Il Domenicale

Il dovere di ricordare e ricordando fare “Resistenza, ora e sempre”

 C’è poco da festeggiare e tanto da pensare. Ieri la Festa della Liberazione col suo imponente carico di  nobilissimi aneliti e fondamentali valori – un mondo libero da guerre e guerrafondai, un mondo pacifico, un mondo di uguali di tutti e per tutti, un mondo libero, un mondo di Libertà vera consolidata amata rispettata –, oggi la tragica attualità della stupidità portata in piazza da violenti, che volutamente e ostinatamente ignoranti qualsiasi nozione di storia esibiscono slogan e offese indecenti pretendendo d’essere giustificati, domani quel Primo Maggio che vorrebbe essere Festa Internazionale del Lavoro, cioè di tutti e senza barriere, perché il lavoro è un diritto, che invece viene di nuovo a dirci che il diritto al lavoro giusto sicuro e retribuito resta per molti moltissimi troppi… solo una speranza. Però, tanti tantissimi volenterosi – donne e uomini che allo star bene da soli preferiscono lo star bene insieme – nonostante tutto sono impegnati a rimettere al centro il dovere di non dimenticare nessuno e di costruire per tutti un tempo in cui la solidarietà prevalga sugli interessi personali. “Ma per farlo serve solidarietà, una grande solidarietà – mi ha detto il vecchio sindacalista che il Primo Maggio dovrà festeggiarlo in compagnia della solitudine, quella solidarietà capace di sconfiggere i piccoli e grandi interessi personali…”. Magari, anche per passare dall’orto mio e solo mio a quello di tutti, per abbracciare chi passa e chiede aiuto, per cedere il posto al vecchio decrepito, per accogliere il disperato che vien dal mare, per passare dall’accumulo (di soldi, di potere, di prebende, di benefit, di corsie preferenziali, di privilegi e di qualsiasi cosa che non sia alla portata di tutti), per dare preminenza e dignità alla condivisione (di soldi e via discorrendo…) e così sconfiggere l’egoismo… perché l’egoismogenera egoismo, mentre è palese che di tutto abbiamo bisogno meno che di un popolo di egoisti. Ma, chi spiegherà così alto concetto alle nuove generazioni? Chi le illuminerà sul valore della solidarietà? Chi le indirizzerà a promuovere quel “bene comune” capace di annullare la distanza esistente tra chi ha troppo e chi ha troppo poco o addirittura niente? Chi le convincerà a diventare testimoni piuttosto che spettatrici della storia? Chi mai potrà convincerle che per uscire migliori dall’attuale crisi serve riaffermare il coraggio del fare insieme, del cercare pace, del seminare bene, dell’essere piuttosto che dell’avere?

Qualche decina di anni fa, esattamente il Primo Maggio 1956 (che anche allora era Festa del Lavoro), un certo don Primo Mazzolari, prete scomodo scomodissimo e inviso ai benpensanti, dal pulpito della chiesa di Bozzolo parlò per la prima volta della Festa celebrata quel giorno e osannata dagli internazionalisti,proponendola “festa cristiana del lavoro” con San Giuseppe proclamato patrono di tutti i lavoratori. Altri tempi. Adesso san Giuseppe patrono dei lavoratori è un’icona a cui pochi pochissimi prestano attenzione.

Ieri, o l’altro ieri, in tanti proposero di mettersi tutti “al lavoro per la pace, oggi altrettanti ribadiscono quell’appello e chiedono conferme… e magari aiuti per contrapporsi alla logica distruttiva della guerra. E se è vero, come è vero, che «ogni guerra nasce da un’ingiustizia», allora il comune sforzo per costruire la pace non può che partire dal cancellare le ingiustizie. Ieri, celebrando il 25 Aprile, “festa di tutti gli italiani amanti della libertà”, il presidente Sergio Mattarella ha rimesso al centro il dovere di agire “in difesa delle nostre libertà”, ha chiesto a ciascuno la “convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace. E se “le dittature che avevano scatenato il Secondo conflitto mondiale avevano preteso di fare della retorica della guerra un valore, contro il loro disegno – ha ricordato il presidente – si levava  e ancora si leva una sola invocazione: Pace Pace per ogni persona… Pace come diritto di ogni popolo… Pace per ogni Paese…”. La Pace come senso e ragione della Resistenza, quella Resistenza che opponendosi all’arbitrio e alla dittatura proclamava il diritto alla Libertà, all’Uguaglianza, alla Fraternità… il diritto di “opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo. E proprio “per rispondere a questo accorato appello, la comunità internazionale progettò, con l’Onu, di ambire a liberare il mondo dall’incubo della guerra e, con il disegno dell’unità europea, di liberarne il nostro continente. Però e nonostante tutto “in questi ultimi anni – ha detto Mattarella – stiamo assistendo, dolorosamente, ad antistoriche velleità di affievolire se non addirittura rimuovere quei percorsi. Dimenticando o ignorando che reagire alla guerra fra i popoli significa dar fiducia a istituzioni comuni di pace, renderle più autorevoli ed efficienti, aiutarle a proseguire nell’opera di costruzione della pace attraverso la cooperazione che gli italiani e i popoli europei hanno realizzato sulle ceneri del nazifascismo e sulle rovine del comunismo sovietico. L’Italia, raccolta intorno alla sua Costituzione, guarda con fiducia alle sfide del futuro, insieme agli altri popoli europei E sebbene “il passato non è mai morto e non è neanche passato”, quel che è accadutonon svanisce ma vive nelle conseguenze che ha prodotto, perché il passato ha plasmato il presente E per la nostra Repubblica vale l’impegno che esorta a essere, ora e sempre Resistenza!”.

“Resistenza”, parola desueta e anche invisa a larghe falde di una società che non ha memoria, parola che esige rispetto e comprensione, parola che invoca unione, parola che annuncia cieli e terre nuovi… Ma anche, per tanti, parola pericolosa. Invece, personalmente, la userei per ribadire che resistere alla stupidità dei guerrafondai, dei dittatori, dei potenti che si credono onnipotenti per il solo fatto che possiedono danaro e potere, degli imbecilli che confondono le bombe con le caramelle, dei violenti che usurpano le piazze dedicate alla Libertà è un diritto oltre che un dovere.

Oggi, domenica 26 aprile 2026, dalle mie parti (Brescia e dintorni) si festeggia un santo – Giovanni Battista Piamarta – che la sua vita la dedicò per inventare modi per aiutare i giovani a essere protagonisti del loro futuro, per imbastire trame utili a fare bene il bene… Quindi, chiudo qui il Domenicale e vado a festeggiarlo.

LUCIANO COSTA

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