Dovrei ripetere e ancora ripetere e poi di nuovo ripetere quello già scritto, cioè lo sdegno di appartenere a un’umanità che di umano ha solo gambe mani e poca testa, dato che l’anima l’ha venduta al miglior offerente – una faccia di tolla che più tolla non si può – e il cuore l’ha affittato a un signore – degno compare del precedente -, che di nome fa Profitto di cognome Approfitto. Il mondo brucia, ma c’è anche chi per spegnerlo usa champagne; il mondo scivola verso l’abisso, ma pur scivolando verso il basso, alcuni suoi abitanti vestono alto, altissimo, cioè luxury…mangiano cibo stellato osannato lodato sebben sia ininfluente al saziare… viaggiano su mezzi iperdotati di mellifluo ma scintillante confort… Il mondo parla di pace ma fa la guerra e i potenti che lo abitano e lo comandano sembrano tutti (o quasi tutti) impegnati a procurare felicità per se stessi e infelicità agli altri… “Ma il mondo – chiedeva stamani la devota Giuseppina a chiunque fosse disposto ad ascoltarla – non è di tutti e per tutti? E la terra non è la casa comune in cui ritrovarsi?”. Ho ascoltato l’invocazione della Giuseppina… Poi, a mo’ di risposta, le ho offerto quel che Diogene di Enoanda (sconosciuto ai più, io compreso, ma certamente saggio) lasciò ai posteri come invito a pensare e a meditare sull’essere e il divenire. Diceva il saggio: «Le varie divisioni della terra danno a ciascun popolo una diversa patria ma il mondo abitato offre a tutti gli uomini capaci di amicizia una sola casa comune: la Terra».
Ho allora guardato la fetta di terra che mi è concesso di abitare e l’ho vista arrabbiata, stanca, offesa. E dentro questa fetta di terra anche mia ho incontrato “gente stanca… stanca di una previsione di futuro che non lascia speranza… stanca perché derubata dell’oltre che dà senso al presente, sostanza al desiderio, significato al futuro… costretta a difendersi dal virus (si chiama Individualismo, e abita ovunque) che decreta il declino della società”. Ho anche pensato che, nonostante tutto il benessere promesso, certamente e immancabilmente ci sono ancora tanti che chiedono elemosina e aiuto… e anche tanti che generosamente e largamente danno… A costoro, come annotò Oscar Wilde nei suoi appunti, “seppur nati nel fango” fu permesso di “guardare le stelle”. Peccato siano in drastica diminuzione… Infatti, a Milano mica chissà dove, sono aumentati i cani e sono diminuiti i bambini…
Con una buona dose di cattiveria autobiografica dico che ho scritto tanto e anche che tanto, di tutto, ho cancellato, ma il cancellato, ne sono convinto, “non è rimasto oltraggiato, semmai trasformato e forse trasfigurato dalle parole rimaste…”. Ma poi… è più importante la parte cancellata o quella salvata?
Visto il mondo così malmesso ho immaginato rimedi su rimedi, tutti buoni, però non fattibili a causa della troppa bontà richiesta. Uno di questi rimendi, forse il meno costoso, chiedeva di mobilitarsi a favore di una azione per la pace e l’educazione civile «per mezzo della scuola». In una scuola che nel mondo delle scuole è ritenuta di quelle che i ragazzi non li manda in dietro a mani vuote, qualche giorno fa, incontrando gli allievi dell’ultimo anno delle medie, ho chiesto se e come fossero interessati a diffondere e praticare comportamenti improntati alla pacve e alla civica educazione. Mi hanno risposto con un sì che modulava daun “adesso ci penso” al classico “lasciamo perdere...”. Ho allora ricordato a ciascuno che da qualche parte, datati 1968 e firmati da uno (tale Jacques Muhlethaler) che si meritò l’appellativo di“Jacques La Paix” e da un altro (tale Jean Piaget) che non lesinava sforzi per costruire paesaggi degni d’essere abitati, resistevano i “Principi Universali di Educazione Civica”, a suo tempo approvati e firmati da molte nazioni e, salvo distrazioni o dimenticanze,ancora riconosciuti qual lodevole esempio di bene comune. Perché non dicessero in giro che nessuno li aveva informati, ho letto per loro quel che i “principi” declamavano: 1) la scuola è al servizio dell’umanità; 2) la scuola apre a tutti i bambini del mondo il cammino della conoscenza reciproca; 3) la scuola insegna il rispetto della vita e degli esseri umani; 4) la scuola insegna la tolleranza, quell’atteggiamento che permette di accettare i sentimenti e i modi di pensare e di agire degli altri diversi dai nostri; 5) la scuola sviluppa nel bambino il senso di responsabilità, uno dei più grandi privilegi dell’essere umani; 6) la scuola insegna al bambino a sconfiggere il suo egoismo, gli fa capire che l’umanità non può progredire che grazie all’impegno personale e all’attiva collaborazione di tutti. I ragazzi hanno ascoltato, forse anche capito, ma così svogliatamente da indurmi a pensare all’urgenza di inventare qualcosa e qualcuno che li aiuti a diventare protagonisti del loro futuro. Sogno oppur son desto?
Secondo Anna Paola Tantucci, presidente di Eip Italia Scuola strumento di pace, “l’attuale momento storico, travagliato da guerre, episodi di spietata disumanità, distruzione di territori e, in dimensione privata, caratterizzato da storie di violenza nelle famiglie, ci fa riflettere se davvero ci siamo impegnati abbastanza per educare intere generazioni al dialogo, al rispetto reciproco e alla fratellanza”. Magari anche alla Pace – intesa come un processo attivo, inclusivo e democratico che richiede la capacità di risolvere i conflitti e promuovere la solidarietà – che richiede al sistema scolastico di promuovere la piena cittadinanza degli studenti, perché possano diventare protagonisti di cambiamento; inoltre, di fronte alla crescente disinformazione e ai discorsi d’odio, la scuola deve fornire strumenti per distinguere il vero dal falso e navigare la complessità”. Chissà, forse domani, quel che oggi è disdicevole diventerà meritevole di riguardo… Io ci conto. E voi?
Di nuovo mi rendo conto che la domenica meriterebbe domenicali capaci di elevare piuttosto che deprimere. A corto di dolcetti adatti alla bisogna, vi regalo sprazzi e briciole del tanto pensato e scritto da quel magnifico e immaginifico umano che si chiama Alessandro Bergonzoni, secondo un dotto giornalista “uomo dell’abracadabra, ovvero che crea parlando (secondo l’accezione etimologica aramaica), che ha fatto “voto di vastità”, che non ha “nessun dogma”, che non dà ordini ma disordini, che ribalta i comandamenti in “domandamenti” e l’ahimè in “hai me”, che ha invitato a “rifarsi il senno” e stigmatizzato in tempi non sospetti la tv quale “mezzo di distrazione di massa”, che più che la certezza della pena gli fa “pena la certezza”. L’amico vaneggiante ma terribilmente vero, specchio di un’umanità oltraggiata, non si smentisce e alza l’asticella creando “un’asta dei pensieri in cerca del miglior (s)offerente per mettere all’incanto il verso delle cose: magari d’uccello o di poeta”. E poi, prima della fine e al posto della fine, tira le somme invitando “alla sommità del Credo nel corpo-mente-spirito, non nel corpo che mente allo spirito” e chiamando in causa le congiunzioni “per esternare la non più procrastinabile urgenza di congiungimento ed elevazione”.
Se interessa e se non vi è dispiaciuto l’aver affidato parte del mio “domenicale” proprio a lui, allora trovate il tempo di assistere (dove ve lo dice internet) a quel “Arrivano i dunque” che è il titolo del suo ultimo spettacolo (in giro per l’Italia e che a Milano andrà a concludersi tenendo scena al Teatro Elfo Puccini dal 26 al 31 maggio). Se aderite all’invito scoprirete che i “dunque” in arrivo, o già presenti e urgenti, non sono entità grammaticali astratte ma ineludibili concreti fomiti (oltre l’ambito medico il termine può indicare, in senso figurato, la causa o l’incentivo di un sentimento o di un male), che mettono in guardia dal “genio-cidio”, l’uccisione della parte geniale e artistica da tempo in atto e che viene prima del genocidio, che invitano ad abbracciare “l’indimostrabiliante” (essenza dello stupore e del non saputo), che esortano l’uomo a “scarnarsi e divinizzarsi”, a congiungere il divino all’arte annullando la distanza fra l’artista e la divinità,(Dalì e Allah, per esempio) e che lanciano, infine, una “pro-vocazione” per provare a diventare l’altro…
Di nuovo trasformato ed esilarato, mi immedesimo nello spirito che reclama e chiede se “per diventare fiume (di pace) sia necessario fare un corso d’acqua (pura e sorgiva)”, se non sia il caso di “smetterla di fare la guerra e di incominciare invece a ridere a crepapelle!”. Secondo il mio amico pazzo ma saggio, tutti oggi dicono “torniamo umani”. In verità il problema, spiega e canta Alessandro, “è che questo che vediamo, subiamo, ci connota e ci ferisce è già umano, disumano, subumano, è una condizione terminata, sterminata… Dobbiamo vedere la bomba atomica? È già scoppiata. Ho il terrore della parola pace perché ormai è infantile, nessuno ci crede più. Io voglio chiamarla “ra” che è la fine della guer-ra, insomma voglio vivere la “ra”. Però, finché si fanno delle leggi definite “anti-Gandhi” ho un ottavo senso che mi si apre, il senso di nausea. Allora a questo punto la sovrumanità è richiesta. Tutti dicono “ho fatto il possibile”, non ci siamo ancora accorti che è proprio quello il problema: bisogna fare ormai l’impossibile, il sovrumano, bisogna dare la precedenza a chi viene dall’alto. Negli incroci delle razze dove ci sono neri, bianchi, gialli, marroni a chi do la precedenza? A chi viene da destra? Da sinistra? No, a chi viene dall’alto”.
Basta e avanza. E se potete scusate se ho abusato usando parole altrui. Ma ne valeva la pena!
LUCIANO COSTA













