La fine dei giochi è vicina

GameStop: d’istinto verrebbe da tradurlo «fine dei giochi». Magari con il pensiero alla crisi di Governo aperta in settimana da Matteo Renzi con due gesti eclatanti: prima le dimissioni delle due ministre di Italia Viva, poi le pesanti critiche rivolte in Parlamento al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Purtroppo, non è così: nessun lieto fine si annuncia all’orizzonte di Palazzo Chigi. Anzi, la soluzione dell’ennesima crisi politica del Dopoguerra appare ancora lontana, forse lontanissima.

Il rito delle consultazioni del presidente della Repubblica ha confermato la vocazione democratica delle nostre istituzioni, ma non è bastato per trasformare il Quirinale nella sala parto di una nuova maggioranza. La caccia ai parlamentari senza bandiera disposti ad appoggiare il Conte Ter (voltagabbana, secondo alcuni; salvatori della patria, per altri) è fallita e giorno dopo giorno la matassa dei veti incrociati anziché sbrogliarsi si aggroviglia, con le diverse forze politiche più interessate a marcare il proprio territorio, piantando paletti e bandierine, che a cercare un reale punto d’incontro.

Ora si naviga a vista, fra trattative sotterranee, richieste/minacce di elezioni anticipate e il mandato esplorativo affidato da Sergio Mattarella al presidente della Camera, Roberto Fico. La «fine dei giochi» resta una pia speranza, un’altra storia: d’altra parte, in inglese GameStop significa «la fermata dei giochi», come «bus stop» è la fermata dell’autobus e «pit stop» la sosta ai box delle auto di formula uno. 

Fuor di metafora, dal 1984 GameStop è il più grande rivenditore al mondo di videogiochi nuovi e usati. È una catena simile a Blockbuster, la rete di distribuzione di film a noleggio che esplose negli anni ’90, salvo fallire miseramente nel 2013, con videocassette e cd soppiantati dalla tv on demand, dallo streaming o dalla possibilità di scaricare i titoli preferiti dal web. Anche GameStop negli ultimi tempi rischiava di pagare dazio al progresso tecnologico: per questo gli operatori di Wall Street, preoccupati dalla riduzione dei margini di guadagno della compagnia, alcuni mesi fa avevano deciso di penalizzare il titolo, facendone crollare il valore di Borsa. Il destino di GameStop sembrava segnato.

A un certo punto, però, è successo l’imprevedibile, una cosa mai vista nella storia della finanza mondiale: all’improvviso le azioni della compagnia hanno preso a volare, in poche settimane sono cresciute addirittura del 1.200%. Tutto merito (o colpa, dipende dai punti di vista) di una legione di piccoli investitori che hanno deciso di sfidare i gestori dei fondi, veri padroni del mercato, e i cosiddetti «short selling», gli speculatori che guadagnano montagne di soldi vendendo allo scoperto titoli che ancora non possiedono, prevedendo il successivo calo del loro valore (come sia possibile per noi comuni resta un mistero, ma in Borsa è un fenomeno consolidato). La mossa dei piccoli azionisti, coordinati da piattaforme digitali come WallStreetBets di Reddit e ammessi alle contrattazioni da applicazioni come Robinhood che semplificano le operazioni di acquisto e vendita on line delle azioni, ha rovinato i piani degli speculatori al ribasso. Addirittura, li ha costretti ad acquistare a loro volta i titoli di GameStop per compensare i rischi che si erano assunti. Il che ha fatto crescere ancor più i prezzi delle azioni al centro della contesa.

Qualcuno ha parlato di rivolta del popolo contro i poteri forti, altri di una vittoria di Davide contro Golia, altri ancora di una rivoluzione epocale contro la «dittatura» dei mercati. Tutto bellissimo, se non fosse che non è tutto oro ciò che luccica e che i giochi di Borsa sono giochi pericolosi. Il sistema ha rischiato la beffa, ma dopo la sorpresa iniziale ha fatto partire la contraerea: toccato l’apice, i titoli di GameStop hanno iniziato a perdere valore, anche perché Robinhood ha imposto un limite alle contrattazioni, per non perderne il controllo. Mossa rientrata dopo sole 48 ore con un nuovo balzo in alto del titolo (+100%). Il rischio è che, alla fine di un simile scontro di poteri, finiscano per andare in rovina milioni di piccoli risparmiatori, attratti dal facile guadagno ma impreparati alla guerra.

Mentre i gestori dei fondi sanno esattamente a cosa si espongono e sono attrezzati ad affrontare ogni bufera, i neofiti della finanza rischiano di lasciarci le penne, fino a ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Non a caso la questione è all’attenzione della Seb (la Consob americana) e perfino della Casa Bianca. Anche perché c’è chi sospetta che alle spalle dei piccoli azionisti ci siano in realtà due vecchie volpi di Wall Street, capaci di diventare miliardari in un solo giorno: da una parte, Michael Burry, l’investitore di hedge fund che guadagnò milioni di dollari vendendo allo scoperto i mutui subprime durante la crisi del 2008 (al suo caso è ispirato il film del 2015 «La grande scommessa»); dall’altra Ryan Cohen, il fondatore di Chewy, una fiorente azienda di e-commerce di prodotti per gli animali domestici, che ha speso 76 milioni di dollari per acquistare più di 9 milioni di azioni GameStop, confidando di trasformare la storica catena di negozi di videogiochi in un’azienda tecnologica in grado di offrire agli appassionati di tutto il mondo nuove, eccezionali, esperienze digitali.

Morale della favola: mentre da noi si litiga per le poltrone e non si ha la minima idea di come investire i miliardi del Recovery Fund, nel mondo l’alta finanza combatte una guerra epocale per respingere l’assalto populista a Wall Street e per ribadire la supremazia dei poteri forti. Quelli che (come spiega benissimo la serie tv «Diavoli», con Alessandro Borghi e Patrick Dempsey nella parte dei cattivi) in poche ore sono in grado di mandare in bancarotta un intero Paese, dall’Argentina alla Grecia, figurarsi l’Italia, con il suo mostruoso debito pubblico. Nel malaugurato caso, GameStop diventerebbe all’improvviso Game Over, la fine dei giochi. Per tutti.

MARCO BENCIVENGA

Direttore del quotidiano “La Provincia di Cremona”

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