Oggi e domani il caso si chiama Referendum (eccezionale strumento di democrazia ma anche fonte inesauribile di polemiche), che dal come ci è stato presentato ha tutta l’aria di un pasticciaccio ingeneroso, fatto di polemiche incomprensibili ai più, pieno di se e di ma, infarcito di verità bugie mezze verità, ricco di promesse che non vanno oltre l’ipotesi, se utile o inutile si vedrà (ai posteri l’ardua sentenza), comunque da celebrare e possibilmente da onorare andando a votare – bene o male dipende dai punti di vista – soprattutto perché non è il caso di lasciare ad altri il diritto di scegliere anche per noi. Insomma, nonostante perplessità distinguo e varie quisquiglie credo non sia bene evitare il citato caso… Soprattutto perché altri se ne servirebbero a loro uso e consumo. Ciò ammesso, non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di cose dette ridette smentite e rismentite. Quindi? Quindi andate (andiamo) a votare e che Dio ve la mandi (ce la mandi) buona. Intanto le guerre imperversano e nessun grido-invito-auspicio di Pace come nessuna invocazione-preghiera-orazione alla Pace sembrano avere ascolto e diritto di cittadinanza. Da qualche parte c’è scritto e resta scritto che “in una conversazione (o guerra, oppure contesa, o anche diatriba e scaramuccia aggiungo io) ci sono sempre due interlocutori che danno e che prendono, che mettono a confronto delle esperienze per accordarsi sulle conclusioni. Qui, però, resta ancora da verificare se e come tra i contendenti sussista quel briciolo di voglia che consente accordi e intese. Personalmente dubito. E voi?
Forse aveva ed ha ancora ha ragione Socrate. In polemica con avversari specializzati in discorsi lunghi e perfettamente compiuti, egli spiegava e rispiegava, rimanendo per lo più inascoltato, che “una verità (una pace, un’intesa, un accordo, un cessate il fuoco, un fine guerra) si può raggiungere e formulare solo se un “io” e un “tu” si interrompono dialogando e scartando in accordo ogni affermazione che venga giudicata falsa”. Purtroppo, questo modo di parlarsi – pochissimo praticato – è uno dei fondamenti di una vera e buona socialità (significa pace-fratellanza-concordia-reciprocità-rispetto-diritto), una pratica virtuosa da coltivare quotidianamente. “Se ciò non avviene – avverte il saggio – il rapporto fra un ‘io’ e un ‘tu’ si impoverisce e atrofizza” e si vive (e vivrà, ipotizzo io) “covando nel chiuso della propria testa idee fisse che avranno sempre meno rapporto con la realtà e la verità”.
In un gustoso quanto eloquente “Volere Volare”, Sergio Olivotti, sconosciuto ma reale scrittore di favole per bambini (immagino destinati a diventare adulti), dice che “non è bello dire alla Gallina che ha un cervello di gallina” e anche che “non è bello insultarla e ridere di lei perché non può volare”, soprattutto perché tale modo di definirla è frutto della prepotenza senza limiti di certi uccellacci in libera uscita, però non liberi di insultare, giacché “le lacrime di Gallina offesa e umiliata” richiameranno quegli amici decisi a schierarsi al suo fianco pronti a dare una lezione come si deve a quel gruppo di bulli”. In tale evenienza “partirebbero in quarta, tra gli altri, Tacchino, Pinguino, Kiwi, Struzzo e persino Dodo”, incapaci di volare, ma pronti a menare graffi e beccate, ciascuno a modo proprio, per vendicare l’oltraggio. Addirittura a fare la guerra se fosse necessario. Per fortuna – udite, udite -, ci penserà “Gallina a frenare l’irruenza dei compagni”. Sarà infatti lei a porre domande vere e irrinunciabili – possibile che la violenza sia l’unica risposta alla violenza? come rispondere in modo civile a una provocazione? – e a spiegare che “se la ragione prevale e ci si mette con un po’ di fantasia, una soluzione, magari proprio uno schiaffo morale, si trova”. La storiella, che proprio storiella non è, con la forza dell’ironia dice che “le alternative esistono”, che “nella vita un pizzico di umorismo cambia gli scenari”, anche e soprattutto che “si può volare alto pur tenendo i piedi per terra”.
In un altro albo per bambini (in ogni caso destinati a diventare adulti), anche lui eloquente e gustoso, Elena Rossini (a me sconosciuta, ma reale…) parla di “errori, pasticci, guai – un buco nei pantaloni, l’alluce che spunta da un calzino, un gelato per terra, un taglio sul dito o un bicchiere pieno d’acqua rovesciato – e di rimedi e soluzioni – i buchi si rammendano, le ferite si curano, un calzino, con un po’ di fantasia unita ad ago e filo si può trasformare in un divertente pupazzo con cui giocare, un gelato per terra lo si raccoglie e l’acqua rovesciata la si asciuga con apposito panno –, spiegando che “sbagliando s’impara e s’inventa”, che “gli inciampi, gli inconvenienti, i disastri succedono e che non vanno solo accettati ma anche accolti e rimediati”, magari con semplicità, facendo però attenzione, soprattutto perché “non si tratta di fare un’alzatina di spalle o di fare orecchio da mercante, ma di mettere in campo gentilezza, comprensione, immaginazione e creatività”. Ma, scrive Piret Raud (altra scrittrice di favole, sconosciuta ai più e a me soprattutto) “cosa può fare un Orecchio tutto solo che ha perso la testa cui stava attaccato? Che diamine, nient’altro che ascoltare…”. Questa, ve l’assicuro, è una storia surreale e toccante sulla capacità e l’importanza dell’ascolto… Di un ascolto che è “merce sempre più rara in un mondo in cui tutti preferiscono parlare e assai spesso sbraitare”. Racconta la favola che “pur confuso e perplesso sulla nuova situazione, l’Orecchio solitario trova presto il suo ruolo: prestare ascolto a chi ne ha bisogno: ascoltare una rana stonata e gracchiante che muore dalla voglia di cantare per qualcuno, un elefante pieno di nostalgia per la tua terra lontana, una lepre tradita dalla propria golosità… e poi tanti altri ancora, richiamati da una fama diffusa e spinti dal bisogno di trovare qualcuno cui raccontare le proprie pene”. In questo modo, “per l’Orecchio che si pensava perduto, inutile e incapace senza la testa, si profila una doppia scoperta sugli altri e se stessi: far star bene il prossimo fa star bene chi lo fa…”.
Provare per credere! In fondo, la domenica e forse anche “il domenicale” che mi ostino a proporre coltivano questa velleità.Velleità che oso raccomandare ai guerrafondai, ai cultori di bombe e di inciviltà
Perdonate se potete… sopportate se volete. E poi, magari, aggiungete alla sopportazione richiesta anche quella necessaria a scusare se il resto del “domenicale” è dedicato a un tale che morendo ha conquistato quella fama di statista e di politico saggiooltre che rispettoso… mai prima posseduta. Costui si chiamava Umberto, Umberto Bossi, un vero e proprio “villico pedemontano” che grazie a tanti (non tutti, per fortuna) divenne capo di un movimento distruttivo e al tempo stesso istruttivo(Lega Nord era il suo nome e Roma ladrona l’avversaria da sconfiggere e punire). Quando, illo tempore sebbene sembri appena ieri, la Lega fece il suo ingresso sulla scena politica italiana, più di uno ipotizzò si trattasse di un semplice “fuoco fatuo” alimentato da un capo che era un’incognita e da suoi adepti che tutt’al più erano una variabile incontrollabile. Allora, una sera in quel di Ponte di Legno, luogo abituale delle sue vacanze, mi capitò di stuzzicarlo sull’incredibile leggerezza dell’essere leghisti. “Il rischio – gli dissi in quell’occasione – è che, passata la festa, gli amici di oggi se ne vadano, chi al cinema e chi altrove, sparpagliando il capitale di voti raccolto”. Umberto, per dirla alla bresciana, si “incazzò” di brutto. “Tu non capisci niente – mi disse -. Da qui– aggiunse – non va via nessuno. Anzi: da qui va via solo chi dico io e quando lo dico io. E se qualcuno vuole coltivare pensieri diversi dai miei, lo faccio fuori prima che possa aprire bocca”. Il tutto alla faccia di una semplice ipotesi, col rischio di essere sommersi da una valanga di improperi. Così ieri… Adesso il dubbio è che quella semplice ipotesi significasse sia la debolezza strutturale dell’Umberto, sia tutte le paure che turbavano il suo sonno, o la fine di tutte le sue illusioni, oppure la radicata sua convinzione di essere unico, irripetibile ed immortale, tale da non poter essere sostituito, discusso, contrariato, attaccato o anche solo disturbato. In ogni caso, detto mentre si levano elogi funebri privi di giusto rispetto per l’uomo e per la sua storia complessa, spesso divaricante e divergete, Bossi resta (per me, ovviamente) un politico imbastito di “normalità politica”, un sentimentale dotato di incredibile intuito, un cane da trifola tanto abile a scovare tartufi quanto maldestro nel dare la caccia alle anitre che nuotano nelle marcite lombarde, un somaro che sopporta tutte le fatiche tranne una: quella derivante dal “dar ascolto” a coloro che egli stesso ha elevato a rango di vassalli, un “villico pedemontano”, un vero attore, una infermiere che senza alcuna specializzazione era però in grado di usare la tecnica della rianimazione.
L’ultima volta di Umberto Bossi vivo e arzillo a Pontedilegno è stata quando un suo acerrimo nemico (Matteo Renzi, chi altro sennò) era poco più di un’ipotesi (una “stramberia”, disse qualcuno), Silvio Berlusconi ancora il “deus ex machina” del centro destra e Matteo Salvini uno dei suoi tanti “yes man” e non il predestinato a prendere il suo posto. Quella sera in trecento scarsi l’avevano atteso al palazzetto dello sport per riascoltare quella che secondo alcuni è ancora “la dirompente e vincente dottrina leghista”, quella che il condottiero del popolo leghista, arrivato in Alta Valle Camonica agli inizi degli anni Novanta e poi mai mancato agli appuntamenti estivi, aveva ostinatamente annunciato infarcendola di “via i terùn, i negher, gli albanes e i giargianes”. Altri tempi. Tempi in cui le bandiere verdi-crociate facevano incetta di pali, piante, muri, massi e pareti imponendosi senza troppo riguardo per la forma e l’arrivo del nemico di “Roma ladrona” era un evento che mobilitava tutti gli apparati delle Forze dell’Ordine, schiere di giornalisti, carovane di televisioni, squadroni di militanti a cui s’associavano baldanzose le novelle “passionarie” del Carroccio. Tempi che furono… nulla più.
Adesso che Umberto è diretto al Cielo, quel Cielo che non rifiuta asilo a nessuno, “tirem innans”… verso un domani in rapida evoluzione, rivestito da paure e incognite… Nulla più. Infatti, “viviamo un momento storico in cui figure potentissime sostengono un‘idea di mondo dove ha ragione chi è più forte”. Incomincia “primavera”, stagione di fiori che le bombe puntualmente distruggono. Il dubbio è che questo andazzo preoccupi senza interessare più di tanto. Fino a quando durerà simile strazio?
LUCIANO COSTA












