Il Domenicale

Cercando quello che serve per vivere e per sopravvivere agli anni…

Mi accorgo che questo domenicale coincide con l’ultimo giorno della settima decade, quella che precede l’avvio dell’ottava. Domani il tempo e il calendario diranno: “Attento, sono ottanta gli anni che porti a spasso, abbine cura, conservali, vivili, condiscili con olio buono, buoni affetti, ottime amicizie, valorosi proposti… Poi, tutto il resto, accadrà e si proporrà, se vorrà e potrà…”. In verità, sarebbe meglio lasciar scorrere i giorni senza assillarli di pretese. Insomma, sia quel che sia. Però, perché restar di stucco, immobili e guardinghi, se in tasca restano riserve di parole da dire, di righe da scrivere, di pensieri da condividere, di gesti da mischiare ad altri gesti, di abbracci da concedere e magari anche da ricevere? “Affrettati, ma lentamente”, dice il saggio. Come fare, però, neppure lui lo spiega. In ogni caso, resta evidente la prevalenza dell’immediato su qualsivoglia idea o proposito di futuribile. Un tale (Charles Baudelaire, poeta maledetto, temerario inventore dei fiori del male, capace di scrivere che “la natura è un tempio in cui viventi colonne lasciano talvolta sfuggire confuse parole”), dice che “la sete insaziabile per tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità”. Infatti, aggiunge in altri capitoli di poesia ribelle e amata che “è insieme con la poesia e attraverso la poesia, e con e attraverso la musica che l’anima intravede gli splendori situati oltre la tomba; e quando una squisita poesia fa salire le lacrime agli occhi, queste lacrime non sono la prova di un eccesso di godimento, quanto invece la testimonianza di una malinconia irritata, di un postulato dei nervi, di una natura esiliata nell’imperfetto e che vorrebbe impadronirsi immediatamente, su questa terra stessa, di un paradiso rivelato”. Credo sia necessario sentirsi “poeti maledetti” per immaginare possibile impadronirsi del paradiso dipinto e immaginato. Questo ovviamente non è il mio terreno (non sono né poeta né, tanto meno, poeta maledetto), ragion per cui cerco sintesi del tempo altrove…, tra le righe scritte da Romano Guardini (uno non qualsiasi, essendo certa la sua saggezza e la sua dedizione nella ricerca del senso più autentico del vivere), quelle in cui spiega come il senso è “quella cosa che è l’essenza di ogni opera d’arte” la quale “ha sì un senso ma non uno scopo… non mira a nulla, ma significa; non vuole nulla, ma è…”. Come appunto è ciò che mi riguarda adesso: un tempo facile da affrontare (ma difficile da vivere), giorni da raccontare perché diventino memoria (ma irraccontabili senza che qualcuno sia disposto ad ascoltarli), attimi vieppiù fuggenti (quindi improvvisi e tali da esigere d’esser vissuti senza nulla concedere al dopo…). Certo, non dispiace il cumulo d’anni vissuti – ha mischiato di tutto e di più senza nulla concedere all’ipotesi del ricomincio e faccio di meglio -, ma perché nessuno viene a dirmi che domani sarà migliore di oggi, cioè assai più appetibile di un presente offeso-martoriato-invaso-orbato-assalito e avvilito da guerre e chiacchiere inutili? Perché, ancora, non consegue al dire vacuo e fallace un dire veritiero e capace di illuminare coscienze e modi di fare e pensare? Mi riferisco, ovviamente e soprattutto, al gran chiasso orchestrato attorno alla morte di un Papa e alla ricerca di un suo sostituto. Ho udito e visto cose inaudite: questo sarebbe il Papa necessario, quest’altro il più consono al ministero richiesto, quell’altro un cherubino capace di mettere tutti d’accordo, quell’altrio ancora un nessuno che rischiarerà il mondo di luce nuovo, l’ultimo della fila di sicuro il migliore, tutti gli altri degni d’elevazione…  Ma, non è scritto e tramandato che tutto dipende dallo Spirito Santo? Che solo l’illuminazione dello Spirito Santo consentirà ai cardinali di fare la giusta scelta? Che solo lo Spirito Santo guiderà al meglio? Che solo affidandosi allo Spirito Santo le menti (dei cardinali elettori, ovvio) si apriranno a cieli e terre nuovi?

Senza volontà di offendere il presente, uso quel che il prete dell’argine – don Primo Mazzolari, per servirvi -, detto anche, guarda caso, “tromba dello Spirito Santo”, scrisse in passato per definire la selva oscura dei questuanti titoli e poltrone, ognuno pronto a vantare meriti e a pretendere riconoscimenti, magari “per rifarsi delle umiliazioni patite e dei piccoli piaceri perduti”. Quel modo di leggere la propria storia, scriveva don Primo all’amico partigiano deluso dall’andazzo subentrato ai giorni vissuti cercando giustizia e libertà, spiega come molti “la facciano a gomiti per arrivare primi e presentino lunghe liste di meriti, e pretendano e minaccino perché non ricevono. Essi non sanno o vogliono dimenticare che nessuno può avere perché nessuno è in grado di dare; che non c’è più niente da dare se prima non l’abbiamo guadagnato col nostro lavoro…”. Così allora. E così anche adesso, magari non sulla montagna affollata dai ribelli per amore, ma nel chiuso della Benedetta Cappella ospitante cardinali a cui è chiesto di eleggere il nuovo Papa?

Nelle otto decadi di anni accumulate ho via via visto eleggere un Papa buono, un Papa mite e pensoso, un Papa dolce e Incompiuto, un Papa abbattitore di muri e costruttore di nuovi orizzonti, un Papa di sublime intelletto… e poi, da ultimo, un Papa che sommando i pensieri e i gesti dei predecessori ha disegnato orizzonti degni d’essere abitati da chiunque…  Ora aspetto il nuovo Papa, che spero sia tutto fuorché l’immagine confezionata dal chiacchiericcio inscenato da troppi esperti di niente, buoni per fare fumo ma incapaci di accorgersi che al di sopra delle umane convenienze c’è (reale per chi crede, solo possibile per chi dubita, improbabile per i negatori di cielo e di infinito) quel Santo Spirito he tutto illumina e tutto esalta…

Nel frattempo segno l’anniversario che mi riguarda, lo confeziono e lo affido al vento dell’imprevisto e imprevedibile. Degli anni vissuti conservo tutto il bene e il buono. Da qualche parte ho scritto (e qui lo trascrivo) che son passati ottant’anni e che tanti di questi anni li ho raccontati nelle cronache di giornali, radio e televisioni, alcuni anche in libri, ognuno pensato e scritto con la presunzione di impedire a ricordi e memorie di finire nel calderone del nulla. Davvero, nel procedere dei giorni ho visto l’Italia rinascere; l’ho ammirata intenta a ricostruire case strade chiese officine fabbriche, diventare ricca o semplicemente non più povera, lottare per dare lavoro e sicurezza ai cittadini, fidarsi della Politica e poi far brandelli della politica diventata corsa al potere e non più, salvo eccezioni, servizio alla gente; ho apprezzato il coraggio con cui ha partecipato al viaggio che la portava verso un’Europa finalmente unita, misurato la grande fatica spesa per mantenersi libera e forte, lontana dagli eccessi insiti nella corsa al futuro ma anche dai ripensamenti ricostruiti attorno a un “si stava meglio quando si stava peggio” già bocciato dalla storia; l’ho guardata con felice stupore andare oltre alluvioni, frane, terremoti, rivolte, violenze, terrorismo, brigate e brigatisti usando la forza della Ragione e degli ideali senza mai dimenticare che tutto proveniva e dipendeva da un vivere condito con le tre virtù essenziali: fede, speranza, carità. Questa Italia l’ho anche vista passare dalla religiosità convinta vissuta partecipata a quella occasionale utilitaristica traballante incerta, disposta a saltellare tra cattolicità (apertura a tutti senza preclusioni ed esclusioni) e laicità (chiusura se non proprio rifiuto della Verità se questa non è quella attesa e voluta) e poi sentirsi svincolata da precetti e comandamenti; l’ho incontrata sulle vie disegnate dal Concilio Vaticano e da Papi illuminati per fare nuova la Chiesa, ma anche su quelle dirette al disimpegno, allo star bene da soli, a un cristianesimo di facciata, insomma indirizzata altrove e solo occasionalmente in sintonia col Vangelo; l’ho ascoltata mentre chiedeva partecipazione ricevendo in cambio pilatesche lavate di mani, costretta ad arruolare arrampicatori e cacciatori di potere piuttosto che cittadini disposti a servire piuttosto che a essere serviti. Ho visto e raccontato. Quindi, adesso, posso anche sentirmi autorizzato a sostenere di avere incontrato, tra gramo e lercio, tanto tantissimo di buono e di bello: generosi volontari uomini donne giovani anziani, tutti disposti ad amare e consolare il loro prossimo sconosciuto vicino o lontano, poi paesi città villaggi borghi degni d’essere abitati e popoli altrettanto degni d’essere amati e rispettati. Senza obbligo d’essere preso sul serio, posso anche permettermi di dire a questo, a quello, a quella o a quell’altro ciò che penso e medito. Dico allora: alla nostra “prima ministra” che “se è felicità per i potenti potersi circondare di satelliti intellettuali che li sottraggano da ogni impaccio dell’ignoranza, risolvendo le loro controversie difficili… servirsi dei saggi è singolare grandezza, che sorpassa ogni barbaro gusto…”; alla prima avversaria della suddetta prima ministra che “la via del sapere è lunga, breve la vita, che se non si sa non si vive”; agli asserviti alo potere dominante che “le esagerazioni sono prodigalità della reputazione e danno prova della dappocaggine del nostro intelletto e del nostro gusto”; a tutti gli aspiranti poltrone e vertici che “il pensare è libero, quindi non si può, né gli si deve far violenza…”. Per il mio domani, che è già oggi, spero parole pensate e un modo di scriverle per renderle leggibili a tanti se non proprio a tutti. Il resto, sono certo, verrà di conseguenza. Infatti, come è scritto nel gran libro delle saggezze inesplorate, “nella casa della fortuna, se si entra per la porta del piacere, si esce per quella del dolore e dunque, alla fine, meglio preoccuparsi più della felicità all’uscita che degli applausi all’entrata”.

Ho scherzato, ma non per scherzare solo per ammortizzare il peso degli anni che domani dovranno essere festeggiati. Perdonate se potete e volete… Per saperne di più chiederò a Giacomo, prete amico e saggio, di spiegarmi. prima che sia troppo tardi, a quali guai siam esposti “quando Dio ci lascia soli”.

LUCIANO COSTA

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