Il Domenicale

C’era una volta e poi ancora un’altra e un’altra ancora…

A proposito della torre diventata terra di Babele, l’attenta lettrice che non smette di stupirmi per la pazienza e l’assiduità che riserva alla mia domenicale divagazione, sottolinea la sua “forse non casuale” concordanza con il pensiero di papa Leone. Bontà della lettrice, che da parte mia sono e resto nessuno. Il pensiero offerto dal Papa come meditazione dice che dinanzi alla tentazione di costruire la “torre di Babele”, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale.E perché non sussistano dubbi sull’essere e il divenire della civiltà dell’amore, Leone XIV spiega che essa non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione...”.

Ieri, vedendo il papa americano arrampicarsi sugli scogli di Pantelleria, forse per incontrare quell’infinito cielo che tutti abbraccia e consola o forse, semplicemente, per consentirgli di liberare le lacrime custodite, ho dato nuovo slancio e attualità alla lezione consegnata al mondo da Papa Paolo VI, che non smetto di considerare “amico vero e sincero”. Correva l’anno 1970 e in quel 17 maggio, durante l’omelia di Pentecoste, la civiltà dell’amore divenne progetto concreto e un dovere dei cristiani per sostituire una società basata sulla violenza e sullo scontro con un mondo fondato sulla fraternità e sulla pace”. Ma questa è “utopia, nulla più di una fantasia buonista” dissero in molti. “Felice utopiascrisse invece un libero pensatore che di quel Papa poteva ben dirsi compagno di viaggio (si chiamava Cesare Trebeschi quel libero pensatore e basta riandare al suo pensiero per scoprire che il senso profondo di ciò che Paolo VI proponeva era racchiuso nella responsabilità di farsi carico ciascuno del bene dell’altro, magari sconosciuto, ma fratello. Non un’utopia – spiegò il prete di montagna che di lui custodiva pensieri e speranze -, ma una costruzione storica affidata all’impegno di tutti, capace di contrapporsi alla civiltà del consumo e della tecnica fine a se stessa, obiettivo finale verso cui deve tendere il progresso umano e sociale, un’idea di sviluppo annunciatrice del nuovo nome della pace: sviluppo dei popoli, fondamento su cui costruire la civiltà dell’amore, kla sola che consente il progresso dei popoli”.

Sempre ieri, prima serata di chiacchiere vacanziere estive, il tutto e il di più hanno tenuto banco. Ovviamente, prima il caldo e l’afapatiti, poi il “gran casino” delle guerre e dei guerrafondai (tanti, tutti stupidi o instupiditi dal fragore del danaro), a seguire le “sorate” (parole senza senso e censo) ripetute e sempre miserevoli del biondo occasionale padrone di un’America sognante e sognata, che c’era e che offriva garanzie di libertà e democrazia e che adesso è invece costretta a navigare solo a vista, ubbidiente al volere di un tizio che della Ragione fa brandelli e del Rispetto carta straccia. Più in là i vestiti ben firmati della premier, le bizze di taluni – troppi – cialtroni politicanti, gli amen dei rassegnati, gli alleluia degli utopisti, i miserere degli avviliti da giuri e spergiuri in libera uscita… Niente di diverso rispetto al passato, ma questa volta con un pizzico di preoccupazione in più, quella dettata dal ridicolo circolante. E nessuna meraviglia, dimensione dello stupore, forse virtù da accettare come compagna d’avventura o forse debolezza da combattere e cancellare.

E fu così che la serata divenne rappresentazione di un c’era una volta… C’era una volta un monsignore di santa romana chiesa (Lefrev et similia?) che credendosi unto e riunto, vestito e rivestitodi sete e arazzi, baciato e coccolato da superbi senza certa cittadinanza, si elevò da solo a cantore di nuovo cristianesimo (nuovo, ma lontano da ogni impulso conciliare e da qualsiasi civiltà dell’amore), ubbidiente alla logica del potere (politico)piuttosto che a quella (universale benigna solidale fatta di prossimo da amare più di se stessi) del  Vangelo C‘erano una volta, ma ci sono ancora, tanti bellimbusti fuori ma assai bruttidentro (biondi, bruni, rossi, gialli, neri o anche solo leggermente colorati d’altro, fate voi), cretini e odiosi non di poco conto, despoti e tiranni a cui sfugge d’essere comunque caduchi piuttosto che stanziali… C’erano, ma di loro vi sono tracce evidenti anche adesso, perditempo chiacchieroni (tipo celoduristi-stellati-reggimentati-democristiani-comunisti-socialisti, ecc. ecc., sempre se ciò non disturba) senza arte parte, che immaginandosi unici depositari del saputo e venduto propinano ai gonzi che li seguono dosi inverosimili di puzzo e di conquiste inconquistabili. C’era una volta, e c’è ancora, Mamma Rai, che faceva la storia e la geografia, che in poneva le mode e i nuovi miti, che innalzava omuncoli e sfitinzie ad altezze spropositate, che i danni da lor provocati li medicava poi con pezze redditizie e comparsate lucrose… C’era una volta in America qualcosa che si chiamava sogno e possibilità, diritto e accoglienza, libertà e democrazia, qualcosa di veramente eccezionale, tanto eccezionale da essere invocato e atteso… C’era una volta il pudore, che impediva abusi di stupidità e di evidente pochezza…, C’era una volta l’accortezza che impediva al privato (nella buona come nella cattiva sorte) di diventare pubblico, soggetto e oggetto di risate-scongiuri-deliri-cantate e pernacchie… C’erano una volta sindaci al servizio del bene pubblico, ci sono adesso sindaci manager-tuttofareburocrati-accalappiatori di voti e prebende a cui il bene comune va stretto, ma proprio assai stretto… C’erano una volta cronache e diari che raccontavano tante verità o anche solo mezze verità, altrettante bugie, parecchie approssimazioni ma nessuna lapidazione preventiva adesso ci sono marchingegni che di tutte le erbe fanno un fascio offrendole come rose profumate pur sapendo che sono soltanto anticamera di puzzo e malaffare. C’erano una volta, e ci son o ancora, i cosiddetti virgolettati, che racchiudevano detti e contraddetti dei capi e dei più in vista (quelli che adesso mantengono la funzione ma non la sostanza), del tipo “ha detto, ripetuto, argomentato, ridetto, sottolineato…”, roba da matti o da cronisti arrabbiati…

Un a volta c’era, ma c’è ancora, un tale che firmava domenicali in cui racchiudeva pensieri, sogni e utopie. Costui, adesso, non sapendo più come menare il can per l’aia, dice “basta così. E il resto ciascuno lo cerchi da solo. Però, senza mai dimenticare che si è parte di un tutto e non il tutto, che prima di ogni passo è necessario capire che nessuna frontiera si attraversa da soli, che serve scrivere pezzi degni d’essere letti, che come sempre accade,le cose vecchie (tipo quelle che cominciano col classico “c’era una volta”, scompaiono pur lasciando dietro di sé la bellezza diqualcosa – una chiesa, una santella, una porta aperta, una mano disposta a stringerne un’altra, un segno di carità intelliugente, un servizio generoso e disincantato… – capace di rinnovarsi.

LUCIANO COSTA

 

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