Il Domenicale

C’erano una volta e ci sono ancora adesso il dazio e il daziere…

C’è molto, di tutto e di più nel procedere dei giorni – guerre aggressioni terremoti inondazioni siccità fame malattie povertà disperazione naufragi sbarchi rimpatri applausi lacrime feste lutti risate stupidaggini cretinerie regali vacanze colombe uova pasticcieri pasticcioni chef buoni buonismi affamati assetati ignudi vestiti santi peccatori probità vanità religiosità superbia dio dei idoli mammona e chissà quant’altro…- ma quel che domina e fa notizia è la parte più estrema e stupida dell’io: io faccio decido impongo voglio, che riassunto in una parola sola suona così: “Dazi”. Ieri il figlio di un amico, alto un soldo di cacio ma pronto a dire che ha sei anni compiuti e che a scuola studia anche l’inglese, all’ingresso di casa sua mi ha perentoriamente chiesto se avessi già pagato il dazio. Vedendomi perplesso e forse anche un po’ rimbambito, mi ha regalato un “sto scherzando…” che escludeva ogni intenzione ricattatoria.

Però, ho pensato, che faccia tosta e che disinvoltura nell’applicare il sentito dire e ripetere al più normale degli eventi: una visita di cortesia, nulla più! Tutta colpa dell’informazione mal data e, soprattutto, mal usata? Forse sì. Infatti, di tutto quel che viene messo in circolo rimane e si diffonde solo la parte più commestibile: non il pensiero, neppure lapprofondimento, neanche il confronto, figurarsi la paziente spiegazione dei perversi meccanismi da parte degli adulti istruiti, rivolta ai piccoli in crescita ma non ancora in grado di vedere oltre la punta del loro naso. Ho allora chiesto a me stesso: ma tu lo sai che cosa sono idazi e perché sono se non uno scandalo di sicuro la dimostrazione più evidente del menefreghismo che elimina il bene comune e cerca invece solo il bene personale? Ho balbettato senza rispondere. Eppure mi era chiaro che il dazio, quel dazio, non era un mezzo di reciprocità ma piuttosto un mezzuccio usato dai potenti per far sapere che di loro proprietà era il cappello dentro il quale chiunque si trovasse a passare doveva versare il suo obolo.Basta rileggere la paginetta di storia riassunta in qualsiasi pagina del web per rendersene conto.

Dice infatti la paginetta: illo tempore, Medioevo almeno, il dazio, che allora si chiamava gabella, costituiva una delle principali fonti di introito ed era associato ad una tassa che gravava sullemerci che transitavano da un comune all’altro. Si trattava di un vero e proprio rompicapo, tanto complicato da indurre in fretta i potenti a prendere provvedimenti per ridurre l’impatto dei dazi sul commercio. Ovviamente, non abolirono il dazio, semplicemente decisero periodi di sospensione coincidenti con le fiere e le feste cittadine. In tal modo, felice il potente, tutti gli altri erano autorizzati a sentirsi autorizzati di fare e disfare senza temere danno o dazio di ritorno… Così allora e così anche adesso. Infatti, il potente e i potenti fanno e disfano a seconda dell’umore che li circonda e li orienta. Prendi, a caso, quel che il biondo svolazzante caw boy americano sta facendo dicendo disfacendo e ridicendo e otterrai l’equazione più confacente al momento: io faccio e ordino, voi tacete e ubbidite! Cose dell’altro mondo, o no?

Ho abbastanza anni per ricordare che il dazio, in tempi lontani, eralo spauracchio di chiunque s’avventurava a far crescere in casa e in cortile qualcosa di utile al vivere e al sopravvivere. Per esempio, se allevavi un maiale per farlo diventare risorsa utile a sconfiggere la fame e l’inverno, prima di immolarlo e di renderlo salame, era richiesto il pagamento del dazio… sull’ammazzato e sul bene che l’ammazzamento avrebbe prodotto. Tutto accadeva di mattino, col buio pesto a far da testimone a fatti e misfatti inscenati tra cortili e portici di case e cascine. Quello era il giorno del maiale... che incominciava sempre e rigorosamente prima del canto gallo, non per sfizio ma perché tutto doveva accadere con qualche attimo d’anticipo sulla luce del sole, col favore della notte scura e tenebrosa, che tutto copriva e tutto nascondeva. Insomma, quel rito pagano, utilitaristico e casereccio doveva incominciare e concludersi prima che qualcuno, per esempio il famelico daziere, avesse modo di scorgere tra le pieghe del paese gli evasori impegnati a conciare il maiale senza averne denunciato l’ammazzamento. Così, rimandando gli adempimenti pretesi dal funzionario delle tasse – quello che agiva dalle mie parti si chiamava Gustavo, girava con una motocicletta che sputava fumo accecante e faceva tal rumore da rendere facilissimo il suo preventivo avvistamento, teneva ufficio nello stanzino della pesa pubblica, aveva occhi cerchiati da occhiali spessi, parlava poco, ma quel poco bastava a incutere timore reverenziale e a spingere i poveri cristi inadempienti a stargli alla larga; quello adesso in voga e abitante al di là dell’oceano, si chiama non lo voglio dire, gira in aeroplano e fa quel che vuole perché lui ha vinto e chi dubita abbia onestamente vinto vada all’inferno , il rito dell’ammazzamento del maiale andava in scena tra novembre e febbraio, quando l’inverno della Bassa si misurava coi giorni di nebbia spessa come una trapunta e coi pinacoli di ghiaccio che pendevano alle finestre delle stalle o che ornavano le gronde dei tetti.

Erano tempi grami, mica ridenti e guerreggiati come gli attuali… A cavallo di quei mesi umidi e freddi il maialino a suo tempo sottratto alla pòrca e messo in cortile a farsi la carne e le ossa, era pronto per il grande sacrificio. Il capo della famiglia e, ovviamente anche del ricovero animali adiacente, assistito dal figlio maggiore, apriva la porta del porcile e badando a non farsi sorprendere dalla furia dell’ospite – era già capitato che il maiale destinato alla giusta e onorevole dipartita, preso da insolita ma improvvisa voglia di sopravvivere, lasciasse la compagnia e si rifugiasse in campagna costringendo proprietario e invitati alla festa a cimentarsi in affannose ricerche, a volte brevi, altre così lunghe da compromettere l’intera giornata – prendeva letteralmente per il collo l’animale e lo guidava fino al punto in cui ‘l masadùr era pronto ad affondare il colpo fatale. Allora il maiale era una componente essenziale e insostituibile della famiglia. Insomma, non era uno dei tanti ospiti del cortile, ma l’ospite privilegiato, quello a cui venivano garantiti un porcile attrezzato e pasti regolari. Il cortile che ricordo, non grande e neppure bello, seguiva il porticato che assicurava ombra e riparo alle due stanze – casa e camera – in cui gli umani crescevano e si moltiplicavano. Gli abitanti di un cortile particolarmente ricco e fortunato avevano l’acqua potabile (bisognava pomparla  – in questo i ragazzi erano maestri – facendo ondeggiare l’asta che a sua volta stimolava lo stantuffo), il cesso (un asse protetta da quattro frasche, con lo sfogo direttamente collegato alla buca del letame) e il porcile sovrastato dal pollaio (in caso di presenze sospette i suoi ospiti – galline, faraone, galli, oche e anitre che dir si voglia – avrebbero rumoreggiato innescando l’allarme generale) a portata di mano; gli abitanti di cortili poveri e sfortunati, tra questi quello che conoscevo e mi ospitava, l’acqua andavano a prenderla in strada e i bisognini grandi e piccoli li facevano chiedendo ospitalità alle strutture vicine. Però, almeno il porcile era tale e quale a quello dei fortunati abitanti del cortile adiacente.

Nelle case affacciate sui cortili si dipanava l’umana avventura, dentro i cortili trovavano condimento e ospitalità animali e cose, in fondo ai cortili gli ospiti di porcili e pollai rivendicavano la loro insostituibile utilità dimostrando al mondo che l’uomo, da solo o senza loro, non ce l’avrebbe mai fatta a sopravvivere. Accanto alle persone, tante storie… Quella di Piero e Paolo (che oggi si chiamano Biondo e Muschiato), fratelli inseparabili e pasticcioni, vera verissima, era sempre benvenuta. Raccontava l’avventura dei due fratelli, che per non pagare il dazio avevano deciso di provvedere da soli e in gran segreto all’ammazzamento del maiale allevato per l’intero anno. Ragion per cui, i due, armati di candela e di martello grosso e pesante, quando intorno tutto dormiva, entrarono nel porcile avendo definito i rispettivi compiti: uno avrebbe tenuto la bestia per il collo, l’altro avrebbe assestato il colpo fatale. Il maiale, però, non partecipò serenamente al rito. Anzi, fece spegnere la candela obbligando Piero a colpire l’unica parte chiara e visibile: non la nuca del maiale, ma il ginocchio di Paolo, che usciva dai pantaloni strappati proprio in quel punto. Seguì un parapiglia che portò il maiale in piazza, quasi sulla porta del daziere, e il povero Paolo all’ambulatorio con l’osso fracassato, che per essere aggiustato gli serviva proprio e in fretta un ospedale. Però, tutto finì in gloria. E il dazio se ne andò a ramengo insieme al daziere. Fate voi le proporzioni, applicate la storia di ieri a quella di oggi, trovate il nesso e, se potete, traete la morale e applicatela ai giorni che verranno.

Ho scherzato, o no? Fate voi. Io oggi mi limito a prendere un ramo d’ulivo, simbolo di pace, chiedendogli di non ripetere quel che la storia lo ha costretto a fare: significare osanna e felicità per un Tale (Gesù il Nazareno) che in giro aveva seminato bene e miracoli per poi, appena dopo, metterlo in croce, colpevole di niente o forse di tutto il male e il bene possibile e immaginabile.Dimentico dazi e dazieri e cerco risposte altrove. Mi metto cioè in viaggio seguendo le direttive del poeta Costantino Kavafis, illuminato sognatore di mondi e cieli liberati da affanni e paure. “Se ti metti in viaggio – dice – augurati che sia lunga la via, piena di conoscenze e d’avventure.
Non temere
se tieni alto il pensiero, se un’emozione eletta ti tocca l’anima e il corpo, non incontrerai (ma questo lo dico io)dazi e dazieri, guerre e guerrafondai, avari e cattivi, potenti e pretendenti potere…

Tutto il resto è noia, dimenticanza, che tanto dimenticare conviene… Ma se suona la campana, per esempio quella che annuncia Pasqua, sarà il caso di ascoltare quel che torna a dire. E cioè che la vita ha vinto la morte e che un buon giorno è ancora possibile.

LUCIANO COSTA

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