Il Domenicale

Il futuro ha bisogno di solidi ponti….

Non succedeva da tanto tempo, doveva succedere, è successo: il governo è nato in un batter d’occhio e questo Domenicale, parente della domenica, prende la campanella (quella che il vecchio consegna al nuovo) e si mette a suonare così che da qui in avanti nessuno possa addormentarsi sugli allori (adesso si chiamano voti) conquistati e faccia fino in fondo quel dovere che è racchiuso nelle parole pronunciate davanti al Presidente della Repubblica e tenendo la mano appoggiata sulla Costituzione, quelle che dicono “giuro di essere fedele… giuro di fare il bene il comune…” e poi, fuori testo, in aggiunta, “giuro di non lasciare indietro nessuno”, neanche l’ultimo disperato che vien dal mare in cerca di un posto in cui ricominciare a sperare. Ecco, sebben questo Governo sia nato a passo di carica, lo spero preparato alla bisogna, interessato a un futuro di tutti e per tutti, perché questo nostro Paese grande, bello, generoso, solidale, invidiato e non a caso capace di aggrapparsi (se non sempre, almeno qualche volta) alle sue radici cristiane, necessita di “beni immateriali”, cioè di “conoscenza e valori”, cose non semplici, difficili da ottenere dato che “richiedono un cambiamento di mentalità a dir poco rivoluzionario, sebbene si tratti di cose semplici, quasi banali”, come quelle destinate a garantire dignità e pari opportunità a chiunque…

Il rischio, anche adesso, è che non accada nulla o quasi, che tutto vada avanti come al solito, con buona pace per gli illusi – miei pari e amici –  che invece immaginano un futuro degno d’essere vissuto e condiviso. Peccato, però, che in tanti siano interessati al proprio personalissimo futuro, assai meno al futuro collettivo. Infatti, qui e adesso ognuno gioca la sua partita convinto di vincerla, dimenticando che sulla scacchiera “il futuro non è prevedibile” e che “nessuno può sapere come si presenterà dopo quindici mosse”. Certo, il futuro, che è sempre qualcosa di non scritto, invisibile ai più e visibile semmai ai sognatori, può anche non interessare. Ieri, ragionando di futuro con il solito circolo di amici sabatini, è prevalsa l’idea che essendoci tanti futuri possibili, nessun futuro è possibile e prevedibile. Il che ha dimostrato come il circolo sabatino non sia altro che l’insieme di “apocalittici e integrati” di cui Umberto Eco discettava prefigurando per loro la dannazione. Eppure, anche lì, almeno uno che dica “c’è del buono” se lo cerchi lo trovi.

Uno di questi, per esempio, mi ha suggerito di leggere le sei parole chiave che tale Leonardo Caffo, giovane filosofo, ha messo nel suo “Velocità di fuga”. Le sei parole dicono: attesa, semplicità, ecologia, isolamento, anticipazione, offlife. Cinque sono comprensibili, la sesta chissà. Infatti, sta lì per dire fuori vita, o anche staccare la spina. E non è una bella prospettiva. Italo Calvino, da par suo, in Lezioni americane mise parole come leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza. Oggi, con vocabolari che traboccano di parole anche nuove (nello Zingarelli in uscita ve ne sono mille fresche di stampa, appena coniate) ve ne sono di vecchie – per esempio: pesantezza, opacità, confusione e ambiguità – che non smettono di occupare spazio, di preoccupare gli animi, di rompere i deboli equilibri appena raggiunti.

Un amico intelligente e per questo assai richiesto al tavolo dei pensatori (di presente e di futuro, belli e misteriosi entrambi), a proposito fi fare e disfare, mi ha consigliato di leggere quel che Elizabeth Spelman ha scritto nel suo Repair, secondo lui un libro sull’attitudine umana a riparare. Ho così scoperto che la fragilità del mondo richiede un atteggiamento di riparazione, che Repair significa anche e più sottilmente la capacità di farsi perdonare, di chiedere scusa, di negoziare, di trattare con quello che offre il presente, che servono riparatori… Ma, mi chiedo e vi chiedo: esiste una nuova generazione di riparatori?

Il citato Velocità di fuga, almeno secondo il critico, “è un onestissimo fedele ritratto di una generazione”, uno di quei ritratti che “testimonia l’impastoiamento in cui viviamo, l’impossibilità effettiva di spiccare il volo e andare altrove, l’adesione eccessiva all’untuosità dei media, dei social, perfino dell’ecologia per non parlare della geopolitica”. Tutta colpa della pandemia, della rottura della globalizzazione, della caduta di ogni universalismo? Non lo so. Di sicuro “è difficile essere ottimisti”. Però, volendo, si potrebbero guardare le cose da una prospettiva diversa “e da lì, magari, capire cosa resta da fare”.

Un aiuto a capire cosa che resta da fare me l’ha offerto Renzo Piano, il grande architetto, che raccontando il suo incontro con Papa Francesco e le parole che l’hanno contrassegnato, ha messo in chiaro di aver usato solo “le parole che uniscono, scoprendone tante nuovissime: metà mie e metà del Santo Padre”. Renzo Piano, con un pizzico di meraviglia, ha confidato al cronista di aver chiamato il papa “fratello” piuttosto che “padre” ricevendo in cambio “ampio consenso”, e non solo per via della comune età. Poi, tante parole sui giovani. “Sia io che il Papa – ha raccontato l’architetto – viviamo tra i giovani, io in tutti i luoghi del mio lavoro sto in mezzo ai giovani di ogni parte del mondo, lui facendo il Pastore di anime. Così, insieme abbiamo constatato come sia difficile per entrambi accettare («mandar giù» è stata la sua espressione) il fatto che questi giovani non hanno la stessa esperienza che abbiamo avuto noi… Ho detto al Papa che ogni giorno lavoro per costruire luoghi pubblici, luoghi di pace – ponti, case, ospedali (addirittura sei in questo momento), scuole, biblioteche – luoghi che sono, che fanno la città e poi arriva la guerra che distrugge tutto. Di fronte al bombardamento del ponte di Kherson, in Ucraina, mi sono chiesto perché e per quale motivo il ponte era crollato, perché mai qualcosa che era stato costruito era stato distrutto. Tu costruisci e la guerra distrugge. Ho detto al Papa che quando stavo costruendo il museo di Paul Klee a Berna, un giornalista del «New York Times» mi chiese notizie sul budget, circa 100 milioni, e mi disse che era il budget di una giornata di bombardamenti, di un bombardiere americano in Iraq con i suoi caccia e il suo carico di bombe: fermando per un giorno il bombardamento puoi costruire un luogo che contribuisce a edificare la città”.

Poi, il ricordo del cardinale Martini, lui sì costruttore di città per l’uomo. “Con il Papa – ha confidato Renzo Piano – ci siamo soffermati sul triste paradosso per cui a volte le città diventano deserti, i deserti urbani. E insieme abbiamo detto che le città si ammalano, per questo è urgente lavorare sulle periferie, per curare, guarire il “tessuto” urbano lacerato…”. Da qui la necessità di ostruire e di creare qualcosa che non sia soltanto “l’espressione di un genio individuale, solitario, ma una storia di popolo… “Spesso ho aperto cantieri in luoghi molto significativi, penso a Berlino, a Postdamer Platz subito dopo la caduta del muro; avevamo 5.000 operai, di cui solo 500 erano tedeschi, gli altri da tutto il mondo, turchi, francesi, italiani, russi… e lì ti rendi conto che quel luogo è stato teatro del più terribile momento della storia moderna, ebbene in qualche modo quel cantiere era la risposta, all’insegna della diversità assoluta di tutti (di etnia, lingua, colore..) ma che ogni diversità era ricchezza e non ostacolo alla medesima missione, costruire. E qui nasce anche un sano orgoglio: costruire qualcosa che sta su, in piedi, costruito da noi”. Un ponte, per esempio. “Quanto è importante costruire ponti e non muri” ha ribadito l’architetto sognante eppure mai illuso. Un giorno l’ho sentito dire di aver costruito molti ponti, fisici e metaforici. Ieri lui ha confidato di aver spiegato al Papa che “se costruisci una biblioteca stai costruendo un ponte, perché quello è il modo più bello per consentire ai giovani di stare insieme, d’incontrarsi in un luogo pieno di luce. E’ la ragione del ponte: unire e continuare a farlo, nonostante tutto”.

Servono parole degne d’essere pronunciate e tradotte in fatti, opere, solidarietà… Il fine è offrire dignità e pari opportunità a tutti. Ce la faremo? Ce la faranno coloro ai quali abbiamo affidato questo nostri Bel Paese?

LUCIANO COSTA

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