Il Domenicale

Il mondo… felice infelice sazio affamato desolato, soprattutto illuso!

Ho visto il mondo (quasi tutto) sfilare felice sotto la bandiera dell’Olimpiade… Olimpiade, appuntamento divenuto bugiardo col crescere dell’infamia umana verso i precetti che predicava e incarnava. Ho visto quasi tutto il mondo sorridere e ho pensato che sorridere è di tutti e che il sorriso è uguale ovunque esso trovi occasione per espandersi e così recitare la sua parte. Ho visto quasi tutto il mondo sfilare felice... – ma, era davvero felice o la felicità esibita era solo parte del copione imposto dalla celebrazione?e ho creduto alla felicità vera e spontanea relegando i mostri che ad essa si opponevano e si oppongono (ieri il principe di questi mostri si chiamava Leviatano, oggi… nominatelo voi il mostro dei mostri) nell’abisso da cui è impossibile riemergere.

Ho visto il mondo (quasi tutto) sfilare gridando, nella maniera più “olimpica” possibile, pace e concordia. Poi, dopo aver visto sfilare quel mondo, la cronaca ha rimesso al centro il solito mondo, coi suoi soliti mali – guerre violenze disparità ingiustizie emarginazioni divisioni… e chi più me ha più ne metta -, con i suoi soliti personaggi (truccati e incipriati per farli sembrare diversi da quel che sono), con i suoi tanti vizi e pochissime virtù.Tutto già visto, con unappendice dedicata a un Papa cheininterrottamente insistentemente sistematicamente tenacemente caparbiamente invoca Pace concordia comprensione giustizia e amore vero, cioè capace di abbracciare chiunque, ricevendo in cambio l’applauso degli illusi viandanti in cerca di ristoro, ma anche e soprattutto, ahimè, lo sberleffo dei reggitori – occasionali seppur convinti di essere immortali – della cosa pubblica… E in questo tutto già visto, solo qualche spiraglio, giusto il minimo necessario per consentire a una luce chiamata Speranza di spezzare il buio e così mostrare cose nuove belle buone, perciò degne d’essere ammirate, regalate e diffuse.

Sì, ho visto un certo mondo – parte di un tutto, non il tutto – sfilarecontento e sereno, ma non mi ha convinto. Infatti, era di facciata, non la facciata. Fuori dalla rappresentazione olimpica c’erano, inesausti, i mali di sempre, quelli conosciuti e quelli sconosciuti, con la Guerra elevata a sistema sebbene fosse e sia, anche adesso, quella che l’abbè de Saint-Pierre, illo tempore, indicava come “stravaganza imbecille e barbara”. Ma che mondo è questo qui, proprio questo che qui pretende d’essere ammirato e lodato? “E’ un mondo bugiardo, preda di pochi, mi son detto. Ho allora rimesso in circolo certe idee desunte da cronache passate e a noi tramandate col titolo di ipotetica rappresentazione di ciò che secondo Louis Sebastien Mercier utopico sognatore di mondi irrealizzabili e descritti in pagine pubblicate nel 1871 (mica ieri)sarebbe accaduto nell’anno 2440, settecento e passa anni dopo di lui, quando “le notizie provenienti dai quattro angoli della terra  avrebbero narrato la scomparsa dei simboli della prevaricazione, dell’oppressione, dell’anarchia e, aggiungo io, della dittatura.

Secondo quelle notizie, in un giorno imprecisato, a Città del Messico si diceva che non esistevano più schiavitù e dispotismo;che a Filadelfia, capitale della Pennsylvania, si erano rifugiate“l’umanità, la fede, la libertà, la concordia, l’uguaglianzaoffrendo così “lo spettacolo di un popolo di fratelli”; che a Pechino “i Mandarini avevano abrogato la legge che vietava a ogni singolo cittadino di uscire dal territorio; che a Costantinopoli “il soffio vivificante della libertà anima la grande repubblica degli stati del Grande Signore, il quale si è federato con i propri vicini”; che a Londra impera “la certezza d’essere  capitale di un paese che si considera primo popolo d’Europa”;che a Madrid “un’ordinanza ha riconosciuto che la storia dei cannibali è meno orribile di quella delle crudeltà dell’Inquisizione”; che a Parigi “non regna più il lusso insolente e puerile”; che a Roma e altrove tutto è commedia… Difficile crederlo e arduo anche solo immaginarlo questo mondo. Però, se accarezzate l’idea di andare all’isola di Utopia, tutto diventa reale…

Non so perché, e mai lo saprò, Armand Mattelart, docente di Scienze dell’informazione e della Comunicazione all’Università di Parigi, abbia usato sintesi del pensiero con cui Victor Hugo aveva colorato “la leggenda dei secoli” (pubblicata in tre parti tra il 1859 e il 1883, riassunto tragico della storia dell’umanità dalla Genesi al XIX Secolo) come introduzione alla “Storia dell’utopia planetaria, un libro di oltre quattrocento pagine grondanti sapere e saputo, insieme di pagine forse lette o forse ammucchiate e messe in disparte, un volume giunto fino a me grazie all’attenzione di un’amica che vedendolo perso nel mucchio accatastato in attesa di sgombero forzato ha pensato che potesse essermi offerto quale invito a continuare nella coltivazione dell’utopia… Il professore e autore l’ho però immaginato alle prese con i grandi e inestricabili temi dell’essere, quindi almeno perplesso quanto lo sono io e chissà quanti altri milioni di umani.Ho giustificato la sua mia e vostra perplessità misurandola e confrontandola con la massa di perplessità che offuscano e offendono questi nostri giorni intrisi di livore guerresco, invasi da parole vacue, carichi di odio e disprezzo, svuotati dall’umanesimoche costruisce ponti e riempiti in sua vece dalla bramosia dell’avere… Giorni che vedono, da una parte lui io noi che sognano di raggiungere l’isola di Utopia per erigervi il monumento alla perfetta letizia, dall’altra la massa di stupidità ignoranza avarizia ira rabbia cretineria di cui gran parte di umanità abusa e fa odioso sfoggio.

Il libro sottratto al certo macero, l’ho messo in bella vista. Poi, seguendo un indice che da solo era già eloquente, mi son dedicato a sfogliarlo dedicando a ogni foglio sottolineature e punti interrogativi esclamativi, dubbi perplessità e speranze, sogni utopie e novelle illusioni. In quel guazzabuglio di pensieri “la storia dell’utopia planetaria diceva senza ombra di dubbio quel che comunemente si dice, e cioè che “tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che l’uomo dalla storia non ha imparato niente”, ovvero che “la storia è maestra, ma non ha scolari”restando evidentissima la tendenza – mia tua sua nostra vostra loro, senza limiti e distinguo – a ripetere gli stessi errori. Mi sono allora chiesto: “Ma, vivaddio, di chi è la colpa di tanto scempio?”.La prima risposta è stata quella più banale: “Di nessuno… Infatti, è risaputo che la colpa morì fanciulla e mai nessuno la sposò”. La seconda risposta e poi le successive, facevano risalire la colpa addirittura a Leviatano (incarnazione del caos, sempre raffigurato in forma di drago demoniaco che minaccia di mangiare i dannati), colui che racchiude in sé, almeno secondo quel che ha scritto Victor Hugo,

“…tutto il vecchio mondo, aspro e smisurato nella sua bestiale laidezza;

Leviatano, in lui è tutto il passato: grandezza, orrore…

Questo mondo, avvolto in un’eterna bruma,

era frutto del fato: la Speranza aveva ripiegato le sue ali;

di lingua, mentalità, mentalità, codici, città;

nessun legame, nessun insieme; il progresso solitario

come un serpente mozzato, si torceva sulla terra,

senza poter riunire i brandelli del suo sforzo;

la schiavitù, incolonnando i popoli per la morte,

li chiudeva in fondo a un cerchio di frontiere,

guardati a vista da due gladiatori, la Guerra e la Notte;

l’Adamo slavo lottava contro l’Adamo germano;

un genere umano in Francia;

un altro in America, un altro a Londra,

un altro a Roma;

l’uomo oltre un ponte non conosceva più il suo simile;

i viventi, carichi di vizi e d’ignoranza,

vagavano senza meta;

su tutto pendevano i pregiudizi;

le superstizioni erano duri confini,

tanto più terribili quanto più erano sacri;

che feritoia occhiuta e nera è un Corano!

Un testo con la spada in pugno come un tiranno;

ciò che per un popolo era legge per l’altro era delitto;

leggere era un baratro, credere un abisso;

i re erano torri; gli dei erano muri;

nessun modo per varcare tanti ostacoli bui;

non appena si provava, s’incontrava la barriera

di un ordine selvaggio o di un dogma barbaro.

E quanto all’avvenire, era proibito farvi rotta.

 

Così allora. E adesso? Adesso

“l‘oceano è deserto, non una vela in lontananza.
Ora è solo la marea a essere testimone della marea.
Non una barca viva sull’onda dove il gabbiano
vede la sagoma del Leviatano aggirarsi.
L’uomo, come foglie ingiallite,
è forse scomparso nell’ombra? È finita?
Solo il flusso e il riflusso vanno e vengono, passano e ripassano.
E l’occhio, per trovare l’uomo assente dallo spazio,
vi cerca invano. Nulla. Guarda lassù…”.

Guardate, amici, il mondo che sfila e poi cercate di comprendere se e come sia cambiato o come invece sia rimasto immutato. Se poi volete e potete, sostituite ai nomi del passato gli attuali. E vi accorgerete che, purtroppo, il prodotto non cambia…

LUCIANO COSTA

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