Il Domenicale

C’era una volta Pace, ragazza innocente e bellissima, desiderata ma tradita…

Svegliarsi e di nuovo accorgersi che la domenica non sarà l’attesa buona domenica, ma l’ennesima domenica che racconta il peggio di ciò che è il mondo offre: guerre, bombe, odio, disuguaglianze, ingiustizie, soprusi, fame, sete, malattie, gente che si guarda in cagnesco, persone che non si vedono sebbene si sfiorino, ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri, buoni e giusti in disuso, cattivi e perversi in bella forma…. Così è se vi pare, ma anche se non vi pare. Poche ore prima della domenica, mentre era ancora notte, la guerra già padrona di troppe esistenze muoveva nuove e terrificanti pedine armate, addestrate (ufficialmente per “impedire” che armi micidiali, atomiche, nemiche di ogni umanità in cammino fossero usate contro il resto del mondo, concretamente per “imporre” regole rivestite di quel tanto di umanesimo necessario per offrire sembianze di pacifica esistenza…) e quindi messe lì a far da palo all’incoscienza di troppi umani, ahimè in libera uscita nonostante la loro palese pericolosità.

Allora, desolato, ho raccontato a me stesso la solita storia…C’era una volta Pace, ragazza innocente e bellissima, desiderata ma mai amata fino al punto di renderla parte dell’essere e del divenire di ciascuno. C ‘era una volta Pace, esiste ancora, ancora resta desiderata, ma ogni volta è offesa vilipesa sbeffeggiata abbandonata e relegata lassù dove la pergola custodisce l’uva a cui tende senza raggiungerla la volpe astuta. Tanto astuta da giustificare perfino il suo non godimento con il classico “nondum matura est”… (tanto non è matura, non voglio coglierla acerba). Esopo insegnava dettando favole… Ma è passato così tanto tempo che ogni insegnamento in favola ora sembra soltanto… una favola, buona per invaghire, non per stupire e aprire la mente a corroboranti confronti. Eppure, resta attuale quella favola, o sì, tanto attuale, attualissima… La ricordate? Racconta che spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d’uva posto sin alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo però raggiungerla, esclamò: “Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!”. La morale della favola è presto detta: “Coloro che sminuiscono a parole ciò che non possono fare sono…”. A voi la scelta di ciò che costoro sono e appaiono. Secondo me, sono l’esatta raffigurazione di tanti politicanti: belli e ridenti fuori, oscuri e maligni dentro. Nel frattempo la guerra e le guerre sono lì, dietro l’uscio di casa mia, tua, sua, nostra, vostra. Domani potremmo già non aver più forze per raccontare. Però, chi se ne importa se tutto finisce a schifio?

Ieri ho letto il rapporto stilato dalla organizzazione non governativa Oxfam a proposito delle grandi disparità esistenti… qui in Italia, dove il 5% delle famiglie più ricche possiede il 47,7% della ricchezza nazionale, dove (anno 2024) la ricchezza dei già miliardari è aumentata di 61,1 miliardi di euro – al ritmo di 166 milioni di euro al giorno, raggiungendo un valore complessivo di 272,5 miliardi di euro detenuto da soli 71 individui e dove è facilmente scopribile che tra noi ci sono poco più di 1,3 milioni di milionari. Ho anche scoperto, tra molto altro, che altrove nel mondo c’è chi letteralmente sguazza nell’oro e chi a mala pena possiede solo occhi per piangere. Di sicuro non piange la Svizzera, che continua a guidare la classifica della ricchezza media pro capite a livello di singolo, e non piangono gli Stati Uniti d’America, Hong Kong e Lussemburgo. Danimarca, Corea del Sud, Svezia, Irlanda, Polonia e Croazia, che hanno registrato i maggiori aumenti della ricchezza media, tutti con tassi di crescita a doppia cifra. Ho allora meditato sull’ineluttabilità delle disuguaglianze, sul “più ho più voglio” tanto di moda, su ciò che è equo e su ciò che iniquo… Conclusione? Purtroppo, così è e così resterà ancora a lungo…

Però, in così disastrato panorama, due voci si sono levate per indicare strade percorribili se la volontà fosse quella di camminare insieme alla ricerca di ciò che unisce e non di ciò che divide: quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, levata al cielo e affidata al mondo in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, e quella di papa Leone XIV, innalzata all’Altissimo in occasione del Giubileo dei governanti.

Siccome di ciò che i “due” hanno detto le cronache hanno dato conto in maniera sommaria, vi propongo l’insieme con preghiera di lettura e meditazione.

Ha detto il Presidente Sergio Mattarella: “La condizione dei rifugiati e dei profughi da un numero crescente di conflitti armati, tensioni regionali e gravi crisi umanitarie, indotte anche dall’impatto crescente di eventi climatici estremi, diviene sempre più grave. È una realtà che interpella le nostre coscienze e ci chiama a fare di più per chi si trova in condizione di fragilità e bisogno per affermare l’inviolabilità della dignità di ogni persona. Non è solo questione umanitaria: è responsabilità giuridica e morale comune. Nella Giornata Mondiale del Rifugiato, si rinnova il dovere di ricordare che la tutela della persona, in ogni sua condizione, è principio fondativo della Repubblica Italiana, cuore dell’ordinamento europeo e pilastro del diritto internazionale. L’Italia, anche per la sua collocazione geografica, si trova in prima persona a rispondere a questa sfida globale e ad affrontare le ragioni profonde di questi fenomeni. Si misurano in questo ambito le insufficienze dell’ordinamento internazionale che non riesce ad assolvere pienamente al compito di protezione di queste condizioni di fragilità, specie in questa fase di indebolimento e lacerazione delle relazioni fra gli Stati. La visione della Repubblica Italiana, fondata sulla cooperazione multilaterale e sul dialogo, appare ancora più preziosa, con l’attivo coinvolgimento delle forze della società civile, per un approccio condiviso in grado di offrire risposte rapide, concrete ed efficaci”.

Ha detto papa Leone XIV ai governanti, circa seicento, riunti per il Giubileo: “L’azione politica è stata definita da Pio XI, con ragione, «la forma più alta di carità». E in effetti, se si considera il servizio che svolge a favore della società e del bene comune, essa appare realmente come un’opera di quell’amore cristiano che non è mai una teoria, ma sempre segno e testimonianza concreta dell’agire di Dio in favore dell’uomo. Vorrei perciò, in proposito, condividere con voi questa mattina tre considerazioni che ritengo importanti nell’attuale contesto culturale.

La prima riguarda il compito, a voi affidato, di promuovere e tutelare, al di là di qualsiasi interesse particolare, il bene della comunità, il bene comune, specialmente in difesa dei più deboli ed emarginati. Ad esempio, si tratta di adoperarsi affinché sia superata l’inaccettabile sproporzione tra una ricchezza posseduta da pochi e una povertà estesa oltremisura. Quanti vivono in condizioni estreme gridano per far udire la loro voce e spesso non trovano orecchie disposte ad ascoltarli. Tale squilibrio genera situazioni di permanente ingiustizia, che facilmente sfociano nella violenza e, presto o tardi, nel dramma della guerra. Una buona azione politica, invece, favorendo l’equa distribuzione delle risorse, può offrire un efficace servizio all’armonia e alla pace sia a livello sociale, sia in ambito internazionale.

La seconda riflessione riguarda la libertà religiosa e il dialogo interreligioso. Anche in questo campo, oggi sempre più di attualità, l’azione politica può fare tanto, promuovendo le condizioni affinché vi sia effettiva libertà religiosa e possa svilupparsi un rispettoso e costruttivo incontro tra le diverse comunità religiose. Credere in Dio, con i valori positivi che ne derivano, è nella vita dei singoli e delle comunità una fonte immensa di bene e di verità. Sant’Agostino, in proposito, parlava di un passaggio dell’uomo dall’amor sui — l’amore egoistico per sé stesso, chiuso e distruttivo — all’amor Dei — l’amore gratuito, che ha la sua radice in Dio e che porta al dono di sé —, come elemento fondamentale nella costruzione della civitas Dei, cioè di una società in cui la legge fondamentale è la carità. Per avere allora un punto di riferimento unitario nell’azione politica, piuttosto che escludere a priori, nei processi decisionali, la considerazione del trascendente, gioverà cercare, in esso, ciò che accomuna tutti. A tale scopo, un riferimento imprescindibile è quello alla legge naturale, non scritta da mani d’uomo, ma riconosciuta come valida universalmente e in ogni tempo, che trova nella stessa natura la sua forma più plausibile e convincente. Di essa già nell’antichità si faceva autorevole interprete Cicerone, il quale nel De re publica scriveva: «La legge naturale è la diritta ragione, conforme a natura, universale, costante ed eterna, la quale con i suoi ordini invita al dovere, con i suoi divieti distoglie dal male […]. A questa legge non è lecito fare alcuna modifica né sottrarre qualche parte, né è possibile abolirla del tutto; né per mezzo del Senato o del popolo possiamo affrancarci da essa né occorre cercarne il chiosatore o l’interprete. E non vi sarà una legge a Roma, una ad Atene, una ora, una in seguito; ma una sola legge eterna e immutabile governerà tutti i popoli in tutti i tempi». La legge naturale, universalmente valida al di là e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, costituisce la bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire, in particolare su delicate questioni etiche che oggi si pongono in maniera molto più cogente che in passato, toccando la sfera dell’intimità personale. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata e proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, appartiene ormai al patrimonio culturale dell’umanità. Quel testo, sempre attuale, può contribuire non poco a mettere la persona umana, nella sua inviolabile integralità, a fondamento della ricerca della verità, per restituire dignità a chi non si sente rispettato nel proprio intimo e nelle esigenze della propria coscienza.

E veniamo alla terza considerazione. Il grado di civiltà raggiunto nel nostro mondo, e gli obiettivi a cui siete chiamati a dare riscontro, trovano oggi una grande sfida nell’intelligenza artificiale. Si tratta di uno sviluppo che certamente sarà di valido aiuto alla società, nella misura in cui, però, il suo utilizzo non porti a intaccare l’identità e la dignità della persona umana e le sue libertà fondamentali. In particolare, non bisogna dimenticare che l’intelligenza artificiale ha la sua funzione nell’essere uno strumento per il bene dell’essere umano, non per sminuirlo né per definirne la sconfitta. Quella che si delinea, dunque, è una sfida notevole, che richiede molta attenzione e uno sguardo lungimirante verso il futuro, per progettare, pur nel contesto di scenari nuovi, stili di vita sani, giusti e sicuri, soprattutto a beneficio delle giovani generazioni.

La vita personale vale molto più di un algoritmo e le relazioni sociali necessitano di spazi umani ben superiori agli schemi limitati che qualsiasi macchina senz’anima possa preconfezionare. Non dimentichiamo che, pur essendo in grado di immagazzinare milioni di dati e di offrire in pochi secondi risposte a tanti quesiti, l’intelligenza artificiale rimane dotata di una “memoria” statica, per nulla paragonabile a quella dell’uomo e della donna, che è invece creativa, dinamica, generativa, capace di unire passato, presente e futuro in una viva e feconda ricerca di senso, con tutte le implicazioni etiche ed esistenziali che ne derivano. La politica non può ignorare una provocazione di questa portata. Al contrario ne è chiamata in causa, per rispondere a tanti cittadini che giustamente guardano, al tempo stesso, con fiducia e preoccupazione alle sfide di questa nuova cultura digitale.

San Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo del 2000, ha additato ai politici, come testimone a cui guardare e intercessore sotto la cui protezione porre il loro impegno, San Tommaso Moro. In effetti, Sir Thomas More fu uomo fedele alle sue responsabilità civili, perfetto servitore dello Stato proprio in forza della sua fede, che lo portò a interpretare la politica non come professione, ma come missione per la crescita della verità e del bene. Egli «pose la propria attività pubblica al servizio della persona, specialmente se debole o povera; gestì le controversie sociali con squisito senso d’equità; tutelò la famiglia e la difese con strenuo impegno; promosse l’educazione integrale della gioventù». Il coraggio con cui non esitò a sacrificare la sua stessa vita pur di non tradire la verità, lo rende ancora oggi, per noi, un martire della libertà e del primato della coscienza. Possa il suo esempio essere anche per ciascuno di voi fonte di ispirazione e di progettualità”.

La lettura e l’ascolto delle parole pronunciate dai “due” mi hanno rincuorato. Ho allora pensato: perché non incominciare da queste parole se davvero vogliamo fare migliori il mondo e il tempo a nostra disposizione?

LUCIANO COSTA

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