Il Domenicale

Alla ricerca di un abbraccio e di una barca diretta a Itaca…

Senza volerlo o volendolo più di ogni altra cosa (più o meno come capita con i pensieri improvvisi, che vengono, prendo dimora nel cervello e pretendono d’essere al centro dell’attenzione) ieri e l’alto ieri, nel gran guazzabuglio allestito attorno all’ipotesi di usare il Vaticano (più o meno la casa del Papa) come punto d’incontro e di confronto per potenti incapaci di vedere nel “vicino”, anche solo per un attimo, semplicemente l’Altro (non un mostro, magari solo un proprio simile) con cui parlare e così dissolvere anni di mutismo e di incomprensione, ho visto prevalere, come sempre, il proprio tornaconto piuttosto che il tornaconto dell’umanità. Nell’offerta di spazi incontaminati, quindi adatti a trattare senza secondi o terzi fini, c’era l’opportunità di considerare le parti non una contro l’altra, ma sullo stesso piano, certamente soggetti diversi e diversamente arrabbiati-rabbuiati-incattiviti-irati-offesi e vendicativi, però disponibili a cercare alternative all’uso di bombe e schiaffi, intenzionati a ragionare e a cercare le ragioni del bene di tutti e per tutti… C’era ed era importante quell’offerta (dono spontaneo e coraggioso di papa Leone XIV a chiunque avesse intenzione di depositare le armi per dedicarsi a scrivere pagine di pace duratura sicura e definitiva), ma i litiganti hanno fatto spallucce. Da incompetente, per di più notoriamente illuso, ho così pensato a quanto sono piccoli (e meschini) certi cosiddetti grandi (e insulsi) che reggono le sorti della nostra Terra. Costoro, sebbene comuni mortali almeno quanto lo siamo io e voi, credono d’essere padroni dell’essere e del divenire del mondo… Ma basta guardarli per definirli sciocchi interpreti di qualcosa di cui neppure intendono il peso e l’importanza, figuranti di quel “tutto scorre” che tutto accomoda e tutto rimanda.

Insieme a tanti come me avevo immaginato il Vaticano – unico luogo in cui si coltiva ostinatamente l’abbraccio (non è forse la raffigurazione di braccia disposte ad abbracciare chiunque quel colonnato che anticipa la Basilica di San Pietro?) per usarlo quale antidoto al disinteresse e all’odio, ahimè diffuso e praticato in lungo e in largo, per l’altro -, utile e necessario per dare consistenza alla speranza di universale e pacifica convivenza, metafora della vita che ostinatamente cerca vita e mai morte. Invece… Invece ossequi al Papa e poi… via per altri lidi, perché, così mi è sembrato, tutto è soltanto un gioco in cui ciò che conta non è partecipare ma vincere: triste ma purtroppo vera metafora di un reale mostrato in chiaro (per far presa e suscitare applausi) ma vissuto allo scuro (per impedire a occhi e menti di giudicare e condannare).

Così, come nella fiaba del grande saggio che ardentemente cerca uno sposo per sua figlia, ho dedotto che anche nell’uso del Vaticano come luogo in cui costruire Pace e Consapevolezza del Bene di tutti e per tutti, ciò che contava non era la felicità possibile dei popoli, bensì la certezza che la sposa fosse concessa al più potente della terra. Fiaba straordinaria quella del grande saggio, mai vecchia e neppure banale. Racconta che lui, ormai vecchio e malato, volendo dare un futuro certo e degno d’essere vissuto alla sua fedelissima topolina, da sempre con lui, chiede al Padrone del tempo di trasformarla in una fanciulla bellissima da dare in sposa al più potente della terra. Visto esaudito il desiderio, gli restò da stabilire chi fosse il più potente della terra. Pensò al sole, ma il sole spiegò che non lo era poiché bastava una nube di passaggio per oscurarlo; chiese al più grande nuvolone che conosceva, ma questi rispose che di fronte al vento lui era nessuno; si rivolse allora al vento, ma il vento gli spiegò che di fronte al monte la sua forza svaniva; andò dal monte e questo dovette tristemente ammettere che bastava un topolino, vispo e voglioso di scavare una grotta dentro le sue viscere, per porre fine alla sua potenza. Allora il grande saggio, umilmente, chiese al Padrone del tempo di ridare alla fanciulla la sua primitiva forma di topolina, così che potesse andare in sposa al più potente della terra, niente altro che un topolino. Ho proposto la fiaba agli amici del sabato in piazza… Mi hanno ricambiato con il più schietto “non rompere, che a farlo ci pensano già in tanti”. Li ho allora invitati a confrontare il loro vissuto quotidiano con la fiaba… Dopo un silenzio assordante, uno qualsiasi, di passaggio, mi ha detto che se i potenti si riunissero a casa dei disperati piuttosto che nei palazzi dove tutto è perfettamente in ordine, forse capirebbero tutto ciò che si ostinano a non comprendere… E cioè che è bello vivere insieme, vicini, amici, in pace, disposti a condividere piuttosto che a barattare… Magari, in aggiunta, capirebbero anche che ogni ricorso all’arme e alla guerra, che ogni muro costruito, che ogni libertà negata, che qualsiasi persona rimandata a casa a mani vuote e privata di dignità e opportunità… sono offese recate all’umanità. L’impressione dilagante è che sia in atto un vero e proprio dialogo tra sordi, ciechi e muti. Quindi, più o meno, tra il nulla dichiarato e il nulla nascosto ma dominante.

Ho letto all’alba il Piccolo dizionario per l’agire etico” scritto da Vincenzo Corrado e mi ha impressionato l’accostamento di Ulisse – proprio lui, l’attore protagonista di un’Odissea mai conclusa – agli odierni viandanti in cerca di applausi e consensi. Le mirabolanti gesta di Ulisse, scrive Corrado “rappresentano una sintesi perfetta di ciò che stiamo vivendo in questo tempo di innovazioni tecnologiche, conquiste e sconfitte…”. Insomma, anche noi come l’eroe descritto da Omero, siamo coinvolti in una vera e propria “nuova” Odissea. Però, almeno con un dubbio irrisolto: Ulisse è eroe oppure sempre e comunque uomo? Leggendo e rimirando il testo di Omero, l’attore principale appare per quel che tutti vorremmo essere: sprezzante verso i rischi, avido di esperienze, irrequieto per natura, temerario di fronte ai limiti, audace e vorace di conoscenza. Però, andando oltre l’apparenza raccontata, Ulisse resta un uomo, una persona, così come lo siamo noi, con i nostri punti di forza e di debolezza. Secondo Vincenzo Corrado, questo Ulisse “c’è da ammirarlo…”. Infatti, è animato da un‘ostinata e incrollabile volontà di far ritorno a casa, a Itaca, rifiutando persino le nozze di una dea e anche l’immortalità; non si lascia distrarre da sirene e melliflui vantaggi, lotta per la libertà sua e dei suoi, inventa artifici buoni per far buono il presente e il futuro…. “E l’approdo alla sua amata terra costituisce l’unica certezza del suo navigare”. Ci sono, nel peregrinare, i Ciconi, i Lotofagi, i Ciclopi, Eolo, i Lestrigoni, la maga Circe, il regno dell’Ade, le sirene, Scilla e Cariddi, Calipso e i Feaci… ma una sola è la meta. Per Ulisse la meta è Itaca, per noi, adesso, non si sa.

Lo ammetto, siamo ai limiti del paradosso, dove ogni fine può segnare un nuovo inizio, così come ogni crisi può portare con sé un’opportunità. Però, si tratta di coglierla questa opportunità! I potenti della Terra, pur affascinati dal Vaticano e dal Papa che lo abita, non l’hanno colta. Forse, ma solo forse, avranno il tempo per rimediare se e come sapranno rimettersi in viaggio, magari per raggiungere Itaca…

LUCIANO COSTA

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