Il Domenicale

Facciamo laude a tutt’i santi…

E’ la festa di Ognissanti e se non fosse perché è chiedere troppo, verrebbe voglia di dire a ciascuno di costoro che il cielo lo abitano, “per favore, mettete una pezza a questa pandemia”; insomma, “fatela tacere, obbligatela a smetterla di turbare questo nostro tempo”. Da qualche parte sta scritto “chiedete e vi sarà dato”, anche “bussate e vi sarà aperto”. Però, dare e ad aprire porte non sembrano azioni che vanno di moda, nemmeno tra i santi. Forse dipende dalla scarsa convinzione con cui ci rivolgiamo a loro: una preghiera, ma strascicata e poi sempre recitata per se stessi quando invece è risaputo che i Santi capiscono meglio le antifone comunitarie e ancor di più quelle che chiamano in causa la Madonna, la madre per eccellenza, che tutto intercede. Nel duecento, agli albori della parlata italiana, gli oranti di quel tempo, per non far torto a nessun santo cantavano “facciamo laude a tutt’i santi, colla Vergene maggiore, de buon core cum dolze canto, per amor del creatore” e così non per una strofa, ma per quattro, in modo che la loro prece fosse gradita e la grazia richiesta portata direttamente ai piedi dell’Altissimo dalla “Vergene de’ santi”, Ella sì “la chiave della porta celeste, la stella che illumina la notte per gli erranti”, Lei sola disposta a guardare “tutta la celestial corte a tutte l’ore”.

E’ proprio la festa dei Santi e al mio paese, nonostante l’alone gioioso che la circonda, è tradizione andar peregrinando di Campo Santo in Campo Santo per portare ai morti il ricordo e l’augurio di pace che si meritano. Ma non solo. Nel giorno dei Santi, festa comandata, infatti, si vanno a salutare i defunti andati avanti e a incontrare i vivi rimasti indietro, i quali, fedeli all’annuale appuntamento con la memoria, di certo non vogliono perdere l’occasione per verificare chi c’è e annotare il nome di chi ha invece deciso di essere altrove. Il giorno dopo la festa dei Santi, chissà perché giorno dei morti, che non è festa comandata, chi può va a rimettere ordine tra i fiori e a riaccendere i ceri; oppure per recitare un requiem senza che nessuno sia lì a proporre di farlo; anche per un ricordo silente e commosso dei genitori, che lì riposano in pace dopo aver consumato mani e cuore per regalare futuro ai figli; o, semplicemente, perché ascoltare i racconti fantastici di coloro che sono andati incontro all’infinito e, trovandolo, han deciso di restare ancora un attimo per raccontarlo. Uno di questi, che andava di fretta, ha lasciato scritto che sulla sua tomba gli sarebbe piaciuto veder stampigliato bene in grande “finzione”, magari nel senso che deve accadere ma non è ancora accaduto. Tanti altri, invece, non avendo preferenze e neppure capacità intellettuali utili a inventare epitaffi o aforismi graffianti, hanno semplicemente chiesto d’essere ricordati con “una prece”. E di “una prece” hanno bisogno i morti ma anche i vivi: i primi per essere aiutati a sopportare e a vincere le tenebre; i secondi per trovare una luce che rischiari il loro cammino, soprattutto adesso, in tempo di pandemia, dove l’unica luce immediatamente percepita è quella diffusa dalle ambulanze che portano in ospedale il loro doloroso carico.

Secondo il vecchio parroco, abituato ad ascoltare il popolo devoto piuttosto che gli arzigogoli inventati dagli storici, ricordare i morti è una caratteristica dell’umano, senza data e neppure età, naturale perché naturali sono gli affetti e naturale è dolersi di non aver più accanto chi fino al giorno prima era genitore, fratello, parente, amico o anche soltanto compagno d’avventura. Qualche tempo fa mi colpì “una strana proposta” avanzata da padre Pier Giordano Cabra (teologo sapiente e fine scrittore) dopo un profondo colloquio, per sua ammissione sospeso tra il serio e il faceto, con un esimio professore di storia medioevale. Tale proposta, se la memoria non mi tradisce, mirava ad aggiungere un giorno alla classica commemorazione dei defunti, così che diventasse normale “dedicare il 2 novembre al ricordo dei morti vivi e il 3 novembre al ricordo dei morti morti”. In tal modo, secondo l’illustre scrittore, “il 2 novembre ricordiamo e preghiamo per i nostri morti che crediamo vivere nel Signore e il 3 novembre lo dedichiamo invece a coloro che non ricevono nessun aiuto dai loro cari, perché questi li considerano morti definitivamente”. Coi tempi che corrono, aggiungeva, “quando cioè sembra che tutto si risolva quaggiù, non c’è da meravigliarsi se i morti sono considerati solo morti e basta!”.

Oggi e domani nei cimiteri, a cui non di rado fanno da anticamera venditori di fiori e bancarelle in stracolme di giocattoli, cianfrusaglie e dolcetti, sfilerà il popolo che non dimentica e che dai “suoi morti” va prima a cercare ragioni di speranza e squarci d’infinito in cui sentirsi primattore e non semplice comparsa e poi per trovare qualcosa che facendo sorridere o anche solo addolcire il palato, confermi al di là di ogni ragionevole dubbio che così è la vita e anche che la vita continua, se non per sempre almeno per un altro lunghissimo giorno. Importante, come dice il saggio, è restare qui tutto il tempo necessario per raccontarla. No a caso, all’ingresso di taluni cimiteri capita di leggere un invito – “qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani, parla!” – che in poco riassume tanto: innanzitutto il rispetto dovuto ai morti, poi l’irrinunciabile dovere di prestare la nostra voce a coloro che la voce l’hanno persa.

Se oggi e domani andate per cimiteri con lo scopo di ricordare e di innalzare al cielo “una prece”, non dimenticate di portare con voi un cero che perpetui la memoria e un fiore che regali alle tombe, almeno per un giorno, le sembianze di un giardino fiorito e profumato. Qualcuno vi dirà di lasciar perdere i fiori. Infatti, pare proprio che i fiori, una volta auspicati come antidoto ai cannoni (“mettete dei fiori nei vostri cannoni, perché non vogliamo più la guerra…” così diceva la canzone: ricordate?), non siano più graditi nemmeno nei cimiteri, luoghi in cui difficilmente qualcuno dei residenti ha la possibilità di lamentarsi di qualcosa, men che meno del profumo o dell’occupazione del suolo a lui riservato. Questo non gradimento sarebbe stato messo nero su bianco da certi soloni che stanno in alto, probabilmente sul grattacielo della Regione o addirittura dove abitano quei spilorci dello Stato che per risparmiare le inventano tutte, quindi anche il taglio delle spese per il mantenimento del decoro cimiteriale, ahimè compromesso dalla mole di vasi-fiori-corone-rami-ceri e cerini portati, lasciati e poi accantonati alla bell’e meglio da visitatori oranti, ma anche poco inclini a ripassare per raccogliere quel che hanno sparpagliato tra viali e monumenti.

Tra viali e monumenti, per il semplice fatto che sembrano essere molto impegnati altrove, difficilmente troverete politici, politicanti, replicanti, predicatori di sventura, venditori di fumo, urlatori occasionali o stanziali, donzelle arrabbiate e chissà quanti altri e quante altre semplicemente indefinibili. Peccato! E pensare che avrebbero potuto accedere all’indulgenza plenaria concessa ai visitatori in cambio di una preghiera e di un atto di pentimento. Sarà per un’altra volta, magari quando non dovranno prendere parte allo spettacolo donchisciottesco della fabbrica di ali per formiche, o a quell’altro che premia chi le spara più grosse.

LUCIANO COSTA

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