Il Domenicale

Il “forse” tra camion e furgoncini

Non so se domani sarò più stupido o intelligente di oggi, di sicuro so che su coloro che si rifiutano di partecipare ai riti collettivi di caccia al voto e al consenso tira aria grama. Leggo cronache che raccontano la ricerca del candidato sindaco di questa o quella città con la stessa fluidità interpretativa di solito applicata al folle mercato dei calciatori, un mercato dentro il quale tutto è possibile ma anche impossibile, un luogo dove il forse rincorre il probabile e tutti e due insieme disegnano un’utopia. Scopro che esperti prezzolati, opportunamente riuniti attorno a tavoli attrezzatissimi, sono impegnati da mane a sera nella ricerca di fronzoli e ninnoli attorno ai quali confezionare proclami e promesse, forse in grado di procurare estemporanee adesioni, qualche probabile consenso o vaghi sentori di utopia, però in maniera così aleatoria da rendere ridicola qualsiasi previsione. Pensieroso, ma anche preoccupato, mi ritrovo a fare i conti con le idee, che se ci sono sembrano strampalate e che se non ci sono danno la misura del poco con cui si vorrebbe riempire il tanto di cui disponiamo. Scrive il saggio: “Vuole bruciare le idee chi è dominato da un’Idea; dall’Idea assoluta e sacra, che fa della propria esclusività e superiorità un culto esigente, da portare fino alle estreme conseguenze”. Credo abbia ragioni da vendere.

Nonostante tutto questo andare e venire di politicanti strombazzanti e di profeti del nulla, ho trovato la poesia e ho visto nascere un classico: la poesia stava nelle note stonate che uscivano da una finestra oltre la quale un ragazzo tentava di assimilare l’arte di Mozart inanellando scale e ripetendo ostinatamente note su note, tutte stonate finché una gli riuscì quasi perfetta, tanto perfetta da assimilarla a una poesia; il classico era nella coda delle prove a cui il ragazzo futuro pianista si sottoponeva, un vero supplizio ma anche un vero esercizio di abilità che nel tempo gli avrebbe regalato ampie soddisfazioni. Lui, il ragazzo futuro pianista, non lo sapeva e nemmeno lo immaginava, ma quel suo modo di provare e riprovare consentiva di dar ragione a quel tale che volendo definire la nascita di un classico aveva inventato un giro di parole che tutto dicevano e tutto mettevano in discussione. Quel giro di parole, senza ombra di dubbio, affermava quel che sotto-sotto stava emergendo, e cioè che “quando stavi cercando, hai dimenticato quel che stavi cercando, e addirittura ti sembrava di fare altro; ma ancora stavi cercando”.

Ma che cosa vado cercando? “Un centro di gravita permanente” è troppo sfruttato, “un posto al sole” è banale. Meglio allora “un angolo in cui fermarmi a riflettere”: sulle quisquiglie che affollano l’universo mediatico, sui mali che affliggono la terra, sulla stupidità che fa scegliere la guerra e accantonare la pace, sulla assurda pretesa di mettere paratie agli occhi degli umani, sulla pretesa di certi potenti di impedire il libero uso dell’intelligenza, sul valore della protesta che diventa sciopero e sul picchetto (blocco, fermo, impedimento) che genera lutti. Poi, improvvisamente c’è uno, uno qualsiasi, che chiedendo “quale forma si dà Dio ogni volta che qualcuno lo pensa?” si sente rispondere “quella di una carezza senza mano”, strepitosa sintesi di dolcezza e di affabilità che non ha certo bisogno di spiegazioni per essere compresa.

Poi, quel lavoratore-sindacalista ucciso dal camion guidato da un lavoratore-dipendente che tentava di forzare il blocco imposto in difesa del diritto a lavorare con dignità e parità, perché solo evitando soste impreviste poteva guadagnare il pattuito. “Un lavoratore che uccide un altro lavoratore che protestava per i propri diritti è deplorevole” ha detto un partecipante alla protesta. Però, quel blocco davanti al magazzino non doveva esserci e quell’autista che portava frutta non doveva sottostare al diktat che gli imponeva di consegnare-consegnare-consegnare e ancora consegnare se alla fine voleva qualcosa guadagnare. Invece… “Camionisti contro facchini – ha scritto Dario Di Vico sul Corriere della sera – è un pessimo film che sta andando in onda da troppo tempo nei piazzali della logistica italiana, nelle lunghe notti dei picchetti davanti alle fabbriche o davanti ai centri dello stoccaggio della grande distribuzione. Nelle notti di un nuovo rancore in cui la paura di essere licenziati e quella di essere investiti fa tutt’uno. Che da un giorno all’altro potesse accadere qualcosa di tragico – aggiunge il notista – era un copione, purtroppo, già scritto. In tanti lo sapevano. Gli episodi di contrapposizioni dure, senza filtri, si sono susseguiti con regolarità nelle ultime settimane… Troppe contraddizioni sono state lasciate incancrenire, troppi conflitti non trovano da tempo uno straccio di regolazione…”.

Purtroppo, ci si accorge di questi autisti che guidano camion e furgoni con lo spirito del pilota messo in pista per miracolo mostrare, quando capita di restare in coda nell’ora in cui finisce il giorno che segna la fine della settimana. E’ a quell’ora che li ho visti sfrecciare cercando spazio e la via propizia per consentire di aggiungere un punto in più alla loro media. Senza obbligo di consegna, ma con tanta voglia di accorciare i tempi del ritorno a casa, sfrecciavano anche i cosiddetti van predisposti al trasporto operai, quelli che partono alle cinque del mattino e ritornano alle cinque del pomeriggio dopo dodici ore di cantiere. Gli uni e gli altri ubbidienti alla stessa logica, quella del profitto.  Mi è venuto di pensare alla metamorfosi del trasporto: prima camion sempre più attrezzati e grandi ma bisognosi di spazi e di assistenza al momento del carico e scarico; adesso furgoni e furgoncini che vanno veloci (troppo veloci) che non hanno bisogno di spazi attrezzati e neppure di assistenza al momento del carico o scarico e che, soprattutto, costano poco (il carico è infatti assegnato a chi chiede di meno e che lega la paga alla velocità di consegna). Dovrei, dovremmo gridare allo scandalo. Invece, col Flaubert di “Madame Bovary”, eccomi, eccoci, a gridare “contro i guanti a buon mercato, contro le seggiole a braccioli, contro le stufe economiche, contro i tessuti finti, contro il finto lusso” frutto di “un’industria che ha sviluppato la bruttezza in proporzioni gigantesche”.

Insomma, contro qualsiasi cosa che alla fin dei conti possa essere digerita, ma non contro “una guerra non dichiarata, invisibile; una guerra massiccia, tentacolare; una guerra fatta di detenzioni di massa, torture, sorveglianza” come quella che la Cina “sta combattendo non contro un altro Stato, non contro un nemico dichiarato, ma contro le minoranze – uighuri, kazachi, uzbechi – della regione che mettono in dubbio la pretesa compattezza con cui il regime vuole presentarsi al mondo”. Secondo Amnesty International “dovrebbe scuotere le coscienze umane che un numero gigantesco di persone sia stato sottoposto a lavaggio del cervello, tortura e altri trattamenti degradanti nei campi di internamento, mentre milioni di altre persone vivono nel terrore sottoposti a un fortissimo apparato di sorveglianza e costrette ad abbandonare le loro religione, tradizioni e cultura, veri e propri crimini contro l’umanità”, in realtà poco o nulla si dice e ancor meno di fa per impedire che simili brutture abbiano compimento.

C’è e si vede l’umanità che vive tra enormi difficoltà, ma anche la sproporzione tra la ricchezza di chi ha tanto e la povertà di chi ha poco. Leggo che “milioni di occidentali stanno assistendo all’inesorabile scivolamento verso il basso della qualità delle loro vite” e che “in questa situazione cupa, gli stramiliardari, che hanno accumulato ricchezze difficili da concepire, sono tutti presi dall’organizzazione di gite nello spazio per loro e per i pochissimi che possono permettersele”. Dicono che lo fanno “per gli altri, perché il nostro pianeta sta diventando inabitabile e quindi bisognerà prepararsi a traslocare in orbita, o magari su Marte, oppure a trasformare la Terra in un enorme quartiere residenziale costruendo nello spazio le fabbriche che produrranno ciò di cui noi terrestri abbiamo bisogno senza riempire l’atmosfera di anidride carbonica. Strambe teorie…”.

E smettiamola di contrabbandarle come ricerca necessaria di un’alternativa. Ripenso a “quale forma si dà Dio ogni volta che qualcuno lo pensa” e sono sempre più convinto che è “quella di una carezza senza mano”.

LUCIANO COSTA

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