Un saluto, nulla più, all’anno che finisce – un anno orribile – lasciando dietro di sé guerre, parole vacue, promesse e impegni, magari utili a far fiorire la Pace, orribilmente traditi. Fra tre giorni, dopo feste e fasti esagerati e senza senso, il nuovo anno inizierà il suo corso… Che il Buon Dio ce la mandi buona! In attesa di buone nuove, le vecchie restano per dirci quanto sia stupida la forza esibita da questo o quell’altro potente di turno. Costoro parlano ma non sanno quello che dicono, vedono l’incontrario di quello che gli altri vedono, ascoltano solo e soltanto ciò che li allieta, agiscono come se a loro fosse tutto permesso. E chi se importa se il mondo va a rotoli, se invece di unirsi si divide, se preferisce alzare muri piuttosto che abbattere quelli esistenti, se ammette ricchezze esorbitanti e povertà umilianti, se nei suoi cannoni mette bombe piuttosto che fiori, se al “benvenuto” premette il visto di “gradito”, se alla sete di libertà oppone barriere e confini invalicabili… All’alba di questa ultima domenica dell’anno 2025 un ritaglio di giornale, firmato da Joan Kolman Stefansson, scrittore islandese sognante anche lui cieli e terre nuovi, è venuto a dirmi che “il vento non conosce frontiere”. Infatti “il suo soffio le attraversa, i doganieri non possono farci niente, restano impotenti di fronte alle burrasche, agli uccelli del cielo, alle mosche, ai ragni, ai serpenti, al tempo, ai ricordi, alla letteratura. E tutte queste cose attraversano le frontiere senza dover presentare il passaporto, e tutte le armi e i dispositivi di sorveglianza che gli esseri umani hanno concepito e costruito per delimitarsi e preservarsi non servono a niente”. Nonostante a qualcuno dispiaccia, il nostro pianeta è stato creato senza confini divisori… Però, quei “qualcuno” hanno creato le nuove frontiere, che dividendo e separando confermano “le distinzioni di censo, le scandalose disuguaglianze, la moltiplicazione di comunicazioni pensate e messe in circolo per relegare nell’inganno, nell’illusione o nel fanatismo strati enormi di popolazione…”. In siffatto scenario “divisi sono i popoli dalla politica aggressiva e imperialistica e dalle guerre; separate in zone di miseria sono le persone affamate, colpite da epidemie, da ignoranza per assenza di istruzione e di cultura. Sono frontiere invalicabili, concepite e costruite dalle mani umane per paura dell’altro o per egoismo brutale…”. Tutto questo mentre “dovremmo invece augurarci – ha scritto Gianfranco Ravasi in uno dei suoi breviari domenicali -, che il “limen”, il confine chiuso, diventi “limes”, una soglia aperta”.
Sempre stamani all’alba, visto l’andazzo vieppiù popolato da gnomi che si credono giganti e da lupi che vogliono assomigliare ad agnelli (ogni riferimento è lecito, fate voi) ho pensato e anche ripensato che “solo gli idioti sono restano convinti della loro superiorità per il solo fatto che a loro è magari permesso di impedire ad altri di arrivare dove loro stanno vivacchiano chiacchierano e seminano stupidità…”. Ho allora notato quel tale il cui stile è quello di un elefante in cristalleria, di un pescecane in libera uscita, di una faina che guadagnato il recinto fa scempio di ogni respiro e anche i commenti con cui l’interprete del suddetto stile – un biondo americano talmente insolente e bislacco da autoproclamarsi padrone del mondo e capo assoluto di ogni suo abitante – disegna il suon esistere e giustifica il suo stile. Ovviamente, divergono i giudizi. C’è chi loda e sbrodola dicendo “bravo era ora che qualcuno impugnasse l’ascia e menasse fendenti castigatori” e chi inorridisce e vomita di fronte alle “bislacche operazioni e agli abbagli più incresciosi” esibiti dal suddetto biondo americano. C’è però anche chi si volta dall’altra parte – e sono tanti, purtroppo – sentendosi appagato per il solo fatto di non vedere-sentire-osservare e misurare lo scempio che il potente coi capelli a onda va seminando. Sarebbe invece il caso di prestare attenzione alle bislacche parole profferite dal Tycoon americano, soprattutto perché, lungi dall’essere dettagli “di un ridicolo volgarismo presidenziale”, svelano e mettono in mostra un modo di fare al limite di ogni umana e intelligente considerazione, per lui un vero manifesto politico, che prevede uno solo al comando e bastoni ben allenati a menar colpi contro chi non ci sta. Se la connessione vi sembra esagerata, leggete quel che Il Biondo ha scritto commentando le azioni portate a termine dai suoi bravi in terra africana. “Oggi abbiamo inflitto legnate perfette… avevo avvertito che l’avrei fatta pagare cara e hanno pagato carissimo… buon Natale anche ai terroristi morti”. Tutto questo in Nigeria, paese in cui le chiese evangeliche hanno palanche e influenza e per questo amano il Biondo. Dunque, non un’operazione in difesa dei cosiddetti cristiani, ma azione da esibire per ottenere rimborsi elettorali? Non lo so… Però vedo nubi e temporali in agguato.
“Mala tempora currunt”. Insomma, siamo immersi in tempi cattivi che corrono e rincorrono i resti di quelli buoni con l’intenzione di annientarli, stiamo passando tempi brutti, che sono specchio fedele della situazione attuale, che raccontano e racchiudono un periodo di difficoltà, di crisi e di declino… Sì, amici e nemici, “mala tempora currunt” e non rallegra sapere che “peiora parantur”, vale a dire che se ne preparano di peggiori. Dentro questo tempo gramo, funesto e in fase di ulteriore peggioramento la Nigeria è un tassello (240 milioni di abitanti, due milioni di barili di greggio al giorno), un paese dove al sud si battono per l’oro nero e a nord si scannano per la fede, per la terra e per l’ammontare di un ricatto, “dove l’unica negritudine – scrive Domenico Quirico – è quella del dolore e della sofferenza, dove tutti gli afro-ottimismi vanno a morire miseramente”; il Medio Oriente una bolgia in cui si dimenano truci e benigni, dove ebrei e palestinesi, figli della medesima madre, vicendevolmente si odiano, dove essere gli uni contro gli altri è norma piuttosto che casualità e dove la ragione e le ragioni della città – la sognata e desiderata “polis” – son prese a calci e sberleffi dall’alba al tramonto; l’Ucraina invasa e offesa dalla Russia è vittima designata per soddisfare i malefici istinti del lupo confinante; il Sudan trasuda sangue e rabbia mentre altri cinquanta e più Paesi guerreggiano e corrono verso il baratro…
In siffatta geografia la Pace può attendere. Ma fino a quando? Almeno fin quando resterà una buca da conquistare e occupare…. Infatti, sul verdissimo prato dell’ennesimo golf-club sventola la bandiera del perbenismo attendista, metodista, classista e ballista… In giro per il mondo c’è chi sventola il presepio come simbolo di fratellanza pur sapendo di interpretare l’esatto suo contrario… Eppure, da un angolo di Roma in cui per un anno intero popoli e nazioni si sono ritrovati per celebrare e onorare la Speranza, di nuovo risuona il cantico della Pace. A intonarlo, questa volta, è papa Leone XIV. Dice il suo cantico nuovo: “Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace…”. Però, aggiunge il cantico “sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto”. Lo diceva già Sant’Agostino, segnalando con ciò un singolare e sempre attuale paradosso, quello che dicendo “non è difficile possedere la pace” sottolineava anche la difficoltà di lodarla. Invece, ricorda papa Leone usando le parole di Agostino, “se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi; se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica”.
Però, quando “trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità…”. Tuttavia, “chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace”. Per farlo è però necessario “non distruggere i ponti, non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui”.
L’anno nuovo inizierà con la Giornata mondiale della Pace… E se una giornata sola non basta, moltiplichiamola e facciamola diventare quotidiano appuntamento per celebrare Pace e Fratellanza. Magari è difficile, però non impossibile. Provare per crederci!
Nicola e Lucia, raccontati da Quentin Blake, un magico scrittore e illustratore di storie illuminanti e buone, lo hanno fatto. Come? Semplice: “Rimettendo assieme i pezzi di una barca sfasciata trovata sulla spiaggia, i due ragazzi hanno realizzato uno strano velivolo che sulle ali del vento spicca il volo e solca i cieli del Pianeta, non prima di aver imbarcato una cicogna con un’ala spezzata. Il loro è un osservatorio fantastico sul mondo di giù e non solo. Con quell’imbarcazione Nicola e Lucia potranno accogliere e mettere in salvo tanti bambini vittime di soprusi e ingiustizie, sfruttati e schiavizzati da gente senza scrupoli, coinvolti e in fuga dalle guerre, bersaglio di prepotenze. Non una ma tante volte…”. Tante quante ne servono per rallegrare il mondo e renderlo migliore.
Allora e solo allora sarà davvero un Buon Anno!.
LUCIANO COSTA













