Allegria! Si vive e magari si muore (è la logica dell’esistenza a imporlo, non noi), spesso senza averne piena cognizione, altrettanto spesso con la disinvoltura che è propria del viandante spaesato. Vita e morte, realtà che meritano rispetto e comprensione, ma che invece, oggi, sono facilmente esibite e diffuse a uso e consumo dello show mediatico, che esige macabri scenari per assicurarsi ascolto (basta guardare che cosa, da mane a sera, offrono le televisioni nostrane o importate per rendersene conto). Vita e morte, ubbidienti loro malgrado al “chi muore giace e chi vive si dà pace” inventato e usato per evidenziare l’insostituibile ricerca di… felice continuità, dicono che gli umani e il loro mondo, se orientati solo allo star bene da soli, diventano attori precari di un precario universo….
Scusate, sono pensieri amarissimi, accostamenti azzardati, cronache insulse, riassunti di giorni che accumulano… pensieri amarissimi, azzardati accostamenti, insulse cronache. Lo so, sto percorrendo “i sillogismi dell’amarezza”, quelli che portando con sé lo scempio di menti orientate al male non acquetano ma inquietano, quelli lastricati da guerre e violenze, che dicono “pace” intendendola buona innanzitutto per sé… e che gli altri s’arrangino. Guardo alla nuova domenica e immagino un domenicale rasserenante, riflessivo, stimolante pensieri degni d’essere pensati, portatore di parole positive, anche loro degne d’essere lette e pronunciate. Invece, il giorno porta con sé quel che ieri già c’era: guerre e guerre, la pace che s’affaccia e subito viene derisa e sbeffeggiata, morti ammazzati senza colpa e perché… Per amore, per odio, per rivalsa, per appartenenza a tifoserie diverse, per pretesa supremazia di genere – io maschio, tu femmina, non persone uguali in diritto e dignità -, per imporre l’io al posto del noi, per allontanare barche cariche di umani allo sbando?… Tutto questo senza vergogna e rimorso.
Leggo adesso quel che papa Leone XIV ha detto l’altro ieri ai rappresentanti dei “movimenti popolari” venuti a Roma dai cinque continenti per celebrare insieme il giubileo. Credetemi, è una lettura che non lascia indifferenti, che vorrei proporvi e che invece qui riassumo per indurvi semmai a cercare da soli il testo completo. Dice infatti che “la terra, la casa e il lavoro sono diritti sacri e pertanto inviolabili”, che “vale la pena lottare per essi”, che di tutti è la responsabilità di assicurare che sono di tutti e non di qualcuno; domanda se “chiedere terra, casa e lavoro per gli esclusi è una “cosa nuova”; risponde che lo è solo quei centri del potere mondiale, che godendo sicurezza finanziaria e una casa confortevole considerano queste richieste in qualche modo superate e le cose veramente “nuove” racchiuse nel possesso (di veicoli autonomi, di oggetti o vestiti all’ultima moda,d i telefoni cellulari di fascia alta, di valute o cripto–valute e altre cose di questo genere) e non nella condivisione di ciò che la madre terra mette a disposizione di tutti. Dalle parole del Papa emergono visioni diverse e diversificate. Infatti, dice, “dalle periferie le cose appaiono diverse… perché le periferie spesso invocano giustizia e gridano non per disperazione, ma per desiderio di soluzioni giuste in una società dominata da sistemi ingiusti”. Di queste visioni diverse “voi che siete movimenti popolari, voi che osate essere movimenti popolari, siete poeti sociali, costruttori di solidarietà nella diversità… pieni di amore, di un amore che rimane la virtù più grande di tutte, disposti a sporcarsi le mani e ad agire fino al limite dell’impossibile per sfamare gli affamati, dare riparo ai senzatetto, soccorrere i naufraghi, prendersi cura dei bambini, creare posti di lavoro, accedere alla terra e costruire case, per accompagnare le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze… per vincere l’indifferenza che si va diffondendo e che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati e costretti alla povertà… per affermare la cultura della riconciliazione e dell’impegno… per compensare il vuoto generato dalla mancanza di amore con il grande miracolo della solidarietà fondata sulla cura del prossimo e sulla riconciliazione… per impedire che gli esclusi, gli ultimi i disperati e i diseredati rimangono in fondo alla lista delle priorità… per inventare e attuare azioni capaci di invertire la tendenza disumanizzante delle ingiustizie sociali e a promuovere uno sviluppo umano integrale...”.
Perché questo divenga vissuto quotidiano e condiviso “dobbiamo però assicurarci che le novità siano gestite in modo adeguato, vale a dire non confinate nelle mani delle élite politiche, scientifiche o accademiche, ma salvaguardate perché patrimonio comune…”,qualcosa cioè che riguarda ciascuno. Da qui l’impegno per gli esclusi. Chiede il Papa: “Come può un giovane povero vivere con speranza e senza ansia quando i social media esaltano costantemente un consumo sfrenato e un successo economico totalmente irraggiungibile? Come si conciliano con la povertà e le disuguaglianze la dipendenza dal gioco d’azzardo digitale… le novità dell’industria farmaceutica (non quelle necessarie alla vita ma quelle contro la vita), che propinano una sorta di culto del benessere fisico, quasi un’idolatria del corpo che per sopravvivere ricorre a qualunque droga, a nuove droghe sintetiche, sempre più letali, non retaggio di malevoli trafficanti, ma realtà che ha a che fare con la produzione dei farmaci solo orientati al guadagno, quindi privi di un’etica globale”. E poi, come si conciliano povertà e disuguaglianze con “lo sfruttamento di materiali che spesso si trovano nel sottosuolo dei Paesi poveri… la cui estrazione dipende dalla violenza paramilitare, dal lavoro minorile e dallo sfollamento delle popolazioni… dai territori che taluni imprenditori e politici vogliono per loro e per i loro interessi…Come si conciliano povertà e disuguaglianze con chi la sicurezza la intende per sé e non per tutti, con coloro che pur sapendo che gli Stati hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, negano l’obbligo morale di fornire rifugio a chi è in fuga da guerre e violenze… con chi scaccia–allontana–punisce–mortifica e imprigiona i migranti, che sono la parte più vulnerabile delle società e delle nazioni, verso i quali troppi governanti stanno adottando misure sempre più disumane — persino politicamente celebrate — che trattano questi indesiderati e indesiderabili come se fossero spazzatura e non come esseri umani”.
Eppure, c‘è ancora – non solo per cristiani, ma anche per uomini edonne di buona volontà e di cuore amico –, quel “Padre nostro…”recitato, cantato, proposto, che dice “dacci oggi il pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, non abbandonarci allatentazione, liberaci dal male”, ancora qui per ricordarci che siamo bisognosi gli uni degli altri. Ma purtroppo, questo è un cantico inascoltato. Per farlo diventare parte del quotidiano, udibile e vissuto, servirebbero in rapida sequenza: la prudenza dell’ascolto e la fortezza di ascoltare senza giudicare; la capacità di affermare che nessuno è solo e semplicemente un nessuno; la comprensione del Samaritano; soccorritori ovunque vi sia chi chiede soccorso; ricchi meno ricchi; poveri meno poveri; gioia da regalare a piene mani… Invece, ecco giungere, per prendere possesso di tutto ciò che incontra, la tristezza, malattia invasiva e diffusa, che accompagna le giornate di tante persone, “sentimento di precarietà, a volte di disperazione profonda”, che permea l’interiorità e “sembra prevalere su ogni slancio di gioia”, che “sottrae senso e vigore alla vita”, la quale “diventa come un viaggio senza direzione e senza significato”. Fino a quando permetteremo alla tristezza di diffondere il suo malessere?
Alle parole dette dal Papa ai rappresentanti dei Movimenti Popolari, senza volerlo, hanno fatto eco quelle trovate su fogli sparsi e disordinati, scritte da Emil Cioran (filosofo, saggista e aforista tra i più influenti del XX secolo – nato romeno nel 1911 e morto francese nel 1995 –, maestro nella provocazione voluta e da lui medesimo definita “forma di letteratura terapeutica”, volta a sfogare il proprio pessimismo esistenziale) a proposito dell’uso e abuso delle parole, nei “sillogismi dell’amarezza”. E non mi sono stupito, sebbene le righe fossero impietose. Dicono infatti che “se per un prodigio le parole svanissero, la nostra ebetudine, la nostra angoscia diverrebbero intollerabili. E l’improvviso mutismo ci ridurrebbe al supplizio più crudele”. Così, perplesso dalle notizie ricorrenti e, soprattutto, sconcertato dal procedere ondeggiantedegli attori di tale notizie (offeso dalla tracotanza del tycoon biondo ondulato americano, avvilito dalla supponenza debordante del presunto zar di tutte le sue russie, preoccupato dal mutismo interessato del potente cinese), attori tutti convinti d’essere sommi se non sommità di qualsiasi monte, interpreti che non vivendo alcun dramma sono capaci di interpretare tutti i drammi del mondo (sic!) ho cercato di fotografarli con parole… Non ci sono riuscito, però, tra mille carte, una, messa lì con l’idea di usarla per sostenere future argomentazioni, mi è sembrata straordinariamente adatta alla bisogna. L’aveva scritta Cioran dedicandola al suo contemporaneo J. Paul Sartre, che a mio parere e giustamente aggiustata ben s’adatta ai tre succitati attori. Dice infatti: “In loro si percepisce una mancanza di necessità interiore, che li rende adatti a tutte le forme di pensiero. In loro tutto è notevole, salvo l’autenticità. Parlano della morte, ma non ne conoscono il brivido… Non hanno né preferenze, né prevenzioni, le loro opinioni sono accidenti… Quello che li interessa è soltanto il procedimento del loro pensiero… Se li sentissi predicare dal pulpito non ne sarei più stupito che se li vedessi fare professione di ateismo… Poiché sembrano indifferenti a tutte le verità, le padroneggiano a piacere loro e nessuna è a loro necessaria o organica… Hanno sostituito l’io al noi considerando quel mutamento un principio di salvezza collettiva…”.
Potrei continuare, ma basta e avanza.
LUCIANO COSTA













