Accorgersi dei nonni e dire grazie…

Quando mi capitò di diventare nonno e scoprire che era il meglio possibile e immaginabile, dissi a me stesso: “Sei fortunato, nonnino”. In effetti, quella condizione era l’ideale per mostrarmi le cose della vita in modo diverso, cioè non più arroccate all’essere personale ma aperte al divenire dei nuovi arrivati. Era come se il cielo sopra di me (ma certo anche su voi e loro, città e paesi compresi) fosse nuovo, più disposto a regalare folate d’azzurro che manciate di nuvolaglie dispettose. Allora mi venne da pensare che era benedetto il cielo e fortunato chi quel cielo lo avrebbe usato come ombrello. Il resto, che tengo per me, è un corollario di gioie ogni volta nuove: il primo sorriso, la parola biascicata, il nome scandito, il bacio inviato, le manine agitate, i piccoli-grandissimi abbracci. Oggi, prima giornata mondiale dei nonni, quindi festa che coinvolge vicini e lontani, tutto quel che accade sotto cielo di luglio, è straordinario, bello, unico… e oggi più di ieri aspetto (aspettiamo) baci, sorrisi, abbracci: la giusta paga, il salario minimo garantito per essere e continuare a essere nonni.

Però, che cosa vuol dire essere nonni in una società che in generale premia chi produce e mette gli improduttivi tra quattro mura assistite ma anonime? Un sindaco coraggioso, per di più senza tessera in tasca e quindi libero di essere di tutti e per tutti, firmando la delibera che consegnava ai nonni la cura di scuole, parchi, fontane orti e piazze, li definì “valore aggiunto, un bene per la comunità”. Alla vigilia della giornata dei nonni, un monsignore di alto lignaggio e di cuore semplice ma generoso, ha scritto che i nonni sono “depositari di amore, pazienza e saggezza, scrigni di memoria, autori di sogni profetici, custodi di radici, anello di congiunzione tra le generazioni, eredità di fede”; anche che sono “nonni talvolta fragili, dalla voce spesso flebile, eppure sempre preziosa, la cui presenza è in grado di proteggere il mondo”. Sergio Mattarella, il Presidente degli italiani, che l’altro ieri ha compiuto ottant’anni, guardando al mondo dei nonni e sottolineando il dovere di tenerlo costantemente in bella vista, non ha esitato a mettere “il lavoro che cerca di rafforzare i legami tra le persone e le istituzioni” tra le priorità perché “da questa tenace tessitura e da questo impegno corale si sviluppa la vera democrazia e si avviano a soluzione questioni che, a causa della loro complessità, nessuno può pretendere di risolvere da solo”. Tradotto in moneta spicciola significa che solo “agendo insieme”, giovani e vecchi, si risolvono i problemi, non “si rimane caduti”, si trasformano i problemi in opportunità.

Certo, è anche vero che la pandemia ci ha messo in ginocchio. Ma questo non vuol dire che non ci si possa rialzare. Aldo Moro, un altro nonno che la vita se l’è vista strappare da un branco di violenti, ha lasciato scritto quattro righe che lette oggi sembrano il manifesto per nonni liberi e forti. Dicono infatti: “Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà”. Per farlo servono pazienza, sobrietà e lungimiranza… Virtù attuali, abbondantemente anche se non totalmente possedute dai nonni; virtù fondamentali, che nella pazienza trovano la loro compiutezza.  Non importa se “la pazienza è una virtù dimenticata da questo nostro tempo così frettolosamente nervoso, sempre pronto a correre dietro a soluzioni tanto facili quanto false, a scambiare la civiltà per arrendevolezza”, essa resta la più eroica, anche se meno celebrata, delle virtù, “ed è eroica perché apparentemente non ha nulla di eroico”; è e rimane “la virtù dei costruttori, di chi non pensa solo all’oggi, ma soprattutto al domani”, quelli che Francesco, papa scomodo, ha definito “costruttori di pace e giustizia, modelli di solidarietà”. E i nonni, di sicuro, sono parte determinante di questo esercito pacifico e generoso mandato alla conquista di cieli e terre nuovi, tutti da abitare e da condividere.

Oggi è la Giornata dei nonni. Ma, di tutti i nonni o soltanto di quelli che avranno la fortuna di sentirsi chiamare per nome e poi abbracciati, accerchiati da sorrisi e sommersi da baci? E’ l’eterno cruccio, tuttora irrisolto, sollecitato e ingigantito dalle disuguaglianze, che non dovrebbero esistere e che invece ci sono e resistono. Disuguaglianze che, come sempre, hanno posto a me e a tanti domande inquietanti e risposte solo abbozzabili. Di conseguenza, un dialogo senza pubblico ma, volendo, pieno di opportune riflessioni. Un dialogo che incomincia dalla più ovvia e scontata tra le domande possibili: “I nonni? Se non ci fossero bisognerebbe inventarli”. Un dialogo che prosegue mettendo in chiaro tutti i chiaroscuri che accompagnano il mondo dei nonni. Incominciando dallo scomodo “ma dai, sono vecchi e decrepiti…” che per fortuna trova una risposta eloquente nel classico “sarà, ma vuoi mettere due nonni che pazientemente e diligentemente si prendono cura dei nipoti quando i genitori sono al lavoro?”. Poi, il timore che l’uso dei nonni sia “sfruttamento senile bello e buono…” subito cancellato da un “quando mai…” che dice come per i nonni fare quel lavoro paziente e dolce è come mettere gli anni sotto le scarpe, “un piacere che più lo vivi più lo apprezzi”. Però, c’è anche chi, senza troppi preamboli, ti ricorda che “sei vecchio, che è tempo di andare” a cui puoi solo rispondere, sperando di essere ascoltato, “no, non sono vecchio, ma solo nonno ed è quindi tempo di restare”. Però… Resta insoluto il problema dei nonni-anziani ai quali le vicende della vita, non sempre piacevoli e neppure benigne, hanno sottratto il bene di una casa da vivere e di una famiglia in cui sentirsi a proprio agio. Per loro, spesso senza soluzione di continuità, ci sono le case di riposo, quelle che oggi si chiamano residenze assistite.

Di fronte alle cifre che dimostravano come le Case di Riposo (oltre settemilacinquecento in Italia, di queste seimila accreditate e circa millecinquecento pubbliche) in quel tempo di pandemia fossero diventate vere e proprie anticamera dell’eterno riposo, mi sono chiesto e ho chiesto ai politici: che società è quella che permette questo modo di gestire la vecchiaia e, soprattutto, a chi giova cancellare (volevo dire sotterrare, ma visto i tempi che corrono forse è meglio sorvolare) i valori che gli anziani-nonni dentro o fuori le Case di Riposo, portano con sé? La risposta è stata unanime: non giova a nessuno, soprattutto perché, come è scritto e da anni si va dicendo in giro, gli anziani sono una risorsa, i nonni una benedizione e i vecchi, che se non ci fossero bisognerebbe inventarli, autentici custodi della memoria. Nonostante questo c’è, si vede e si misura un’emergenza anziani che lascia esterrefatti, basiti, increduli…

E’ quindi urgente rimettere l’anzianità al centro degli interessi e di ridare agli anziani il valore che hanno faticosamente conquistato. Non basta più dire “senza di voi ci sentiremmo orfani e poveri di saggezza” e neppure aggiungere che “voi siete sempre benvenuti e attesi”. Quel che serve, invece, è non mettere confini tra noi e loro, tra il loro e il nostro mondo, tra le pretese del nostro produrre tanto e il loro diritto a produrre il necessario o anche solo il possibile. Per lasciarci alle spalle le paure e i lutti provocati dal virus, per dare un senso all’esistenza, restituire agli anziani oggi ridotti quasi a un cumolo di macerie, voce, dignità, rispetto e, soprattutto, un posto in cui stare senza temere contagio o reclusione, magari anche per dare un senso compiuto alla Giornata inventata apposta per loro, è però necessario ragionare, senza paura, sulla realtà degli anziani e dei nonni… Che non sono merce destinata a restare in “casse di riposo” (proprio casse e non case), ma da mettere e rimettere dove serve e dove può dimostrare la sua grande potenzialità.

Ho tre nipoti che bussano alla porta portando baci e sorrisi. Dicono che il domenicale può attendere, ma loro no.

LUCIANO COSTA

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