Il Domenicale

Chiamati a ricordare, invitati a scegliere fra il dire e l’indicibile…

Chiamati a ricordare, perché “non c’è errore più grave di quello di chi dimentica. Di nuovo la Giornata della Memoria – 27 gennaio – torna per ribadirlo. Eppure, aumentano i sordi e chiusi alle lezioni avute in eredità da padri e nonni coraggiosi… Perché non c’è più tempo per ricordare perché ricordare è impegnolodevole piuttosto che miserevole fuga dalla storia… E’ un’orrenda offesa all’intelligenza, ma per molti, moltissimi, troppi, dimenticare, cioè passare oltre, far finta che nulla sia accaduto è l’unico modo che conoscono per non obbligare il presente a specchiarsi in quel che è stato… Per loro e per tanti come loro, è meglio dimenticare magari perché è la forma più comoda per acquietare le coscienze, per disimpegnarsi, per lavarsene le mani. Ieri, 24 gennaio 2026, in una chiesa della mia città, quella conosciuta col nome di Santa Maria della Pace, per onorare un cittadino innocente trucidato ottant’anni fa a Gusen, in uno dei tanti scellerati campi di sterminio nazistiquel cittadino si chiamava Andrea Trebeschi, mite assertore del comandamento dell’Amore, quello che dicendo “ama Dio come il tuo prossimo” sconvolge anche adesso le regole del perbenismo e dello star bene da soli, testimone sincero e folle della libertà e della giustiziaèstato messo al centro il dovere di ricordare che con lui sono morti innocenti milioni di deportati, “un prossimo di ebrei, cristiani – cattolici, ortodossi, protestanti – politici, migranti, testimoni di Geova, omosessuali, malati psichici, disabili, asociali, rom e sinti, disoccupati, ma anche delinquenti comuni, aguzzini e carnefici.

Sempre ieri, ai ragazzi riuniti per “ricordare e trarre insegnamento da quel ricordare”, un sopravvissuto alla barbarie, ha chiesto di non voltarsi mai dall’altra parte… Stamani all’alba, cercando lumi adatti a rischiarare il cupo presente, ho riletto l’appello con cui Cesare Trebeschi (figlio di quell’Andrea trucidato a Gusen) invitava la sua città a rialzarsi dalla tragedia in cui una bomba datata 28 maggio n1974 l’aveva trascinata. Quell’appello, invitando a non portare più fiori dove la violenza aveva preteso di dettare la sua orrenda ragione, diceva anche che di tanti se non di tutti era “la colpa della strage di maggio/ e delle altre che giorno dopo giorno son venute e verranno”. Dunque, “non cercare un capro espiatorio nei cupi recinti che separano / la tua città da chi ha sbagliato una volta o dai malati di mente… non cercare la colpa negli altri come la gioia nelle cose lontanepoichéla colpa è soltanto tua, delle tue mani inerti, / dei tuoi occhi che non vogliono guardare, / delle tue orecchie che non vogliono sentire, / del tuo sapere e non operare, / di questi tuoi fiori muti che non danno voce alla Loro parola… la colpa è nella tua casa, nel tuo orto, nel tuo giardino, nel tuo lavorare solo per te, nel tuo camminare da solo, nella tua torre d’avorio, nella sterilità del tuo credere, nella infecondità di lacrime che il tuo cuore raggela, nel tuo bramare una pace soltanto tua, nel tuo pretendere giustizia soltanto per te o per i tuoi, nella tua libertà dalla fame degli altri, nella tua libertà di pensare, di pregare, di amare tu solo…”. Così ieri. E adesso? Adesso è di nuovo tempo di non voltarsi dall’altra parte mentre il mondo piange e si disperaAdesso è di nuovo l’ora di rialzarsi per raccogliere “le pietre certo insanguinate” ma(forse) ancora utili per dare un volto umano alla nuova città dell’uomo.

Però, quanto è difficile raccontare storie buone, storie degne di opporsi al “male assoluto” quello che per sua natura è incomprensibile e indicibile! Tutto questo perché, come ha scritto Liliana Segre, “resterà sempre uno scarto fra la parola e la realtà, fra il dire e l’indicibile, uno scarto che forse neanche l’esperienza diretta potrà mai colmare, tanto più per il tempo in cui testimoni non ve ne saranno più. Poi, quella luce accesa da Primo Levi per dire che “conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate”. Dunque, non “comprensione”, ma “conoscenza”. Conoscenza come pratica ed esperienza diffusa, partecipata, condivisa, civile… Conoscenza come appello a ogni operatore della parola perché agisca secondo verità, chiarezza e responsabilità. Infatti, aggiunge la coraggiosa Liliana, se è vero che ri-cordare significa portare al cuore e scrivere sul cuore, questo deve essere sempre lo sforzo di qualsiasi testimone e di qualsiasi scrittore e comunicatore, l’uno e l’altro chiamati a spiegare come la vita delle persone non può che significare promuoverne l’umanità, la conoscenza, lo spirito e le opere.

Ma, suvvia, chi mai, oggi, legge quel che scrittori e comunicatori scrivono, magari illudendosi di suscitare partecipazione e attenzione? Non lo so. Di certo sono impietosi i dati Censis che certificano il calo desolante del consumo di libri e giornali negli ultimi vent’anni (meno 34,6 per cento. con tendenza al ribasso evidente e inarrestabile mentre cresce a dismisura – più 723,3 per cento nello stesso periodo – il consumo e l’uso conseguente di mezzi tecnologici), pronti a dimostrare che nonostante le belle speranze suscitate dall’innovazione siamo sempre più fragili e soli. Insieme a Silvia Avallone, che leggo su “7”, spero che l’intera società si mobiliti per sovvertire l’impoverimento di parole, che in sé racchiude l’impoverimento di sentimenti, desideri e speranze. Infatti “non si può vivere solo per sé, chiusi in un séche contrasta con l’essere e divenire insieme E neppure, a mio parere, si può essere e vivere senza leggere, perché leggere aiuta a vivere, perché leggere alimenta il coraggio di affacciarsi sugli altri, chiunque essi siano, e sull’altrove, ovunque sia. Dice l’esperto che leggere e scrivere sono verbi affini, che richiedono entrambi un azzardo, un incontro… Mi chiedo e vi chiedo: c’è qualcuno disposto a osare? Soprattutto a osare di ricordare, per impedire che l’increscioso si ripeta. Per rendere il ricordo monito e via verso un mondo migliore servono scuola, educazione, lavoro, impegno, opinione pubblica informata e pronta a discutere sulle proprie divergenze, responsabilità politica (la quale non dovrà sollevare i gruppi gli uni contro gli altri in un clima di diffidenza, ma operare in vista della vita comune, vale a dire per bene comune).

Oggi, sebbene non cantata e decantata, è anche la Giornata Internazionale dell’Educazione. Il Presidente Sergio Mattarella, ancora Lui, nel messaggio scritto e consegnato idealmente a noi, nessuno escluso, dice che “l’educazione ha rappresentato nella vicenda umana un formidabile motore di crescita e trasformazione, contribuendo in maniera determinante all’affermarsi della dignità delle persone e dei loro diritti; aggiunge che “in un contesto segnato da profondi cambiamenti, l’educazione è chiamata a rinnovarsi per poter continuare a corrispondere alla sua funzione di strumento diretto a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese; riafferma che “l’educazione è un diritto umano fondamentale e un bene pubblico, leva essenziale per realizzare società coese, partecipative e democratiche. Una forza che ci rende liberi di pensare, agire, vivere” e, anche, di ricordare, per poi essere capaci di dire l’indicibile

LUCIANO COSTA

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