“Milan l’è on gran Milan!”. E per dirla con la canzonetta bella semplice e appropriata, qui ridotta ma non tradotta, per favore “lassa pur ch’el mond el disa, ma Milan l’è on gran Milan / e la nebbia che bellezza, / la va giò per i polmon / e quand fiocca, che giòia a poccià el panetton. / Lassa pur ch’el mond el disa, ma Milan l’è on gran Milan / On bel piatt de busecca con dent i borlott / e on òss buss cont intorna el risòtt / e on litròtt de quel bon, cont on bel minestron / fann content ogni milaneson…”.
Ma sì, Milan l’è on gran Milan, anche oggi, che è domenica. Soprattutto oggi, quando Milano, benché faccia festa a sant’Ambrogio, intoni la “prima” alla Scala, apra vie e piazze allo shopping più titolato-amato-temuto e prezzolato, spalanchi le porte a turisti e curiosi di mezzo e più mondo, giochi a palla meglio di tanti altri… si prende più sberleffi che affetti.
Un poderoso e (forse) inatteso sberleffo, Milano lo ha ricevuto ieri da una statistica – una di quelle “social”, che di fatto lo qualifica “asocial” – messa in rete (per dovere di cronaca?) per impressionare informando e informando impressionare. Riassumendo: dati e studi messi in fila da chi se intende e subitamente usati da astuti gazzettieri-portavoce-portaborse, aizzator cortesi di nostalgiche note di un tempo che fu come prefazione all’appuntamento elettorale prossimo venturo, fotografano Milano qual città violenta, la più violenta dell’italico stivale! Lì, infatti, si ruba-stupra-ammazza-corrompe-spaccia-evade-borseggia-imbroglia… e chi più ne ha più ne metta. Tutto così vero e funesto? Le statistiche lo evidenziano e di solito non mentono, o se mentono lo fanno con sfaccettature così complesse e furbescamente agghindate, da rendere difficile qualsivoglia opposizione. Però, insegnava Coppolino – gran matematico e dunque deputato a comporre e scomporre numeri e percentuali -, le statistiche devono essere lette-rilette-studiate-analizzate-meditate e ragionate, altrimenti sono carta straccia, adattabile a qualsiasi evenienza, specchio verosimile piuttosto che reale della società. Esempio di siffatto procedere era (ed è) la statistica del pollo, che seppur mangiato da uno solo, in realtà io e te ne abbiamo mangiato mezzo ciascuno.
Briciole di affetto e simpatia, la stessa Milano le ha ricevute dai cortesi commentatori di “costume e mondanità”, i quali, anche oggi che è domenica sciorinano pensieri e facezie attorno alla magnifica festa di sant’Ambrogio (che di Milano è il protettore), alla stratosferica inaugurazione della stagione operistica in quella Scala che “semel in anno” è intesa qual bellissimo e desiderato “ombelico del mondo”, allo sfavillante e immaginifico “shopping”(meglio se griffato e firmato), alla baraonda provocata da turisti e curiosi arrivati da mezzo e più mondo e anche a quelli che (per il momento) giocano a palla meglio di chiunque altro.
Non mi sento milanese. Però, “illo tempore”, ragazzotto in cerca di fortune giornalistiche, un po’ (ma solo un po’) milanese lo sono stato. Capitava a sera inoltrata, quando la metropoli accoglieva chi, come me, mettendo in vista passione e utopia, diventava “il piccolo” di redazione, perché solo così e soltanto lì, cioè in un luogo popolato da maestri di giornalismo, poteva imparare il mestiere… Continuò a capitare quando l’aria di Milano accolse “Avvenire”, il quotidiano che unendo gli esistenti “l’Italia” e “Avvenire d’Italia” (uno milanese e l’altro bolognese) rinnovava l’impegno dei cattolici, che mi annoverò tra i suoi corrispondenti. Si rinnovò, quel sentire milanese, grazie al cardinale Carlo Maria Martini, che volentieri e in ogni occasione d’incontro, mi ricordava le parole pronunciate quando, casualmente, ci trovammo a salutare la sua nomina a Vescovo di Milano gustando il caffè preparato dall’allora rettore del Santuario di Montecastello (dove il novello vescovo era salito “per digerire l’amara pillola dell’imprevista nomina”, disse con palese sincerità), quelle che dicevano: “Quando scrivi, ricorda che a chi ti legge devi sempre e soltanto verità e rispetto”. Adesso, il piacere di essere un po’ milanese me lo regalano amici di vecchia data (ancora tanti), amici nuovi (pochi e sinceri) e quel Mario Delpini (vescovo alto un soldo di cacio, ma grande nel pensiero e nella testimonianza) che non smette di ricordare a chiunque l’inutilità dell’essere milanesi, cioè abitanti di quella Milano solidale e accogliente cantata da letterati e prelati, se questo è disgiunto da impegno e da servizio finalizzati al bene comune…
Oggi, quel mio improvvisato modo di essere un po’ milanese si trasforma in orgoglio di essere milanese, dopo aver letto quel che l’arcivescovo ha scritto nel “discorso alla città e alla diocesi”, tradizionalmente legato alla festa di Sant’Ambrogio. E siccome è facile che sia sfuggito ai più, riassumo quel discorso.
L’arcivescovo, riconoscendo come il contributo al bene comune venga da persone di ogni credo, ispirazione, ideale, richiama quello che per i cristiani è il fondamento di ogni impegno, personale e collettivo, mirato ad «aggiustare e rendere abitabile» la casa comune… Dice poi: «Io credo che sia proprio opera di Dio quell’invincibile desiderio di bene, quel senso di responsabilità, quella disponibilità ad affrontare anche fatiche e sacrifici che convince molti a farsi avanti, per camminare insieme, per assumere responsabilità». E «la responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri». Però, «l’impressione del crollo imminente della civiltà, della rovina disastrosa della città segna non raramente anche la storia di Milano». Così era al tempo di Ambrogio, così è oggi. Un oggi pieno di minacce, ma anche di salde ragioni dettate dalla fiducia.
Le minacce… La prima: la paura del futuro di «una generazione che non vuole diventare adulta». E che non riceve dagli adulti di oggi «buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli». Uno scenario drammatico, fra emergenza educativa e una «crisi demografica» che si fa «cronica e sembra irrimediabile». Poi: queste città del nostro tempo che «non vogliono cittadini» e dove «chi cerca casa si vede chiudere la porta in faccia». Perché non ha abbastanza soldi né credito. O perché non è «abbastanza italiano». E poi: un sistema di welfare «in declino». Dove «ancora preoccupano le liste di attesa, la dilatazione insopportabile dei tempi, il privilegio accordato a chi ricorre alla sanità privata a pagamento». Tutti «aspetti inquietanti». Intanto «il privato profit fa della salute un affare. Il privato non profit in ambito socio-sanitario si sente spesso ignorato e mortificato. Gli ospedali pubblici e le loro eccellenze rischiano di essere screditati».
Parole forti e chiare anche per l’intollerabile situazione delle carceri… dove domina il sovraffollamento, dove l’autolesionismo è di casa, dove il suicidio è considerato liberazione, dove il tempo della pena da scontare diventa scuola di odio, non di riscatto. Altre parole forti sono quelle per denunciare «il capitalismo a servizio dell’indifferenza». Un capitalismo «malato» che «ignora la funzione sociale e la responsabilità morale della finanza». Parole forti che si fanno brucianti, nella Milano che ama definirsi «capitale finanziaria». «La città diventa appetibile per chi ha molto denaro da investire. Nel mondo in guerra, nel mondo ingiusto, nel mondo del lusso incontrollato le risorse finanziarie nel sistema creditizio sono impegnate in modo scriteriato per rendere più drammatica l’inequità che arricchisce i ricchi e deruba i poveri». In questo modo, dice l’arcivescovo, «di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune…, si fanno avanti coloro che sono animati da una passione per il bene comune e avvertono la vocazione alla solidarietà come fattore irrinunciabile per la loro coscienza. Si fanno avanti coloro che custodiscono principi di giustizia, pensieri di saggezza, consapevolezza delle proprie responsabilità, e che non sarebbero in pace con sé stessi se si accomodassero nell’indifferenza».
Costoro, dice l’arcivescovo, sono: la coppia di sposi che testimonia, assieme ai loro figli, «la forza e la bellezza» dell’amore; la giovane donna, sindaco del paese, che accetta di assumere «la responsabilità del bene comune» e del «sostegno alle fasce deboli»; gli educatori che si fanno avanti come «testimoni di speranza» per «offrire alle giovani generazioni le buone ragioni per diventare adulti fiduciosi e generosi»; la «responsabile del carcere» che si assume la responsabilità «di applicare la Costituzione»; il commercialista, il notaio e l’avvocato che si assumono la responsabilità di «essere onesti» e di «non aprire la porta» del proprio studio «al denaro disonesto»; l’imprenditore che non mira alla speculazione ma «a dare lavoro e produrre eccellenza»; il carabiniere, il poliziotto, il finanziere che di sé dicono: «Non mi lascio convincere da chi vuole corrompermi, non mi lascio impressionare dai delinquenti educati, in giacca e cravatta, n on manco di rispetto verso chi è vestito male, parla male l’italiano, non conosce le regole del convivere perché nessuno gliele spiega». Tra costoro non manca il politico, che per voce di Delpini, dice «io mi impegno per favorire il confronto, per approfondire le problematiche, per semplificare la vita della gente, avverto che la nostra politica deve avere un respiro europeo e un’anima alimentata da principi di sussidiarietà e solidarietà, affermo che l’umanesimo europeo, la centralità della persona, il valore della famiglia, l’attenzione ai fragili, il rispetto dell’ambiente e della libertà ispirano il mio impegno». C’è poi anche posto per il giovane impegnato a spiegare come «la cura e il rispetto per l’ambiente, l’impegno per la pace e la giustizia, la solidarietà con i poveri, la creatività per mettere la tecnologia al servizio delle persone e del bene comune» sono la bussola del suo impegno. E infine, ecco «il cittadino comune», che dice «cerco di fare il mio dovere di cittadino, onesto sul lavoro, affidabile in famiglia, pago le tasse e so che quello che è dovuto è necessario per una città e un paese ben organizzati, per rendere accessibili a tutti i servizi necessari… per questo sono sdegnato per gli sperperi del denaro pubblico e la corruzione». Tutti insieme, costoro, conclude l’arcivescovo, di fronte alle minacce di crollo possono dire «noi non saremo complici».
Tutto questo a Milano e per Milano, ma anche per chi, fuori Milano, abbia orecchie per intendere e cuore disposto ad accogliere le parole di un “prete” come “el Mario”, vescovo e amico dei “pover de san Peder”, i classici “Martinitt”, gli orfani di san Martino…
LUCIANO COSTA












