Il Domenicale

Beati e beoti incoscienti… come i piccioni. Cercando guerra invece di pace.

La pace, nonostante le parole dette sussurrate gridate, può attendere. E se capitasse che almeno una guerra (non sette e nemmeno otto di quelle vantate come lasciapassare per onorificenze roboanti) s’avviasse a conclusione (per esempio quella che infiamma il Medio Oriente, con palestinesi in vetrina ed ebrei alla gogna) ne resterebbero altre cinquantacinque o ancor più di cui dolersi, arrabbiarsi, forse interessarsi e, ma sempre forse, impegnarsi per farle finire. Di questo è rivestita la domenicaprima di ottobre, ideale per rammentare ai vivi beati nel loro esistere ma anche ai beoti ignoranti di ciò che accade intorno a loro, che non c’è alternativa allo stare come le foglie d’autunno sugli alberi”, cioè incerte e traballanti, semmai solo certe-certissime che nel doman non c‘è certezza” (verso scritto intorno al 1490 da Lorenzo de’ Medici per magnificare il trionfo di Bacco e Arianna, che nella sua versione premetteva però un eloquente “chi vuol esser lieto, sia, ben adatto a restringere il campo dei gaudenti) e che dunque ben valeva l’esortazione a godere del presente, poiché il futuro era incerto e fuggevole

Così ieri. E oggi? Idem, idem, con o senza patate” dice il saggio paesano. Con l’unica differenza che lo star male, vivendo incerti e traballanti, interessa i più e non i meno. In tale contesto la pace è e rimane in pausa, in attesa di un Godot annunciato ma imprevedibile, circondata da parole vacue, sommersa da grida che non fanno distinzione alcuna tra odio e amore, tra ragione e torto, tra invasore e invaso, tra demoni e angeli, tra terrore e diritto a non avere paura…

Dovrei avventurarmi nel mare invaso dal popolo delle barche (la flotilla divenuta simbolo di novella, buona e generosa crociata) e nelle piazze stracolme di scioperanti (altrettanto nuovi, buoni e generosi). Ma siccome del popolo delle barche mantengo opinioni che divergono da quelle innalzate a verità insindacabili e di quello delle piazze (presente col titolo di scioperanti) vedo solo la forza e non il pensiero, scelgo il tacere e lo innalzo a bandiera. Ciò non mi ha però impedito di leggere pensieri pensati sui mali che ci affliggono: torture, omicidi, incendi, sfollamenti forzati, interi villaggi rasi al suolo a colpi di bombe (in Myanmar, nazione sconosciuta ai più, per esempio, non passa neanche un minuto senza che si registrino atrocità). Poi, conflitti armati che generano sfollamenti, deportazioni, radicalizzazione della paura, violenza e violenti che sono il richiamo più evidente alla criminalità.  

E queste conseguenze generate dalle guerre, sono i rischi ai quali oggi va incontro un numero sempre più crescente di giovani, ai quali dovrebbe essere offerto un programma d’azione per una cultura di pace e dovrebbe essere data la possibilità di operare, con pieni poteri, per una cultura di pace. Dovrebbero però essere aiutati questi giovani! Ma come? Per esempio, incoraggiandoli a “coltivare e promuovere amicizie sociali, vere, libere da piccoliinteressi e vincolate invece alla ricerca del bene comune, nel rispetto della dignità umana di ciascuno indirizzandoli ad agire nello spirito della “dichiarazione sulla cultura della pace”, sottoscritta nel già lontano 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che negli articoli 4 e 8 dice come “l’istruzione, a tutti i livelli, costituisce uno dei principali strumenti per costruire una cultura di pace” e che “un ruolo chiave nella promozione di una cultura della pace compete a genitori, insegnanti, politici, giornalisti, organismi e gruppi religiosi formandoli ai valori, agli atteggiamenti e agli stili di vita da usare ed esercitare per risolvere pacificamente le controversie, per confermare a chiunque il diritto di “essere e diventare persone”, per fare spazio alla tolleranza e così negare ogni discriminazione.

Leggo anche che se non leggi hai già perso, perché ci sarà sempre qualcuno che avendo letto si sentirà in diritto di ridurre a niente i tuoi pensieri; che “se la politica ti scivola addosso come il sapone mattutino preoccupati, perché quella politica che tu allontani e aborri farà a meno di te e imporrà a te ciò che magari tu non sei disposto ad accettare. Il capitolo del “se non leggi sei fregato”, almeno a coloro che della lettura fanno virtù celebrando l’utilità e la meraviglia che l’accompagna, offre panorami inquietanti: nelle prime 24 settimane del 2025 sono stati comprati due milioni netti di libri in meno, che equivale al 5% di lettori persi, uno su venti; le statistiche relative all’anno 2024 (le uniche per ora disponibili), dipingono una condizione rovinosa, tale da far dire agli esperti che solo il 40% degli italiani legge almeno un libro l’anno, che l’Italia è il Paese in Europa dove si legge meno, solo poco più di quanto leggono gli abitanti di Cipro e Romania; che la percentuale di chi legge almeno un libro l’anno è pari al 35% (in Europa è del 53%, nel Nord Europa arriva almeno al 70%, in Francia, Germania e Spagna si attesta abbondantemente sopra il 50).

Non va meglio sul versante del “fare politica e basta dare un’occhiata alla percentuale dei votanti (già sotto il 50%) per rendersene conto. Esse dicono chiaramente che poco o nulla ci lega al mondo della politica, che è evidente il disamoramento dalla politica (certificato dall’astensione dal voto). Ragion per cui, non vedendo alternative, basta turarsi il naso e votare Tizio oppure Caio o Sempronio, che tanto pari sono e pari restano… Questione prima di conoscenza e poi di fiducia. Mi chiedo e vi chiedo: “Se a proporsi alla politica fossero uomini e donne interessati al bene comune piuttosto che allo scranno (questo o quello, alto o basso non importa) alla politica riserveremmo attenzione, ascolto e interesse piuttosto che negazioni, astensioni e sberleffi? Se ci fossero libri validi ci sarebbero anche persone disposte a leggerli?”. Domande pertinenti, purtroppo senza risposta. Però, a ben guardare, di buona politica e di buoni libri vi sono tracce evidenti. Però, il problema è che spesso buona politica e buoni libri tendono, la prima a smarrirsi nelle logiche del potere dei capipartito gruppo corrente, i secondi a perdersi nel marasma di titoli che escono ogni giorno, che benché abbiano vita breve o addirittura brevissima, resistono felici rimanendo appollaiati sul perverso eppur amabile scaffale di cristallo, disposti a qualsiasi presentazione (alla quale approdano spesso già belli e trapassati). Insomma, che ci sia un calo di attori della politica e di lettori di libri o scritti messi quotidianamente in pagina, è evidente eaddirittura lapalissiano. Che però questo andazzo lo si possa attribuire a una crisi multipla, cioè comprensiva di fattori vari quali il potere d’acquisto (specificatamente nel caso di libri e giornali), il ruolo della scuola, i social, la concorrenza, la negazione del fare insieme e l’approvazione del sovrappeso concesso all’io rispetto al noi (per ciò che attiene alla politica),non mi convince… Penso infatti che i primi responsabili del nulla che ci affligge siamo noi Noi che ci voltiamo dall’altra parte per non vedere ciò che sta accadendo; che andiamo a Gaza ma non in Ucraina, in Russia, ovunque si spari, si uccida e si muoia; che accettiamo di tacere per non nuocere all’interesse e alla ricchezza; che stiamo bene da soli; che “chi se ne importa se dietro l’uscio di casa si celano drammi e mortificazioni crescenti…

Come il saggio editorialista “ho tre dubbi sull’azione della Flottiglia di pacifisti in viaggio verso Gaza… E questo al di là delle indiscutibili buone intenzioni di chi vi partecipa…”. Dato per assodato che chiunque ora legge è come me inorridito dalle stragi in Palestina, come in Sudan e in Nigeria e altrove nel mondo, e dato per assodato che nessuno – spero – tra feste del cinema e appelli social, intenda usare il dolore altrui per farsi bello e magari “giusto” a basso costo, indico tre motivi di perplessità. Primo: se davvero si vuole far arrivare aiuti umanitari si usano canali sicuri per farli arrivare, non un azzardo incerto, perché conta far del bene, non mostrare se stessi mentre si prova a farlo. Secondo: se l‘intenzione, per quanto arricchita da intento umanitario, è creare una provocazione a uno dei contendenti in conflitto, allora la vicenda cambia e non riguarda solo la spaventosa guerra tra Israele e Palestina, ma anche gli schieramenti e le alleanze manifeste e occulte. Terzo: se la differenza tra la posizione di chi, come i leader delle comunità cristiane di Gaza, decide di restare e non accettare l’invito all’esilio forzato fatto da Israele a un popolo che nessuno sembra voler sostenere (neanche i potentissimi “fratelli” arabi), per garantire cura e aiuto ai fragili, creando così da dentro un problema al governo israeliano, e la posizione di chi invece viene da lontano per allargare una crisi internazionale, allora guai a non sentirne il peso.

E dunque, nonostante qualcuno che pensa di rappresentare tutta la cultura italiana proclami il suo appoggio indiscutibile alla “flotilla” io, da libero seppur incerto pensatore, difendo i miei dubbi attuali e mi aggrappo a parole già ascoltate. Come quelle pronunciate da papa Paolo VI appena sessant’anni fa all’Assemblea generale dell’Onu. «Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre!» disse il papa mite e pensoso. Sono passati sessant’anni, era lunedì 4 ottobre 1965, il mondo uscito vent’anni prima dall’immane tragedia del Secondo conflitto mondiale era diviso in due blocchi e aveva da poco avuto inizio un tempo di dialogo e disgelo, con i primi tentativi di accordo sul controllo degli armamenti nucleari.Voi attendete da Noi questa parola — disse Paolo VI — che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo principalmente è sorta l’Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace! Ascoltate -aggiungeva il pontefice – le chiare parole d’un grande scomparso, di John Kennedy”, quelle che dicendo “l’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità”, sottolineavano la responsabilità di coloro che affollavano l’Assemblea nel guidare il mondo verso la pace e mai verso la guerra.

E però la pace, ne sono convinto, non la si conquista scrivendo e accettando striscioni come quelli letti nei cortei romani pro-pal. Uno di questi diceva: Quest’anno sull’albero di Natale non mettete addobbi, appendete un sionista…. Aberrante ma tollerato, odioso ma accettato, inquietante ma reso normale dl mal-pensiero dominante, disumano ma umanizzato dalla sete di violenza stagnante e sorgente… Se volete motivi in più e ben più degni di quelli fin qui raccontati, cercateli nell’odierno “breviario” di Gianfranco Ravasi (lo trovate nella Domenica delSole 24 Ore”), che alle soglie del lugubre anniversario della strage del 7 ottobre perpetrato da Hamas e dalla successiva carneficina dell’esercito israeliano a Gaza, riferendo uno dei “cinquanta paradossi” enunciati da Tahar Ben Jellun, dice: “Sembra che il piccione sia un animale crudele. Quando si batte con un altro piccione, si accanisce su di lui finché non muore. E dire che gli uomini di buona volontà hanno scelto la colomba come simbolo della pace!. Però, come i colombi, gli umani gareggiano e duellano tra loro, incapaci di intendere e volere la pace, convinti che “anche gli dei sono impotenti davanti alla follia degli uomini che cercano guerra invece di pace, dolore invece di gioia… ripetendo sempre gli stessi errori”.

LUCIANO COSTA

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