliranno sul carro e i numeri mancati a Conte consentiranno a Draghi di ottenere la fiducia in entrambi i rami del Parlamento. Perfino Beppe Grillo, dopo aver alzato la contraerea («Il M5S non appoggerà mai un Governo Draghi») è sceso a più miti consigli, precipitandosi a Roma per richiamare tutti alla «responsabilità» e zittire gli ultimi irriducibili del Movimento. Anche Giuseppe Conte si è speso per la governabilità: rimasto senza cariche e senza ufficio, ha tenuto un’imbarazzante conferenza stampa in mezzo alla strada e ha partecipato all’incontro con Draghi insieme agli «amici cinque stelle». E mai nessun presidente del Consiglio uscente era arrivato a tanto, davanti al suo probabile successore. Sull’Aventino, per adesso, restano solo i Fratelli d’Italia. Ma anche Giorgia Meloni ha dovuto ammettere che «Draghi è una figura di altissimo profilo, preparata e competente», tanto da dire che «con un altro Parlamento» lo avrebbe sicuramente appoggiato. Alla fine andrà all’opposizione più per principio e opportunità politica, che per reali motivi di contrasto con il nuovo premier.

E Matteo Renzi? Zitto-zitto, con i suoi modi da bullo, ma anche con la sua straordinaria abilità strategica, il leader di Italia Viva ha ottenuto ciò che voleva: alla guida di un partitino del 2% ha detronizzato Conte e portato l’intero Parlamento dalla sua parte. Probabilmente non tornerà più a Palazzo Chigi – come presidente del Consiglio è ormai bruciato, inviso a troppi per poter mai essere rinominato – ma il suo peso politico è e resterà tutt’altro che irrilevante, un po’ Machiavelli, non a caso fiorentino come lui, un po’ Richelieu. Che fu «solo» cardinale, è vero. Ma più influente perfino del Papa.

MARCO BENCIVENGA

Direttore del quotidiano “La Provincia di Cremona”

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