Così, di striscio o per fortuna ecco apparire tal quale sono lui lei l’altro l’altra uno nessuno centomila, ognuno con la propria faccia, chi da schiaffi chi da baci, chi lustra e chi torva, chi sincera e chi infingarda, chi strafottente e chi fetente, chi solare aperta sorridente ospitale anche quando una lacrima prende a solcarla per dire dolore o stupore oppure allegrezza vera… Mi sono chiesto: tu che faccia hai? Non ho trovato risposta adeguata, forse perché non avevo dinanzi uno specchio, o forse perché nessun specchio avrebbe riflesso quella che era: lieta di resistere alle temperie della vita, di ricevere baci veri e generosi (quelli non del tutto veri come i bacetti di saluto d’omaggio, palesemente indefiniti e distaccati, convenevoli e nulla più, li rimando volentieri e subitamente al mittente) da nipoti (sempre) figli cresciuti (quando capita) estimatori sinceri (sic et sempliciter) adorabili ospiti di un come eravamo quando eravamo… più d’intelletto svelti agili e arzilli di adesso.
Mi sono anche chiesto: che faccia hanno quelli che dopo aver strombazzato meraviglie a soggetto (con copione scritto e guai a chi sgarra) s’accorgono di aver profferito banalità nullità amenità falsità, tanti ma proprio tanti quaquaraqua… Ho fatto anche posto alla domanda supponente almeno un briciolo di rispetto per l’altrui intelligenza, quella che semplicemente chiede: son io quella faccia o quella faccia vien dal paese delle meraviglie?
Tante domande, nessuna risposta. Blaise Pascal, mi pare, azzardava giustificazione ai suoi anni che crescevano dicendo: “Io ho l’età che mi sento”. Ieri Pinco Palla (uno dei tanti qualsiasi che in tv appaiono e scompaiono a seconda degli umori del direttore incaricato) ha dimostrato senza ombra di dubbio di aver la faccia tosta truce bellona suasiva double e forse anche triple a piacimento, che tanto pecunia non olet e si deve pur campare. L’altro ieri, invece, al biondone americano che tutto vuole e nulla deve chiedere perché tutto gli è dovuto (abita oltre oceano, possiede nome e cognome ma gli basta essere chiamato Tycoon, ovvero magnate dell’industria, personaggio potente e autoritario… e, per estensione fuori testo, anche molto molto autoritario ricco ricchissimo prepotente insolente e pure mica tanto in regola con la Legge, oppure Taicun, come sopra, ma se pronunciato senza inglesismi dice di un antico titolo onorifico giapponese lucrato dal cinese “libro dei mutamenti” (basterebbe il titolo del libro per delineare storia e storie), utilizzato in passato per i sovrani indipendenti privi di discendenza imperiale, che tradotto significa “grande signore/principe” o “comandante supremo” e, per altra estensione fuori testo, uno che di pelo sullo stomaco ne ha sicuramente da vendere…), al biondone americano, dicevo, hanno affibbiato una faccia semplicemente di… marmo, cioè liscia dura scivolosa illeggibile fredda e incattivita.
Qualche giorno fa, invece, il presunto zaretto che da anni è costantemente dedito a rubare devastare calpestare bombardare polverizzare e sbriciolare terre e storie altrui, è stato dotato in una faccia autenticamente di…carta velina, cioè scivolosa melliflua ghignante, spudoratamente oleosa… Domani (ma la notizia è riservata, quindi tenetela per voi) a quel non si sa chi… che però pretende udienza e credito come fosse un vero capo tribù mentre è e resta un terrorista noto ai quattro venti qual rapinatore e detentore di ostaggi innocenti da usare come suoi personalissimi stuzzicadenti usa e getta, verrà assegnata una faccia autenticamente di… latta, cioè molliccia posticcia labile instabile irascibile tappabuchi e nulla più. Stasera, forse, a un altro di quelli che “io sono io e guai a chi lo dubita”, daranno una faccia di… legno, neppure tanto stagionato, mentre a quell’altra vagante e fiammeggiante annunciatrice di nuove mai nuove verrà assegnata una nuovissima faccia di… bronzo, buona per tutte le evenienze.
Facce, facce, facce, una per ciascuno, ogni volta differente. Facce come frasi che, per dirla con Pirandello e uno dei suoi personaggi in cerca d’autore, “davanti a un fatto che non si spiega, davanti a un male che consuma dicono solo una parola che non dice nulla” e in cui però “ci si acquieta”. Ovviamente, senza rimpianti e “senza mai voltarti indietro, perché avere dei rimpianti – ammonisce Katherine Manfield – è un terribile spreco d’energie, serve solo a sguazzarci dentro”. E se lor signori e signore provassero – e con loro magari provassimo anche noi – a prendere possesso dell’antico metodo suggerito da Michel de Montaigne, quello che invita a “osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare?”.
Domanda senza risposta. Infatti, per trovare una risposta degna servirebbe ricominciare a credere che un mondo migliore, fatto di persone uguali semplicemente perché persone, è possibile. Francesco, Papa che stupisce e spiazza anche i portieri più piazzati, dice che “sperare è ricominciare”. Siccome anch’io spero, ricomincio promettendo che ricominciando avrò cura massima di osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di parlare. Ieri però, prima cioè di promettere osservazione ascolto e paragone, allo studentello che chiedeva lumi su un libro da leggere per passare dall’ignoranza alla conoscenza di ciò che era già accaduto agli ebrei (storia di un passato tragico e sempre dolente) ho detto quel che Dacia Maraini aveva già detto a una ragazzina che abitava in via dei gatti numero 22 a proposito della Marianna, una strega buona che regalava libri a chiunque incontrava, pensosa portatrice di dolore e lutto.
Avevano chiesto alla Marianna: “Perché vivi sempre chiusa in casa?”. Rispose: “Da quando ho perso la figlia e il marito deportati in Polonia non c’è mondo che possa accogliermi…”. Le chiesero: “Ma perché in Polonia?”. Rispose: “Perché era là che dovevano morire… I nazisti li portavano in Polonia (ad Auschwitz, o chissà dove), li mettevano in uno stanzone pieno di gas e si divertivano a guardarli morire. Non lo sapevi?”. La ragazzina si era ricordata di avere letto qualcosa su quei morti ma non sapeva perché li ammazzassero. Allora lo chiese alla madre. E lei le disse: “Perché erano ebrei…”. Ma, chiese la ragazzina, “cosa avevano fatto di male?”. Rispose la mamma: “Niente. Erano ebrei e basta”. La ragazzina aveva capito che da quel momento “pensieri e domande nuove avrebbero abitato nella sua mente. Perché si uccide? Chi uccide e chi è ucciso e perché e quando e dove? Era la guerra o altro? Un popolo può essere colpevole solo perché crede in un Dio diverso?”.
Allo studentello che insisteva a chiedermi di spiegargli e di offrirgli motivi per sperare e magari ricominciare a credere che il futuro non sarà uguale a questo cattivo presente, altro non ho saputo dire se non quello che uno sconosciuto (forse Angelo Maria Ripellino, ospite del breviario domenicale di Ravasi) ripeteva, e cioè che “vivere è stare svegli e concedersi agli altri; è dare sempre il meglio di sé e non essere scaltri; è amare la vita con i suoi funerali e i suoi balli; è trovare favole e miti anche nelle vicende più squallide…”, anche in quelle racchiuse nelle guerre e nelle ingiustizie…
Ricominciare, perché solo ricominciando si dà cittadinanza alla Speranza. Stamani all’alba, ora davvero bella per far posto a pensieri pensati e degni d’essere condivisi, mi sono ricordato che appena ottocento anni fa un pazzo autentico e autenticamente saggio (tale Francesco d’Assisi, se interessa) innalzò al Cielo il Cantico delle Creature, mirabile insieme di sogni in attesa di vedere il giorno e di sognatori disposti ad assecondarli. Ricordando ho deciso di proporlo come “ricominciamento” generale e condiviso, ottimo per riflettere su chi siamo e dove stiamo andando, buono per unire in un solo abbraccio sia chi chiama Signore il proprio Dio, sia chi chiama Signore solo il dio che gli è comodo e utile.
Pubblico perciò il Cantico così come lo preferisco (in dialetto antico e ancor nobile) proponendo, se siete d’accordo, di leggerlo insieme, magari stasera a ora stabilita, dico alle 21.00, che non essendo già ora per dormire lascia magari che la poesia giunga a rincuorare e ad aprire nuovi orizzonti di Speranza e di Pace. Se aderite all’invito, mettete in conto l’incontro con parole terribili, terribilmente belle amabili risolutive degne d’essere profferite… parole che racchiudono in sé l’essenza del vivere, parole per dire: lode gloria onore benedizione creature sole luna stelle vento aria nuvole sereno acqua fuoco madre terra frutti fiori erba amore pace morte.
Così dice promette ridice e consiglia il Cantico:
Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali;
Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate
Se avete letto, gradito e compreso, allora è tempo di ricominciare a credere che un mondo migliore è davvero possibile. Magari, anche soltanto per vedere l’effetto che fa.
LUCIANO COSTA













