Il Domenicale

Ho visto santa Lucia…e i politicanti…

Ho fatto tardi e “il domenicale” l’ho scritto quando l’alba allontanava la notte più lunga. Ma ne valeva la pena. E non per le ragioni che magari qualcuno sta maliziosamente adombrando – del tipo: ha fatto bisboccia, festa, scampagnata, baldoria, rimpatriata, bevuta, abbuffata… – ma solo perché ho aspettato la mezzanotte del sabato per vedere l’arrivo di santa Lucia, proprio quella che porta i doni ai bambini buoni, quella che passando fa “dindindin” col suo magico e invisibile campanello, che ovunque arriva trova un goccio di caffè per lei e un ciuffo di farina o fieno per il suo magico asinello, che apre porte impossibili perché i regali ai bimbi non possono mai rimanere fuori dalla porta, che in compagnia ora di Babbo Natale, di Gesù Bambino, della Befana e di varie buone streghette, regala emozioni ai grandi e che li spinge, almeno per un giorno, a tornare quel che erano, cioè gli innocenti attori di una fiaba lunga un mese, giusto il tempo per consentire alle letterine di giungere tra le nuvole in cui soggiorna la santa e ai regali richiesti di materializzarsi e poi tornare per dispensare attimi di felicità.

Ho visto santa Lucia, l’ho anche salutata, ringraziata e lodata. Ma poi non ho esitato a dirle che se il suo arrivo si limitava a ribadire la tradizione era meglio che ripartisse in fretta, che qui, non c’era più posto per portatrici e portatori di gioie passeggere e mai uguali per tutti. “Io vengo e vado – mi ha risposto -, lascio piccoli grandi segni, dipingo il cielo di novità e di bontà, ma tocca a voi trasformare la buona scia che creo e che mi accompagna in gesti, parole, pensieri e azioni capaci di rendere abitabile e gradito ogni angolo della terra”.

Bella lezione. Ma come la mettiamo con il tempo che stiamo vivendo? Voglio dire, qui tutti litigano su tutto anche sui miliardi europei in arrivo per fronteggiare la ripresa, sulle virgole che si mettono tra un pensiero e l’altro, sul decisionismo del Capo (l’uomo sul filo che sfida le leggi della gravità per provare a se stesso e chi lo guarda che oltre lui non v’è altro di meglio), sulle improvvisate esternazioni (mica tanto campate per aria, credetemi) di un fiorentino fumantino messe lì per dire quel che tanti vorrebbero dire (per esempio che uno solo al comando non va bene in democrazia, che il luogo in cui si fa politica, dove si discutono le soluzioni migliori, dove ci si scontra per il prevalere delle idee piuttosto che per dimostrare il volume dei muscoli, dove si decidono le sorti del Paese è il Parlamento e non questo o quel studio televisivo), esternazioni che lasciano intuire imminenti ribellioni con conseguente scombussolamento di maggioranza, ma per niente strampalate e neppure facilmente archiviabili se la prima preoccupazione è quella di dare dignità alla politica. Qui tutti hanno una paura matta e maledetta del virus che c’è, che amplia il suo spazio d’azione, che regredisce e cambia colore, ma che non trova unanimità di giudizio e neanche briciole di certezze da regalare alle folle. Tutti dicono tutto e il contrario di tutto, però pochi sono disposti a fare un passo indietro.

Ben oltre la mezzanotte, con santa Lucia già sulla via del ritorno a casa, le anticipazioni dei titoli d’apertura dei vari quotidiani lasciavano intendere che al Capo l’idea di fare un passo indietro e di togliere la gestione dei miliardi europei ai super-esperti per ridarla al Parlamento, non l’aveva presa per niente bene; che il folletto fiorentino, lungi dal mordersi la lingua, metteva in chiaro di aver ricevuto parecchi consensi  -consensi, non rimproveri – anche da chi ufficialmente doveva stare dall’altra parte della barricata; che l’idea di una crisi spaventava i piani alti ma lasciava indifferenti gli inquilini sottostanti; che le minoranze, sempre più armate Brancaleone piuttosto che brigate d’assalto, andavano a spasso sperando in pietre d’inciampo che improvvise e per loro provvide, propiziassero la caduta degli dei; che a Catania era andata in scena la peggior commedia italiana (da una parte i giudici, dall’altra un’orda di politici politicanti che per salvare la faccia frastagliavano quel che avevano deciso e fatto i rivoli destinati a coinvolgere anche le sedie della maggioranza a cui loro stessi partecipavano) immaginabile…

Ovviamente, non mancava altro di cui saziarsi: il colore giallo finalmente tornato di moda in Lombardia e Piemonte; il numero dei contagiati da Covid in altalena ma più tendente al basso che all’alto; le polemiche sui divieti di circolazione e la pretesa di alcuni di aprire il rubinetto per far scorrere liberamente la voglia di vivere e di muoversi; la corsa al vaccino con previsione di inizio vaccinazione appena dopo la Befana, ma anche sette o settantasette (sic) giorni più in là; i furbetti dell’accaparramento e quelli del tanto peggio tanto meglio; le pretese inglesi di fare e disfare senza pagare dazio (sono usciti dall’Europa per loro volontà e adesso vogliono anche la buona uscita?); qualche ruberia, i soliti scandalucci e, infine, la gioia delle feste che si avvicinano e che finalmente rimetteranno in circolo euri preziosi (graditi, graditissimi a commercianti, edicolanti, ristoratori, venditori di viaggi, produttori di mostarda e torrone, insomma a chiunque abbia qualcosa da mettere sul mercato), feste che qualcuno vorrà celebrare secondo tradizione antica, magari con la Messa, che se non è a mezzanotte non è Messa (ma dai, il buon Dio l’orologio non lo porta) o mettendo in circolo granelli di bontà autentica.

Che notte! Tra un’emozione l’altra, nel rincorrersi di pensieri da racchiudere in righe almeno pensate, a rasserenare l’aere, improvvisamente, si presentò l’essenza della storia di quella santa Lucia che avevo atteso. Diceva, quella storia, che era tutta colpa di san Pietro, che vedendola stranita e triste, chiese al suo Capo di metterci una pezza. “Caro Pietro – gli rispose -, io so quello che turba S. Lucia. Ella soffre per i patimenti dei bambini e le privazioni alle quali sono sottoposti. Perciò ho deciso: daremo l’incarico proprio a Lei di portare una volta all’anno un po’ di allegria sulla Terra e, tu Pietro, le dirai che io l’autorizzo a scendere il giorno del suo martirio cioè nella notte che precede il 13 dicembre per portare doni a tutti i bambini della terra”. Quanto ai doni da portare, dato che in Paradiso non esistevano né pasticcerie, né negozi di giocattoli, bastò un piccolo grande miracolo e nello spazio immenso del cielo apparvero subito un cavallino, una bambola, un trenino, una trombetta, una trottola e ogni cosa che la mente dei bimbi aveva immaginato in caso di ammissione alla cerchia dei beneficati. “Prendine quanti ne vuoi – disse a Lucia il santo custode della porta del Paradiso – e portali a chi è stato bravo e buono”. Per raccogliere i regali la santa lavorò fino alla sera del 12 dicembre e mise tutti i giocattoli in grandi sacchi che appoggiò sulle spalle. Pesavano tanto. Per fortuna si presentò un asinello disposto ad aiutare. “Bravo asinello – disse Lucia -, tu sarai il mio fedele accompagnatore, vedrai, quando ci vedranno i bambini che gioia sarà per loro”. Da allora Lucia e il suo asinello non hanno mai mancato all’appuntamento con i bambini buoni e bravi.

A quel punto della notte, mentre fatti e i misfatti pretendevano udienza e domenicale commento, ho immaginato i vari contendenti per una volta disposti a chinare il capo, fare un passo indietro, guardare al bene da fare per farlo senza pretendere compensi e applausi, scendere dal piedistallo e andare dritti a stringere le mani che chiedevano accoglienza e calore da condividere.

Ma era ancora notte, la notta di santa Lucia, e forse quello era soltanto un sogno.

LUCIANO COSTA

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