AVVERTENZA – L’impressione, forse (spero) solo mia, è che l’unica cosa seria, visibile, maritata, accettata, coltivata, usata e commercializzata lasciata in libera circolazione è l’incertezza: incerto è l’oggi dilaniato da guerre e debordanti vanità, ancor di più lo sarà il domani che si preannuncia ricco di intelligenze artificiali ma povero di umanesimo; incerti sono i destini delle nazioni e incerte sono le prospettive di vederle spogliate da paludati-armati-osservati- difesi-vantati confini e vestite invece di libertà-accoglienza-rispetto-condivisione; incertissima, addirittura tenue-impalpabile-aleatoria-supposizione, un’idea piuttosto che forma, è la speranza di vedere albe e tramonti pacifici… Belle, ma di incerta comprensione, applicazione e traduzione in fatti non incerti, cioè concreti, le parole scritte dai vescovi sull’Europa. Con forza e coraggio dicono che “viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza”, un mondo in cui “molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati”, dove “l’ordine internazionale è minacciato”; invitano a riflettere sui mali che l’affliggono, a trovare i giusti rimedi e a “riscoprire la sua anima (forse antica ma non defunta), quella dei suoi padri fondatori — Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi -, che ispirati dalla loro fede cristiana non erano ingenui sognatori, ma architetti di un edificio magnifico, seppur fragile, quella capace anche adesso di offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al bene comune”, quella che sognava e costruiva “l’Europa unita non per essere – ammoniva De Gasperi – contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte”.
PREMESSA – Se ci punge vaghezza di possibili imprese adatte a trasformare sogni e utopie in reali strumenti di crescita comune, sarebbe il caso di prestare orecchio alle tre parole che il Papa ha suggerito (certo ai “suoi”, ma anche agli “altri”, sconosciuti ma fratelli) per dare al tempo che viene (per i cristiani si chiama Quaresima, per i musulmani Ramadam, per chi si chiama fuori e lontano da qualunque religiosità, solo attesa di qualcosa, qualsivoglia cosa) valore di “grazia per un tempo che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi”. Tre parole. La prima è “digiuno”, azione che “attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”; la seconda è “ascolto”, azione che “generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”; la terza è “impegno”, azione da intraprendere e riprendere ogni volta, ma sempre “insieme”, affinché “le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e comprensione”.
CONSIGLIO – E’ Carnevale… E se ogni scherzo vale, fatene uno ai cretini che infestano l’aere, ma che sia uno di quelli in grado di renderli innocui a sé e agli altri, capace di zittirli, buono per renderli ridicoli, cioè fieri interpreti del nulla… Temo i cretini,anche se portano vaghezza. Di loro non sento bisogno, solo amarezza nel vederli sciupare la vita che li circonda. Al capitolo “vaghezza” associo quel “vieni avanti, cretino”
con cui un ragazzotto sdrucito e vagamente folcloristico salutava gli occasionali passanti invitandoli a rifiutare l’incipiente appuntamento col referendum e ad associarsi invece alla sua personalissima ricerca di armonia armonicamente orientataall’obolo da depositare nell’apposito cappello raccoglitore…
DOMENICALE – Oggi è la festa dei santi Faustino e Giovita, patroni e protettori di Brescia, forse conosciuti o forse sconosciuti… La vicenda che li riguarda (che è storia a cui s’è aggiunto il sapore della leggenda o, in alternativa, leggenda che è diventata storia) è infatti così lontana nel tempo che a riassumerla si perde la trebisonda. Credo sia utile parlare di loro. Epperò, che senso avrebbe parlar di loro senza annotare l’origine e le gesta che li resero celebri agli occhi dei bresciani e santi agli occhi dei cristiani? Secondo la leggenda, o le leggende, oppure la storia, c’è chi li vuole nati in città – Faustino nel 90 e Giovita nel 96 d.C. – da nobile e cospicua famiglia senatoriale e chi, invece, li fa originari della Valtrompia e più precisamente di Zignone, minuscola contrada di Carcina. Ciò però non vieta di pensarla diversamente. Così qualcuno dice ancora adesso che forse non sono esistiti, mentre il popolo bresciano è coscientemente convinto siano esistiti. La Chiesa, gran maestra di riti popolari e depositaria del sapere più alto e anche non facilmente contrastabile, li celebra e li affida a chiunque voglia averli come protettori e amici; la città di Brescia, forte-nobile-riconoscente-fedele, è sempre lieta di presentarli quali suoi eccelsi e provvidi difensori. Loro due, attorcigliati a un passato a dir poco glorioso e difficilmente eguagliabile – erano “perfetti cavalieri e gentiluomini… di rara bellezza… nobili di sangue… ricchi… epici” -, ancor prima di convertirsi al cristianesimo, firmarono mirabolanti imprese – “condussero l’acqua che da Mompiano scorre nella nostra città benché altri attribuissero all’imperatore Massimiliano Herculeo cotal merito – e si segnalarono al vescovo Apollonio come “meritevoli d’esser accolti nel grembo di Santa Madre Chiesa”, la quale “non escludendo nulla di vivo e di palpitante” volentieri “getta un ponte soave tra la terra e il cielo”. Poi, sull’onda di esempi e di difese del popolo, giunse anche per loro l’ora del martirio e della proclamazione della loro santità, che avvenne senza troppo badare alla forma “poiché il popolo osannante li voleva suoi santi e protettori”.
Essendo noto e conclamato che Brescia è stata, è e resterà “fedele nella fede e nella giustizia”, la festa dei santi patroni continua a essere “solenne e raccomandata” sia per le orazioni e le devozioni che l’accompagnano, sia per la fiera, per gli svaghi e gli eccessi che la circondano e la trasformano, almeno a parere dei commentatori d’altri tempi, in un “trionfo di merci e corpi che vagano alla ricerca di emozioni e di felicità a poco costo”.
Così ieri e così oggi, sempre uguale e sempre nuova, la festa va in scena e richiama folle di visitatori dalla pianura e dalle valli. E se all’origine – illo tempore, come si suol dire –, spinti da Roma goduriosa e imperiale, i riti ruotavano attorno a “Lupercalia” (una sorta di orgia collettiva, “sinonimo di abbominevole costume di licenza donde ne abbiamo ancora una eco tardiva ma persistente nel nostro Carnevale”) adesso che di anni ne sono passati mille e ancora quasi mille, resta il fatto inconfutabile che “il 15 febbraio a Brescia si celebra la festa di due giovani fratelli di nobile famiglia, che dopo molte peregrinazioni, lasciano il capo insanguinato sotto colpi di mannaia”.
Secondo quanto scritto nel 1943 da Andrea Trebeschi (cittadino esemplare, mandato al campo di sterminio nazista per essersi opposto alla dittatura, ucciso dagli aguzzini quando il vento della libertà aveva già incominciato a soffiare lasciando immaginare a tanti come lui che il ritorno a casa era possibile) in un’arguta, puntuale, sincera e piacevolissima nota di costume pubblicata, insieme alle dotte riflessioni di padre Bevilacqua, monsignor Fossati, monsignor Guerrini, don Zambelli e professor Vezzoli, nell’opuscolo “I Patroni di Brescia – fasti e… nefasti di celebrazioni” diffuso in occasione delle celebrazioni per l’undicesimo centenario della traslazione delle salme de due patroni nella parrocchia di San Faustino Maggiore, “la festa cristiana vuol essere il contraltare delle Lupercalia pagane”, così che sia permesso “al popolo di vedere ancora, nella lenta crisi religiosa, i due eroi della festa pagana nei due eroi della festa cristiana” e a tutti i cittadini di considerare il “dies natalis” dei due martiri come il definitivo “tramonto del paganesimo in Brescia e la glorificazione di altri geni tutelari della rinnovata città”.
Andrea Trebeschi, appassionato alle storie di cristiani coraggiosi e disposti al martirio piuttosto che a rinunciare alla loro fede, volutamente senza invadere il campo dei titolati prelati, alla faccia delle squadre fasciste che avrebbero preferito canti e inni innalzati al duce piuttosto che ai santi, mise allora in fila aneddoti e usanze che ben s’accompagnavano al carattere bresciano, certo mal disposto “a farsi pestare i piedi e togliere la voce” da questo o quel “bullo” di regime. Per esempio, detto che l’importanza collegata al 15 febbraio proveniva dal Medioevo, quando “si usava pagare l’affitto il giorno di san Faustino, perché lo si considerava l’inizio del nuovo anno economico bresciano”, Andrea Trebeschi annotava “che se per officiature celebrate dal Capitolo della Cattedrale l’Abate di San Faustino, dove viveva la comunità benedettina, doveva versare una libbra d’argento al vescovo e poi vettovaglie e danaro ai canonici, al nobile che interveniva alla festa in rappresentanza del Comune doveva essere regalato un cappello rosso, un vero e proprio galero”.
Per dare degno e visibile decoro alla festa del 15 di febbraio, annotava il notista incaricato di raccontare “fatti e nefasti” delle celebrazioni, “i capi del Comune, preceduti da eleganti araldi e vivaci trombettieri, avviluppati tra i ricchi gonfaloni delle Corporazioni, procedevano in processione, seguiti dalla folla cittadina, verso la Basilica e all’urna dei santi patroni deponevano una ricca offerta. I ragazzi della scuola recavano delle palme; la nobiltà portava gli antichi costumi gentilizi e le dame sfoggiavano le vesti e le gioie più belle; pendevano dalle finestre, sia del patriziato che del popolo, arazzi stupendi e narranti le epiche storiche cittadine o familiari, e le candide lenzuola e gli istoriati drappeggi popolani. Folle di fedeli fiancheggiavano con grossi ceri…”. Allora era uno spettacolo che offriva un’espressione di unità di cuori e di menti. Uno spettacolo che se riproposto in quel febbraio 1943 avrebbe “sollevato gli animi oppressi da quell’ora di trepida e grave attesa…”.
Da piazza Rovetta a porta Pile sfilavano, variopinte e gustose, le bancarelle ricolme di dolciumi, stoffe, oggetti casalinghi, biline e biscocc. Tutt’attorno si muovevano “Gioppino e Greèla, che allora avevano ancora in serbo una buona dose di umorismo, Rassega l’ortolano filosofo, l’arruffato Rizzolini, l’uomo salamandra, la donna cocodè, il musicista a spasso , il professor Vasini, il ciarlatano venditore di elisir di lunga vita… C’erano anche, in ogni casa, gli invitati a gustare la soppressa, i casonsei e l’oca ripiena di marroni”. Era il 1943 e Andrea Trebeschi scriveva: “Intendiamoci bene: la festa c’è ancora, il Comune va ancora a rendere omaggio ai santi Patroni, la folla è addirittura aumentata… però mancano le policrome e polifone tradizioni…”, quelle che la guerra aveva e stava cancellando.
Era il 15 febbraio 1943, con la “la Basilica sempre gremita… e ancora, sì, la fiera. Ma i santi Patroni – scriveva Andrea Trebeschi – non l’hanno sentita: hanno visto e guardato innumerevoli cuori traboccanti di ansie, invasi di dolore, protesi alla fidente invocazione; hanno ascoltato e sentito l’angosciosa trepidante preghiera”. Avrebbero forse voluto vedere “esempi di fede vera, non di scemo bigottismo o di falsa religione, cristiani consapevoli, attratti dall’essenziale e non dal meschino, praticanti coerentemente il credo e i comandamenti anche fuori dalla chiesa, ovunque e in ogni circostanza, semplici e non commedianti, leali e non ipocriti e farisiaci”.
Così ieri, 15 febbraio 1943. E oggi? Se Andrea Trebeschi potesse tornare dal campo di sterminio in cui la dittatura lo costrinse a morire, tornerebbe sicuramente a dirci che “nell’ora delle grandi prove deve vibrare una preghiera”, che dobbiamo “ritornare alla Basilica per pregare per noi e per i combattenti le buone battaglie, per il mondo e per l’Italia”. Se per fare tutto questo basta un augurio, scegliete quel che più vi aggrada. Purché sia sincero e anche, se volete, annunciatore di una buona festa.
LUCIANO COSTA













