Ancora non so chi sia Diogene di Enoanda, però lo immagino saggio, cioè capace di suggerire il meglio per sconfiggere il peggio, in grado di leggere i pensieri e di tradurli in azioni possibili, abile per scrivere lezioni di vita capaci a loro volta di indicare strade su cui camminare per trovare, se non l’infinito Cielo almeno un pezzo a cui tendere per vedere la terra intera e gli infiniti suoi beni. Sì, proprio la Terra, mia tua sua nostra vostra e loro. Terra nostra insomma. Buona per i buoni e magari grama per i portatori di odio… Diogene di Enoanda (adesso so che è nato e morto tra il primo e il secondo secolo d. C. in Turchia, che è filosofo appartenente all’Epicureismo, che è divenuto famoso grazie alle venticinquemila parole – somma del suo pensiero – con cui decorò il portico di casa sua) ha scritto che “le varie divisioni della terra danno a ciascun popolo una diversa patria ma il mondo abitato offre a tutti gli uomini capaci di amicizia una sola casa comune: la Terra”. Partendo da tale convinzione Anna Paola Tantucci ha offerto alla malmessa e bistrattata scuola italiana l’occasione per essere un novello e desiderato strumento di pace, capace di mobilitarsi per un’azione concreta di pace in un momento storico travagliato da guerre, inzuppato da episodi di spietata disumanità, dedito alla distruzione piuttosto che alla conservazione dei suoi territori, caratterizzato da storie di violenza inaudita… Secondo Anna Paola “la pace, intesa come un processo attivo, inclusivo e democratico capace di risolvere i conflitti e promuovere la solidarietà, richiede al sistema scolastico di promuovere la piena cittadinanza degli studenti, perché possano diventare protagonisti di cambiamento; inoltre, di fronte alla crescente disinformazione e ai discorsi d’odio, la scuola deve fornire strumenti per distinguere il vero dal falso…”. Belle parole, nobili intenti… Però, chi mai li tradurrà in fatti e azioni concreti? Se qualcuno lo sa, per favore, mi renda partecipe delle sue ragioni.
Nell’attesa, resto convinto che ognuno sogna a suo modo e, soprattutto, sogna quel che vuole sognare perché, come da sempre sostiene il pazzo che ogni mattina saluta il sole che se anche è nascosto dalle nubi c’è, lui i sogni sognati, magari quelli belli e buoni, li vuole poi tradurre nel suo quotidiano. Se come me siete tra coloro che sognano giorni e stagioni annuncianti cose solo buone, siete semplicemente degli illusi. Qui e adesso, benché il calendario dica l’incontrario, infatti, i giorni sono simili a quelli di ieri: pieni di parole urlate, di bombe senza senso mandate a seminare guai da guerre inventate da odiosi guerrafondai…
Eppure, è maggio e il sogno capace di “svelare la bellezza del fiore” s’affaccia e chiede udienza. Se qualcuno è disposto ad ascoltarlo questo sogno, per favore, si faccia avanti. Però, lo faccia adesso e in fretta, perché proprio adesso, dice Hermann Hesse, “… simili a fiori si schiudono i pensieri. / Centinaia ogni giorno, / lasciali fiorire! / Lascia a ogni cosa il suo corso! / Non chiedere qual è il guadagno! / Vi deve pur essere gioco e innocenza / e dovizia di fiori. / Altrimenti per noi sarebbe / troppo piccolo il mondo / e la vita non un piacere”. Ma non dite, come invece disse Alda Merini, “non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle, / potesse scatenar tempesta”. Dite invece, insieme a Enoanda, che l’amicizia offre a tutti una casa comune: la terra. Ditelo convinti e non prestate orecchio a coloro che predicano il contrario. Costoro, infatti, di certo sono grandi ignoranti… grandi e superbi-cattivi-invidiosi-avari-bulli, grandi sì ma incapaci di accorgersi che la pace non nasce dalle bombe e dalle guerre, ma dal cuore e dalla mente della gente buona che sogna e lavora per trasformare i sogni belli e buoni in cose di tutti i giorni, per me, per te e per tutti. “Costoro, coltivatori di guerra piuttosto che giardinieri di pace – mi ha suggerito un filosofo di strada – dovremmo metterli su una barca destinata ad andare a… quel paese”. Bella pensata, però da tradurre in azione concreta, magari insieme e subito.
Intanto è già maggio, mese buono per far fiorire le rose, dare spazio alle vacanze, favorire scampagnate e, anche, per sollecitare novelli appetiti politici. Alla faccia degli anni che crescono e che crescendo mi sommergono, concedo udienza alla frenesia del vivere pur sapendo che sarebbe il caso di provare, come suggerisce il saggio, “a fermarsi, a perdere tempo, a guardare e ascoltare che cosa accade attorno…”. Sarebbe certo meglio e magari anche utile per scoprire e far scoprire ai suddetti e cosiddetti grandi, percorsi di pace, per aiutare la Pace e i Pacifici ad avere ragione e ospitalità sicura, anche per pensare e riflettere sul come far crescere la pianta della Pace…
Leggo che “i potentissimi di questo mondo – gli straricchi, chi comanda e chi pretende ascolto assoluto – rischiano di rimanere contagiati da quella strana malattia che va sotto il nome di delirio di onnipotenza…”, un delirio che per certi aspetti è per loro fisiologico. Essi infatti non sanno che “la tirannia della quantità e del potere per il potere, alla quale loro sacrificano salute, tempo, affetti, amicizie, fede, ideali, prima o poi ti mostra il suo volto arcigno… non può dare quello che non ti ha mai promesso… nessuno si illuda…”. Però, è maggio e il creato, vanitoso, si rinnova e “nelle persone scoppia prepotente il desiderio di vivere, desiderio che si ritrova a dover fare i conti con il contesto, la storia, l’attualità, le scelte politiche, le guerre…”. Diventa allora necessario e perciò anche urgente chiedersi: “Che cosa possiamo fare perché la morte di migliaia di persone, centinaia di bambini, possa almeno turbare il cuore di chi queste maledette guerre le vuole, le provoca, le decide, le fa combattere? Quali stratagemmi inventare perché la gioia vera, che viene dal rispetto delle persone, possa ammaliare anche coloro che hanno nelle mani le redini di questo povero e affascinate mondo?”.
Fatte le domande, quali risposte conseguono? Punto su quella che dice “scendiamo in piazza, tutti, senza distinzioni”, per richiamare ai loro veri doveri coloro che con una sola firma potrebbero ridarci la serenità e la pace, chiamiamo a raccolta, da ogni angolo del globo, i veri sapienti, lasciamoli parlare, mettiamoci in ascolto, sosteniamoli, incoraggiamoli nel dire e ridire che la Pace e non la guerra è il sogno buono… atteso e subito realizzabile. Per farlo basterebbe che gli invasori smettessero di invadere, i fabbricanti di armi di fabbricarle e venderle, io tu egli noi voi essi di restare a guardare senza opporsi. Basterebbe avere il coraggio della Verità che rende liberi, capaci di sognare e di vivere in pace e nella Pace.
L’alba domenicale, secondo consuetudine, mi ha di nuovo offerto la possibilità di leggere pagine non lette. Una di queste racconta l’impegno di una band musicale (“Eugenio in Via di Gioia” il suo nome) che senza essere di grido e perciò osannata, regala emozioni e pensieri degni d’essere condivisi, meditati, diffusi e usati per passare dal frivolo a qualcosa che merita d’essere ascoltato, cantato e messo in vista. Se non ho frainteso, il nome della band riassume l’insieme di nomi e cognomi di chi la compone (Eugenio Cesaro, Emanuele Via, Paolo Di Gioia e Lorenzo Federici). Davvero un bel modo per presentarsi ed essere… Una delle loro canzoni, a me e non solo a me sconosciuta, chissà per quale recondita ragione è intitolata “lettera al prossimo”, proprio quel prossimo che forse è il vicino più vicino, magari quello e quella che camminano sulla medesima strada, oppure quello o quegli che secondo alcuni (tanti, troppi) son da tenere a distanza ragguardevole, forsanche colui o coloro che evangelicamente sarebbero da amare come se stessi. Davvero una bella canzone, degna d’essere usata come proposta di un buon modo d’esistere. Dice infatti…
Mi sento come quando piove con il sole
e provo fastidio ma nessuno da incolpare.
Mi sento come quando piove con il sole,
non c’è una nuvola ma mi sembra di annegare.
In tutta questa distruzione di massa
senza conservazione di materia,
grigi, fin sopra la giacca,
grigi, fin sopra i capelli,
grigi anche d’aspetto,
più simili a una sala che ad una persona.
Io sono qui, t’aspetto.
Siamo in tanti, seduti distanti e arrivati in orari distinti,
tutti quanti convinti
di essere arrivati per primi.
Giurami che veglierai con me
se no poi domani saranno guai…
Pugili senza guantoni,
qui solo verità senza opinioni,
senza mezzi toni.
Lividi in faccia, ci siamo rifatti il naso.
Ma a voler essere corretto,
il senno era deviato, non il setto.
E guarda, il caso ha voluto che fossimo salvi,
ma salvando ha sovrascritto su file precedenti.
Prima di noi non è rimasto più niente.
Giurami che veglierai con me
Se no poi domani saranno guai…
E in tutto questo presente
noi fatichiamo a definirci.
Ma il vuoto dentro si vede meno,
siamo riusciti a coprirci
e di vestiti ne abbiamo un capo diverso per ogni giorno…
Schiavi pieni di contanti,
un capo diverso per ogni giorno…
Cala la notte su tutta la Terra
e io continuo a pensare
di avere vinto la guerra.
Ma poi non riesco a dormire.
Cala la notte su tutta la terra
e io continuo a pensare
di avere vinto la guerra.
Ma poi non riesco a dormire
Giurami che veglierai con me
Se no poi domani saranno guai.
Meditiamo, gente, meditiamo! E aggiungiamo alla meditazione il realismo necessario per cambiare le cose… quello capace di passare dalla comoda inazione alla sublime azione mirata al Bene comune, quello che secondo Diogene di Enoanda, ma non solo lui, se supportato da “uomini e donne capaci di amicizia, offre una sola casa comune: la Terra”.
LUCIANO COSTA












