Il sonno della ragione genera mostri. E siccome la ragione dorme da tanto tempo, i mostri sono diventati tanti, ognuno uguale all’altro, tutti stupidi arroganti violenti boriosi bugiardi mistificatori traditori meschini doppi-tripli-quadrupli-giochisti sciocchi e ignoranti alla stessa maniera, clerici pontificanti inutili e terrificanti… Ma, che mondo è quello che dentro di sé racchiude simile assembramento di mostruosità? Il nostro, purtroppo. E nessuno dica che questo sono solo esagerazioni, canzonette ballabili e veniali, nulla più. No, non lo dica, che la realtà è veramente il peggio possibile e immaginabile. Salvo eccezioni, ovviamente, che sono poche e dunque facilmente riassumibili: un papa come Francesco che soffre ma che non smette di disegnare scenari di pace e di infinito; un presidente come Mattarella che non smette di ricordarci e di ricordare al mondo che aggressore e aggredito pari non sono e anche che il grande non ha alcun diritto di schiacciare il piccolo; un predicatore senza pulpito, divisa e nome, che all’unico rimasto ad ascoltarlo spiega che “peccare non significa fare il male, ma che non fare il bene, questo significa peccare”; uno scribacchino spaesato, che invitato dalla redazione a cucire insieme notizie diverse per trasformarle in qualcosa di proponibile, si sente autorizzato a dire e sostenere che “molti guai del mondo dipendono dal fatto che si può scrivere con una macchina da cucire, ma non si può cucire con una macchina da scrivere”… E poi? Poi, basta! Tutt’al più, se voglio vuoi volete vogliamo, restano solo le canzonette. In mezzo a tanto frastuono prima mi perdo e poi mi ritrovo a cantare con l’intelligente ma mai sufficientemente ascoltato menestrello – tale Edoardo Bennato, un poeta più incantato che disincantato – che “forse è stata una pazzia”, che però “è l’unica maniera di dire sempre quello che mi va” e anche quello che non mi va. Per questo così canta, e mi piace riferirlo, il menestrello:
Non potrò mai diventare
direttore generale…
Non potrò mai far carriera
nel giornale della sera…
Mai nessuno mi darà
il suo voto per parlare
o per decidere del suo futuro…
Nella mia categoria
è tutta gente poco seria
di cui non ci si può fidare.
Guarda invece che scienziati
che dottori, che avvocati
che folla di ministri e deputati.
Pensa che in questo momento
proprio mentre io sto cantando
stanno seriamente lavorando…
Per i dubbi e le domande
che ti assillano la mente
va da loro e non ti preoccupare,
sono a tua disposizione
e sempre, senza esitazione,
loro ti risponderanno.
Io (invece) di risposte non ne ho
Io faccio solo… canzonette.
Se ti conviene bene,
Io più di tanto non posso fare.
Gli impresari di partito
mi hanno fatto un altro invito
e hanno detto che finisce male
se non vado pure io
al raduno generale
della grande festa nazionale.
Hanno detto che non posso
rifiutarmi proprio adesso,
che anche a loro devo il mio successo.
che son pazzo ed incosciente,
che sono un irriconoscente,
un sovversivo, un mezzo criminale.
Ma che ci volete fare,
non vi sembrerò normale,
ma è l’istinto che mi fa volare.
Non c’è gioco ne finzione
perché l’unica illusione
é quella della realtà, della ragione…
Però a quelli in malafede,
sempre a caccia delle streghe,
dico: no, non è una cosa seria.
E così e se vi pare,
ma lasciatemi sfogare.
Non mettetemi alle strette
e con quanto fiato ho in gola
vi urlerò: “Non c’è paura”…
Ma che politica, che cultura.
Sono solo canzonette,
non mettetemi alle strette…
Sono solo canzonette.
Leggo che quel tale artista “ha cancellato tanto, di tutto, ma ciò che ha cancellato non è rimasto oltraggiato, piuttosto trasformato, trasfigurato dalle parole rimaste”; mi chiedo allora se sia “più importante la parte cancellata o quella salvata”; rispondo che non lo so, che se una risata non mi seppellirà potrò sostenere ancora che “non esiste, o non dovrebbe esistere, l’ultima riga quando se ne sono scritte e usate tante per raccontare, forse per spiegare, forse per aiutare a pensare o forse solo per dire quel che altri avevano taciuto… per esempio che la bontà “almeno quella intesa come somma di buoni gesti, buone cose, buone intenzioni e buona carità, è la buona somma di tutti gli anni buoni e vissuti con bontà, allora è logico pensarla mai finita, cioè infinita!”.
Buona e infinita come le filastrocche, che sono “mestizia arguta che non cede mai al pessimismo”. Alcune di queste filastrocche intelligenti, firmate da Gianni Rodari, “parlano d gente che lavora e sogna, altre insegnano che la guerra è brutta e stupida e che la pace bisogna farla prima della guerra, non dopo, quando tutto è andato a pezzi.” Come disse il poeta sognatore: “Ci sono filastrocche allegre e ce ne sono tristi, proprio come nel calendario si incontrano giornate d’oro e giornate nere; ma filastrocche senza speranza non ce ne sono, non le so fare”. Disse anche il contastorie più vero e più raccontatore di storie vere, che “la speranza e l’erbavoglio devono crescere ai bordi delle strade, nei vasi sui balconi, sui cappelli della gente, ovunque si voglia vedere un mondo migliore… In fondo, si tratta solo di volerlo e il mondo diventerà più abitabile”.
Come fare, però, non lo so. Forse “con l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione”, oppure mettendo tra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione la lezione che vien dal Bhutan… l’ultimo Paese al mondo a connettersi a Internet e alla televisione, lezione scritta in “c’era una volta in Bhutan”, film di rara e sottile intelligenza, il cui dipanarsi mi è stato ieri raccontato da una sapiente interprete della cinematografia attuale con la semplicità e l’enfasi necessarie a invogliare alla visione. Il film racconta il cambiamento più grande di tutti: il passaggio dalla monarchia assoluta alla democrazia. E per insegnare alla gente come si fa vengono mandati per paesi e villaggi gli esperti, bravi in tutto ma non a comprendere che a un popolo già felice non si può insegnare altra felicità. Loro spiegano il valore del voto e della democrazia, ma non la loro pratica applicazione… Quella resta nel vago, aggrappata a colori diversi – giallo, rosso, blu -, a rendite non conosciute, al valore ancora misterioso del dollaro, al mercanteggiare di un vecchio con un nuovo fucile, al rito che il loro Lama inscenerà chiamando i felici fedeli a girare in tondo mentre al centro del cerchio i fucili recuperati – due e non uno solo – saranno ricoperti da una colata di terra e pietre, segno inequivocabile per dire che la felicità non appartiene ai fucili ma alla capacità di ritrovarsi insieme per fare un girotondo allegro intorno al mondo, magari dando valore a quel pezzo di legno( scolpito per raffigurare un uomo e il suo diritto a essere seminatore di vita e non di morte) che il Lama consegna quale somma ricompensa a chi gli ha procurato, correndo pericoli e consumando fatiche, non uno ma addirittura tre (uno antico e due moderni) fucili da sotterrare con sincere e fragorose risate.
È solo un film, ma uno di quelli che obbligano a pensare e a vedere quel che altrimenti non sarebbe possibile vedere, una vera lezione sull’essere e il divenire, sul come abbracciare la democrazia e abbandonare, in Bhutan la monarchia assoluta, qui da noi, ma anche altrove e adesso, totalitarismo populismo fascismo nazismo comunismo e qualunque loro variante… Una lezione che il suo valore lo distribuisce insegnando come essere e rimanere felici…
Anche se può sembrare, non ho scherzato. Davvero sogno una colata di terra e pietre capace di sotterrare tutte le parole vane e le bugie ammantate di verità che popolano il mio e vostro presente.
LUCIANO COSTA













