Il Domenicale

Ho le tasche piene di sbuffi sbuffate e sbrodolate…

Tutto normale? Mah!!! Titoloni articoloni inchiestone fondi e fondini, parole e parolone per guerre guerra e pace, per pace e guerra, per tregua e non tregua, per armi da dare e ricevere, per bombe abbondanti tutte a ridosso di gente spaurita, per vacanze e vacanzieri, per caldo caldissimo e torrido estate, per temporali bolle d’acqua nubifragi fiumi esondazioni… Di tutto e di più, compreso quel calcio “scalciato” dal suo solco (accade dalle mie parti, dove la centenaria storia della squadra pallonara viene cancellata a causa di ribalderie attuate dall’ultimo padrone e non per aver perso il perdibile sui campi di gara) e il nobile tennis reso ancor più nobile da una squadra di ragazzi impegnati a miracolo mostrare a un mondo che su di loro avrebbe scommesso ben poco… Poi, fiumi di immagini che raccontano gli iperbolici spostamenti dei governanti (nostri, loro, tutti portatori di che cosa non si sa o è vietato sapere oppure è bene non sapere) alle quali astutamente s’aggiungono quelle di feste e festini inscenati dove l’immaginario collettivo vede il meglio del meglio applicato al vivere e sopravvivere quotidiano, quelle di felici esodi verso ameni luoghi di vacanza e quelle dolci-dolcissimeoniriche-intonse-melense… sempre propense a soffondere cipria, utili a concludere anche i più disastrati momenti d’informazione dato che è risaputo come sia l’ultima sdolcinata immagine (ieri, per concludere il suo spazio d’informazione, la bellona di turno, con pomposità serenità e felicità mi ha ricordato, pensate un po’, che ricorreva l’anniversario dell’invenzione del bikini…) quella che resta e non la prima, sempre tragica essendo tragico lo scenario che avvolge l’umana avventura. In aggiunta, messe lì perché la cronaca lo impone, le immagini di un Papa che accoglie, ascolta, sorride, illumina, benedice, consiglia, prega, invoca invoca e ancora invoca benché sia palese che la sua invocazione, magari applaudita dai tanti titolati e potenti giunti per incontrarlo, resterà inevasa, le immagini di buoni e saggi portatori di nobili intenzioni, di pensieri pensati, di parole impreziosite da sentimenti e di umanesimo…, le immagini di milioni di persone di età e di etnie diverse, lì per dimostrare che solo diventando pellegrini di speranza è possibile cambiare il mondo.

Non vorrei essere o sembrare qui e adesso tal quale al solito misoligo spregiatore di gesti e parole compiuti e dette per rendere appetibile anche l’immangiabile che avendone le tasche piene di sbuffi sbuffate e sbrodolate varie, conclude il giorno gridando “basta con i discorsi e le immagini che ingannano e non portano da nessuna parte”. Vorrei invece poter dire, insieme al filosofo che invita a ragionare, che se potessi conoscere la verità in modo diverso, magari per rivelazioni divine, le parole (e le immagini) servirebbero a poco. Però oggi questa non sembra una prospettiva che va di moda, sebbenecosì leggo e così riferisco“non pochi politici inneggiano a un presunto favore divino nei loro confronti”. Costoro, è bene saperlo, sono meschini vestiti di meschinità, uomini e donne capaci di assemblare discorsi e ragionamenti tortuosi, imprecisi e sfuggenti, difficilmente intrisi di verità. Questa verità infatti, abita altrove, laddove il pensiero e il pensare precedono le parole gridate melliflue vuote… Lor signori e lor signore- potenti e comunque nessuno” o semplicemente “qualcuno” – non ci fanno caso, ma sono e restano di passaggio: oggi casualmente grandi e potenti, domani chissà chi lo sa…

Leggo, e ringrazio il breviario di Ravasi che mi dà la possibilità di rileggerlo, quel che la poetessa Emily Dickinson americana che il suo tempo, l’Ottocento, lo ha certamente onorato -, ha scritto a proposito di io, nessuno, qualcuno. Scrive la visionaria Emily: “Io non sono nessuno! Tu chi sei? / Anche tu sei nessuno? / Bene, allora saremo in due. Ma non dirlo a nessuno! / Ci caccerebbero e tu lo sai. / Che orrore essere Qualcuno. / Che volgarità, come una rana / che ripete il suo nome tutto il mese di giugno (anche di luglio agosto settembre sempre dico io) / a un pantano che la sta ad ammirare”. Suggerisce la poetessa, almeno così penso, di non far troppo conto su ciò che si suppone d’essere, che già domani si potrebbe precipitare nell’anonimato; ha ragione la poetessa quando, usando il “Nessuno”, combatte tutti gli orgogliosi “Qualcuno che, sottolinea Ravasi “si levano impettiti reclamando attenzione esclusiva, venerazione e potere”. Infatti,aggiunge, “pur essendo persone comuni – “qualcuno” cioè uno dei tanti – costoro si lasciano attanagliare dal primo vizio capitale, la superbia, allargando la ruota del pavone, oppure – come dice un proverbio orientale – divenendo simili al gallo, convinto che il sole si levi al mattino per ascoltare la sua voce”.

Altrove leggo che “luso delle parole è parte dell’essere di qualsiasi società democratica…”, che “le parole ben s’accomodano al Parlamento, luogo in cui (ovviamente in teoria) le diverse posizioni dovrebbero dialogare e così dimostrarsi il simbolo più evidente dell’ideale che del dialogo fa virtù e civiltà, simbolo però che entra i crisi nel momento in cui il dibattito, la deliberazione, la possibilità di dissentire e argomentare nonriconoscono più limiti, responsabilità, presupposti condivisi. Il linguaggio allora si svuota, la fiducia si corrode, la convivenza si infragilisce…”. Che fare? Secondo Mauro Magatti “se vogliamo salvare la democrazia dobbiamo necessariamente ripartire dalla parola, restituendole dignità, spessore, impegno…”. Però, argomenta Magatti, “non basta saper parlare, bisogna saper usare le parole con rispetto e attenzione Nella tensione mai risolta verso la verità... Occorre riscoprire il potere simbolico della parolache, quando è autentica, non è mai banale, ma è invece capace di evocare, commuovere, unire… Di aprire orizzonti, di nominare l’inesprimibile, di mettere in relazione ciò che è distante…. Perché solo una parola riconciliata con il reale può aiutarci a ritessere le trame della convivenza, a dare forma a una societàmeno cinica, meno superficiale, più capace di comprensione reciproca. Però, “fino a quando esisterà una società umana il problema non potrà essere eluso”. Infatti, senza la parola (purché buona e veritiera) non c’è politica, senza la parola (purché spogliata da interessi solo personali) non c’è relazione, senza la parola (purché rispettosa dell’altro, chiunque esso sia) non c’èfuturo comune.

Torno a chiedermi e a chiedere: “Tutto normale?”. La risposta è “mah!”, non lo so e (forse) non lo voglio sapere… Infatti èprevalente quel “chi se neimporta del mondo che brucia se i suoi abitanti sono orgogliosamente in tutt’altre faccende affaccendati? Se i medesimi abitanti s’accontentano di lustrini e merletti piuttosto che di Verità? Se i più di coloro che abitano il mondo rifiuta il noi e predica l’io? Se qui e altrove praticamente in tutto il mondo conosciuto la cultura, che è essenza del vivere di ciascuno, è vilipesa o semplicemente appesa al filo dell’improvvisazione e dell’interesse personale? Ieri, però e meno male, Leone XIV mi ha ricordato, ci ha ricordato, che “una cultura senza verità diventa strumento dei potenti: anziché liberare le coscienze, le confonde e le distrae secondo gli interessi del mercato, della moda o del successo mondano”.

E’ luglio e la vacanza chiede spazio. Ben venga, soprattutto se è intelligente e privata da esibizionismi.

LUCIANO COSTA

Altri articoli
Il Domenicale

Potrebbero interessarti anche