Andar per libri e trovare tanto altro

Benché influenzato e suggestionato dalla morte dei libri (e di conseguenza dei giornali e di tutto ciò che profuma di stampa), via via annunciata come imminente, addirittura non procrastinabile, lascio questi cattivi pensieri al loro destino e mi rallegro scoprendo che i lettori di libri stampati aumentano e che perfino le biblioteche più sperdute e povere sono punto di riferimento per chi, non potendo andare in libreria, si ferma lì per chiedere in prestito questo o quel volume. Dice l’amica che cura amorevolmente la libreria del centro cittadino che si legge di tutto un po’, magari ubbidendo alla moda e alla pubblicità piuttosto che alla sete di sapere. “Però – aggiunge – è bello vedere la gente che cerca un titolo di mostrando un interesse specifico…”. Di contro, le statistiche dicono che su dieci libri venduti sette appartengono al genere giallo-poliziesco-investigativo. “E’ vero – ammette l’amica della libreria – ma si tratta di libri scritti e pensati, un vero genere letterario speso raffinato e godibile…”. Tutto ciò ammesso, come la mettiamo con la morte dei libri? Ha scritto recentemente un illustre critico che “quella della morte dei libri, intesi come oggetti concreti appartenenti alla nobile razza dei parallelepipedi, è una teoria che tiene desto il mercato, che lo stimola e che lo aiuta a offrire qualcosa di utile”.

Il consumo dei libri è meglio misurabile osservando quel che i viaggiatori, di prima o seconda classe non ha importanza, leggono. Ne ho osservato alcuni in un viaggio ad alta velocità da Brescia a Roma mi son fatto persuaso che i libri sono ancora un buon affare… Infatti, alla fine tutte le briciole di quello che osserviamo, i libri fanno parte della grande pagnotta della realtà. E la realtà dei libri è molto semplice: alla maggior parte delle persone non interessano affatto, e non c’è nulla di male in questo, ma è ugualmente vero che ogni generazione produce un numero di lettori abbastanza tenaci da far sì che il gioco valga la candela.

A me, poi, interessano principalmente certi libri e non tutti i libri, mentre invece, dice l’osservatore esperto “nei discorsi che si fanno su questo argomento le cifre sono truccate da opere di propaganda e informazione politica, metodi per dimagrire e ricettari, manuali di meditazione eccetera eccetera”. Sia chiaro, non ho alcun disprezzo per questo tipo di libri, che rientra nella pittoresca categoria della “varia”, ma insieme a tanti “credo che a garantire la sopravvivenza del libro e ad avergli evitato la fine dei vhs (le cassette su cui finivano sogni e immagini) e dei cappellini con la veletta sia stata proprio la buona letteratura, intesa nel senso più ampio e rispettoso dei gusti individuali”.

Andar per libri, almeno fin quando ci saranno libri, è un ottimo esercizio: muove i passi e smuove la mente obbligandola a far posto a pensieri pensati. In più, invecchiare, e invecchiare pensando, invecchiare studiando, è una bella fortuna: o, se preferite, una vera grazia di Dio. Certo, resta da giocare l’ultima partita, quella contro la Grande Compagna del Genere Umano, la quale è convinta di sopravvivere a qualunque accadimento sebbene sia evidente e risaputo che morire è parte del vivere. “Ma i vecchi – ha scritto Adriano Prosperi argomentando sul tremare è umano e sulla paura – sanno che debbono farli i con ti con la morte, che non possono vivere troppo a lungo fingendo che quel debito da pagare non esista. In cambio, hanno avuto tempo per prepararsi: e sono in tanti ad averlo messo sul serio a frutto. I momenti di debolezza, certo, non mancano” e la paura della morte resta lì a dirci che è umana: perché aver paura è umano. “D’altronde il coraggio non è per nulla l’opposto della paura: è solo l’altra faccia della medaglia. Non aver paura sarebbe inumano e disumano. Farsi coraggio significa imparare a salire in sella, a controllare e infine a domare quel cavallo selvaggio e terribile; magari perfino a farselo amico”. Com’è stato saggiamente detto, non bisogna aver paura di avere coraggio.

Però, la paura è una muraglia impenetrabile se vista da lontano, ma se la si avvicina comincia gradualmente a mostrare crepe e sbrecciature… Occorre allora pensare all’antidoto: che, come ci ha insegnato Max Weber, consiste soprattutto nella grande arte del disincanto, che diventa antidoto alle ombre accumulate e rimaste senza volto. “Tale antidoto – dice Prosperi –  è l’insieme delle nostre energie spirituali e culturali accumulate nei secoli e accompagnate dalla scoperta finale, totalizzante, della vera chiave di volta di tutto: la solidarietà umana, la soluzione dei nostri problemi attraverso quella dei problemi dell’umanità intera”.

Nel frattempo, la pandemia ci ha obbligati e ancora ci obbliga a far posto a una nuova consapevolezza: non siamo i padroni dell’universo, sebbene la pandemia abbia reso “ciascuno dei viventi un cittadino del mondo”, al di là delle barriere delle lingue, delle culture, delle condizioni economiche, dei confini, “creando un sentimento di vicinanza umana che solo l’uscita finale dalla crisi potrà oscurare”.

Ciò che è stato imposto dalla minaccia di morte, presenza impalpabile e invisibile veicolata dall’ambiente e da tutto quello che vi si muove, è diventato rapidamente un’abitudine, un istinto… La paura ha cancellato la fiducia, trasformando il rapporto con l’altro in una minaccia da evitare. Come? “Utilizzando i vaccini”, dice la scienza; “restando liberi e giudici del proprio destino”, dicono gli oppositori della scienza. È vero in generale che nessun uomo è un’isola, ma per questo periodo – della pandemia – tutti siamo diventati tante isole. “Per approdare all’altra isola si è dovuto studiare come farlo, quali segnali mandare, quali garanzie esibire che non portavamo pericoli; per riconquistare condizioni normali di esistenza sarà necessaria una lunga risalita”.

Servirà una lunga risalita anche per arrivare a dare alla cronaca la sua giusta dimensione, ai fatti la loro consistenza e alla verità, maestra che deve sovrintendere ogni diffusione di parole e pensieri, il suo predominio sulle falsità, sulle banalità ricorrenti, sui proclami opportunistici e su ogni affermazione lesiva della dignità delle persone. Leggendo le cronache provenienti da Vigevano (terreno sul quale mesi fa si è consumata la tragedia di un uomo ridicolo, per di più anche politico in servizio, che al posto della ragione ha usato la pistola) dove è viva l’attesa della sentenza dei giudici, mi sono chiesto: ma che cosa vogliono dire quelle facce un po’ così, con quelle voci un po’ cosà, con quella gestualità ondivaga, con quelle parole impensate-impensabili-mal masticate-non approfondite-gettate al vento-sparpagliate-disordinate-fatte apposta per confondere piuttosto che per infondere senso al dire e rispetto alle promesse per un  fare immediato, con questa serie di pre, di poi e di distinguo, che cosa vogliono dire alla gente i politici (governanti, capi, parolai, seri o semiseri che siano) che liberamente circolano per città e paesi cercando voti e consensi?

Il duo Salvini-Meloni spara (eufemisticamente) su tutto e su tutti quelli che non la pensano come loro. Sempre loro ipotizzano sfracelli nel caso i vaccini siano resi obbligatori, inveiscono contro i disperati che vengono dal mare con la veste rotta e il titolo di migranti stampigliato in fronte, minacciano cannonate contro gli invasori, giustificano pistole e colpi sparati contro ipotetici nemici-invasori… Leghisti in libera uscita, ma anche non vax e no tutto, usano parole offensive, sporche e intraducibili. Come quel “shithole countries” (che tradotto significa paesi cessi) usato dal maleducato e bizzarro Donald Trump verso paesi ritenuti non all’altezza di essere considerati paesi, che i traduttori si presero la briga di trasformare in eufemismo morigerato e non villano: per Taiwan quel dire diventò “nazioni dove gli uccelli non depongono le uova; per il Giappone “nazioni sporche come gabinetti”; per la Germania “nazioni-discarica”. In fondo, che differenza c’è tra dire “shithole countries” o gridare (ma è solo il riassunto di parole ben più pesanti) “vai via, straniero”?

L’impressione è che troppi cavalcano all’incontrario, guardando la coda (o il deretano, se preferite) invece delle orecchie e del muso del cavallo. Vanno dove vuole l’animale e non dove invece la ragione dovrebbe guidarli. Per illustrare simile distorsione-aberrazione evidente, straordinaria è la vignetta di Altan (più di un fondo e di una civile enciclica) pubblicata ieri su “Repubblica”: un cavallo pacioso e felice con in groppa un burbero indefinito che pretende di cavalcare all’indietro pur sapendo che il mondo e la realtà stanno dall’altra parte.

LUCIANO COSTA

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