Il Domenicale

Chiese vuote o in fase di svuotamento…

I quattro fedeli, forse quarantaquattro magari ottantotto, anche centosettantasei o mille e ancor di più che non hanno mai smesso, nemmeno al tempo del lockdown, di andare alla chiesa (ma anche alla moschea o alla sinagoga) più vicina per confermare il loro essere cristiani (ma anche musulmani o ebrei), per rinnovare la loro Fede in Dio, per dare un senso compiuto alla Speranza che anima i giorni e per esercitare la Carità che si fa amore infinito per chiunque, dicono che la religiosità non è morta, ma solo assopita, nascosta nel guscio del disimpegno in attesa di riprendere per intero la sua straordinaria vitalità. Eppure quel che emerge e si vede sono chiese vuote o in fase di svuotamento, adesso rese deserte dalle limitazioni imposte dalla pandemia ma già prima svuotate dal progressivo affievolirsi del senso religioso. Fermo l’attenzione sulle nostre chiese, quelle disseminate anche negli angoli più impervi di paesi e città e custodite (cioè rese accoglienti, tenute semplicemente aperte affinché chiunque potesse abitarle e usarle come via utile per accorciare le distanze tra la terra e il cielo) da preti-parroci-prevosti-curati che la loro vita l’hanno consacrata a Cristo e ai cristiani, quelle in cui la comunità dei credenti si riunisce (o dovrebbe riunirsi) per pregare e per esprimere la propria religiosità. Ripenso a ciò che eravamo – un popolo che andava alla chiesa sapendo che la chiesa aveva braccia spalancate e pronte ad accogliere – e su ciò che siamo diventati – un popolo convinto di poter fare a meno della chiesa e dei suoi preti.  

L’impressione è che il Dio delle consolazioni e dei cristiani, il Dio misericordioso e giusto abbia perso il suo fascino consolatorio e si stia accontentando delle briciole che gli invitati al banchetto allestito dal ricco Epulone – di sicuro suoi nemici giurati, ben felici di non aver da pensare ad altro che a se stessi e alla loro pancia – lasciano cadere. E sarà anche vero, addirittura straordinariamente appagante che gli ultimi saranno beati, ma fino a che punto è possibile convivere con quell’etichetta di ultimi appiccicata addosso? Un ragazzo appena uscito dalla scuola media e già pronto al balzo verso le superiori, l’ho sentito ieri vantarsi di aver chiuso con i preti e la loro pretesa di annoverarlo tra i fedeli frequentatori della chiesa. Gli ho chiesto: “Ti ha forse fatto male respirare l’aria della chiesa? Questa chiesa ti ha forse impedito di essere quel che sei? Aver pregato in questa chiesa invocando benedizioni e pane per tutti ha forse menomato la tua intelligenza? Ti dà fastidio il titolo di cristiano che i tuoi genitori hanno scelto di darti? Puoi ragionevolmente affermare che Dio è un’invenzione pretesca? Puoi dimostrare tanto che Dio esiste quanto che Dio non esiste?”.

Mi ha risposto invitandomi a badare agli affari miei, che ai suoi ci pensava lui. Non sono riuscito a chiedergli un parere spassionato ma ragionato sulla chiesa: quella in cui fino ieri si sentiva a casa e quella che idealmente rappresenta tutte le chiese del mondo e che testimonia l’essenza della comunità cristiana. Laura, una sua amica d’infanzia e di scuola, mi ha allora detto di non farmi illusioni. “Lui – mi ha spiegato – ha afferrato la libertà e la sta usando come via di fuga da qualsiasi concetto che abbia anche il minimo sentore di religiosità; dice che per vivere felice non ha bisogno di messe e comunioni, tanto meno di preti e chiese… Però è buono e di sicuro non dimenticherà i giorni che abbiamo condiviso respirando aria di oratorio condita con qualche ragionato Pater noster…”.

Mi chiedo e chiedo a chi occasionalmente o anche sistematicamente mi legge: le chiese vuote o in fase di svuotamento sono frutto di ragionamenti profondi e mai casuali o semplicemente il risultato di una scelta che rifiutando il Dio delle consolazioni abbraccia un qualsiasi altro dio, magari quello che nulla chiede e tutto consente? Non aspetto risposte definitive, piuttosto auspico riflessioni possibilmente non banali, magari liberate dai luoghi comuni (preti che suscitano scandalo tradendo gli impegni assunti, vescovi e cardinali più legati al potere temporale che al servizio ecclesiale, religiosi professi che della professione fanno stracci…) e indirizzate alla ricerca di ciò che unisce piuttosto che a ciò che divide. Ciò non toglie che un cardinale, che è tra i più alti nel servizio ecclesiale, possa chiamarsi fuori da una chiesa, la sua chiesa, che ha fallito, che ha tradito il mandato ricevuto da Cristo, che s’è intristita e lasciata ingarbugliare dagli scandali. Non so chi sia questo cardinale, ma un suo pari che ebbi modo di conoscere – si chiamava Giacomo Lercaro e a Bologna, terra abitata da brava gente a cui faceva però difetto una visione più alta rispetto alla teoria del potere alle masse, predicava il Padre nostro mostrando a colti e bifolchi, a rossi-comunisti schiumanti rabbia e a bianchi-democristiani rattrappiti nelle loro certezze di supremazia ideologica benedetta dal cielo il valore del cristianesimo vissuto piuttosto che esibito – non ebbe mai timore di dichiararsi chiesa e per questo piegare per primo le ginocchia per chiedere perdono a chi si sentiva offeso dal rivoluzionario annuncio del Vangelo di Cristo (assicurando comunque che dalle eventuali benedizioni provenienti da quel cantone nessuno era escluso), per andare ad abbracciare coloro che si dichiaravano lontani e incapaci di credere in un Dio disposto a consolare, per riparare i torti commessi da gente di chiesa, per dare e ricevere misericordia.

Allora, benché fosse evidente il calo della religiosità, non si parlava di chiese vuote o in fase di svuotamento, ma piuttosto di chiese che dovevano rivestirsi di umanesimo nuovo per essere sempre più espressione della comunità capace di accogliere, di vivere in fraternità, di testimoniare il comandamento dell’amore. Erano gli anni settanta e soffiava, impetuoso, il vento rinnovatore del Concilio voluto da Giovanni XXIII e portato coraggiosamente a compimento da Paolo VI; erano gli anni del rinnovamento, della teologia della liberazione che col suo furore inondava la chiesa missionaria, dell’essere chiesa aperta al mondo…

Oggi in Italia i “praticanti” sono scesi in dieci anni dal 33% al 27%; tra i giovani (18-29 anni) i praticanti sono solo il 14%, e continuano a calare di quasi il 3% l’anno. Secondo Pier Giorgio Gawronski, che ha sapientemente aperto il dibattito sulle chiese vuote, “nel corso degli anni c’è chi ha posto l’accento soprattutto sulla identità (cattolica), sbiadita e inquinata dal benessere e dal liberalismo. Successivamente l’accento si è spostato e oggi sembra prevalere la visione opposta. Consegue la solita ma fondamentale domanda: l’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio e della religione? E, soprattutto, i giovani che spesso sono abbandonati alla noia, alla pigrizia, alle scorciatoie e al vuoto hanno ancora bisogno di Dio? Chi affronta ogni giorno le tribolazioni della gente dice che Dio è parte del vissuto di chiunque guarda oltre la siepe per trovare i segni della sua Speranza. Chi vive tra i giovani e conosce le preoccupazioni che li accompagnano dice che hanno fame di infinito, di bellezza, e di Dio; che si interrogano su chi sono, da dove vengono, dove vanno, che senso hanno l’impegno, il dolore, l’amore; su chi li ama, e chi no. Ciononostante, ecco chiese vuote o in fase di svuotamento.

Allora la domanda non è più ristretta al bisogno di Dio e della religione, ma allarga l’orizzonte al modo di sentire Dio e la religione fino al punto di mettere davanti a tutto le “quattro cose” che secondo Gawronski “animavano le prime comunità cristiane: la trasmissione del messaggio di Cristo; l’unione fraterna, vale a dire lo stare e mangiare insieme; il condividere i beni materiali secondo il bisogno di ciascuno; essere Eucaristia, frequentando insieme il tempio”.

I membri della prima Chiesa cristiana “socializzavano, erano amici, o stavano dentro a un meccanismo che favoriva l’amicizia a priori.; nelle odierne messe domenicali invece partecipano per la maggior parte sconosciuti che resteranno sempre tali. Ieri la condivisione non era un obbligo ma un atto d’amore; oggi la carità è diventata anch’essa una transazione anonima poco attraente”. Quanto al pregare insieme, si ha spesso la sensazione che i fedeli domenicali “preghino da soli, che pur partecipando insieme alla Messa, pur recitando le stesse preghiere nello stesso momento, si sentano fondamentalmente soli”. I giovani, assetati di autentica comunione, dicono gli esperti “sono sempre meno interessati a questo modo di stare insieme; e la secolarizzazione è la spia di una grave sofferenza anche dei fedeli che perseverano nella fede”. Antidoto a questo malessere è una chiesa aperta, di strada, una chiesa amica e disposta a mettersi a confronto con chiunque, una chiesa sinodale…. “Una Chiesa sinodale – ha scritto recentemente suor Nathalie Becquart, che il Papa ha coraggiosamente nominato sottosegretario del Sinodo dei Vescovi – è una Chiesa relazionale dove tutto il popolo di Dio cammina insieme, dove tutti, battezzati discepoli missionari, qualsivoglia sia la loro vocazione e la loro posizione, si ritrovano nell’interdipendenza e nella mutualità. Il prete non esiste, dunque, fuori dalla comunità. Non è separato dalle persone presso le quali esercita il suo ministero…”.

Una volta, tanto tempo fa, il vecchio prete entrava in chiesa percorreva l’intera navata e saliti i quattro gradini che lo immettevano nel presbiterio si voltava verso la distesa di banchi, forse per contarli oppure per contare le persone che erano tra i banchi, si schiariva la voce e prima ancora di invitare al segno della croce ripeteva il suo cruccio dicendo “i banchi sono tanti, ma le persone che li occupano sono sempre poche”. Non era vero, o almeno non era vero che c’erano poche persone. Però il prete avrebbe voluto vedere la massa dei fedeli riunita per innalzare la preghiera di ringraziamento e di invocazione. Allora toccava al sacrestano, vecchio anche lui, ricordare al parroco che mugugnare con i presenti non avrebbe di sicuro aiutato la chiesa a riempirsi, che gli assenti tali erano e tali restavano, almeno fino a quando piaceva al buon Dio. Ecco, per rivedere chiese piene a mai destinate a svuotarsi, basterebbe ritrovare lo spirito che allora aiutava la gente a smettere di lavorare per ritrovarsi a pregare.

Certo, quel modo di procedere, pur ipotizzando miracoli, non trasformava il gramo in un benessere immediato e percepito, però era la base per smussare gli angoli e per accorciare le distanze tra le persone. Come accadde quando, di fronte alle beghe infinite tra contadini e padroni, il parroco del paese obbligò i contendenti a ritrovarsi in chiesa (che è mia ma anche vostra, diceva) e lì restare fino al raggiungimento di una onorevole intesa. Oggi più di ieri c’è bisogno di una chiesa senza confini, buona per pregare ma anche per far nascere amicizie e collaborazioni. Allora non si saranno più chiese vuote o in fase di svuotamento, ma solo chiese pronte per essere abitate.

LUCIANO COSTA  

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